Venerdì, 03 Dicembre 2021

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Il biennio rosso a terni 2019-2020

Recensione.

silvia romano2

L’immagine del Biennio Rosso italiano scavalca tempo e luoghi – contemporanei, certamente, ma anche precedenti e successivi -, oscillante fra le barricate urbane e le rivolte rurali del XIX secolo e le promesse rivoluzionarie del XX, strette nella morsa del “Grande Gioco” degli imperialismi occidentali, in uno spazio immenso, dalla Germania alla Russia dei Soviet, fino alla Cina. Si potrebbe parlare, a tal proposito, parafrasando Arrighi, di un lungo Biennio Rosso, sul quale, per fortuna, non è ancora sceso il sipario. Rimane, infatti, incontestato che tutte le storie passate sono sempre contemporanee di chi le scrive e le giudica.

Il saggio di Giovanni Ruggiero, Il Biennio Rosso a Terni 1919-1920 (CSMP, Nuova Prhomos, 2021), è immerso in questa sensibilità, e così, nel suo Biennio Rosso ternano, si saldano puntuali, in una storia modulata su sfondi e prospettive, gli ambienti di vita locali – la composizione di classe proletaria, gli assetti classisti dell’organizzazione urbana, l’origine del sistema industriale ternano dal blocco capitalistico post-risorgimentale – e gli scontri sociali epocali, dalla Comune parigina alle strategie di Giolitti, dagli strani equilibri socialisti alla parabola dell’anarcosindacalismo, dall’economia di guerra all’orizzonte internazionalista delle lotte di massa del dopoguerra, polarizzato sulla Repubblica dei Soviet assediata.

Un’articolazione di piani, dunque, forma un racconto dove il tempo dell’avvenimento e la lunga durata si ingranano l’uno nell’altra attraverso gli spazi. Tuttavia, questo dualismo braudeliano viene rimaneggiato, e gli avvenimenti, affollati di personaggi, si dipanano nelle fabbriche ternane, per allargarsi nel dopoguerra alle campagne, mentre la sedimentazione dei blocchi di classe e il riassetto degli apparati scorrono in un tempo impersonale, tenuto in pugno da segni direzionali, da orientamenti interpretativi. È in questa sfera che la storiografia di Ruggiero assume direttamente i suoi tratti politici, attinge quelle categorie politiche che sono la trama logica di ogni opera storiografica, con buona pace dei weberiani, che sull’argomento non finiscono mai di contraddirsi. Ma il “politico” , sotteso alla storia operaia di Terni, non rinchiude Terni nei materiali documentari, che Ruggiero sa intercalare agli episodi salienti di un’epopea sindacale segnata dai contrasti tra due Camere del Lavoro, ma, anche per l’incandescenza di questa divisione, si riversa in ogni situazione di lotta, dalla grande prova di forza del 1907 agli echi della Settimana Rossa del 1914, dall’onda dell’ammutinamento di Ancona alla sconfitta dell’occupazione delle Fabbriche, nel corso del 1920.

Tuttavia, in questa dimensione concettuale della storiografia, le scelte di campo di Ruggiero tendono a nascondersi nei materiali: nell’antagonismo fra socialisti e sindacalisti rivoluzionari, questi, ad eccezione di Carlotta Orientale, ritratta del resto più nei gesti che nelle idee, agiscono e si dileguano, e il loro mondo rimane oscuro al lettore, che invece viene sommerso dalle voci socialiste, nelle quali ogni contrasto fra riformisti e massimalisti sfuma fino all’annullamento; il proletariato ternano, industriale e rurale, appare impaniato in rivendicazioni puramente sindacali e sempre disposto a fermarsi ad esse, quando tutti i teatri di scontro di classe del primo Novecento mostrano che il passo successivo, lo sciopero generale politico e le forme di autogoverno rivoluzionario, erano spesso lo sbocco di quelle azioni collettive nelle fabbriche; il Comune riformista di Terni, dopo la liquidazione concorde, padronale e sindacale, dell’occupazione delle fabbriche, viene presentato come un esempio di “buon governo”, un mito liberale tagliato sui precetti di bilancio e sui puntelli infrastrutturali del processo capitalistico di produzione, un processo che, dopo il Biennio Rosso, riprese vigore attraverso il pieno assoggettamento della forza-lavoro. Tesi moderate, indubbiamente, cui potrebbero aggiungersi, in combinazione, la Rivoluzione d’Ottobre declinata sull’immaginario e non sulla coscienza di classe, e i comunisti ternani, appena riconoscibili nelle poche righe che li dipingono come un gruppetto di giovani politicamente acerbo.

Il Biennio Rosso di Ruggiero è, dunque, tutto da discutere e il libro, così saldo e unitario nella varietà dei suoi temi, è un invito alla discussione. Tanto più nel nostro tempo, quando la frivolezza giornalistica assegna il rosso ai partiti del capitale e la lotta di classe, nel brusio mediatico, suggerisce patetici romanzi sociali o disegni criminosi. ◘

di Alessandro Caporali

 


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