Sabato, 24 Febbraio 2024

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Speciale 40° anniversario

Speciale 40* anniversario l'Altrapagina.it

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Altrapagina – gennaio 2024 – pagina 4
Testimonianza del tempo
Una dura marcia del pensiero critico lunga quattro decenni
di Antonio Guerrini

Il primo numero de l’altrapagina uscì a gennaio 1984 in formato tabloid. Riguardarlo oggi, ingiallito dalla patina del tempo, fa un po’  tenerezza. L’idea di fare un giornale prese corpo dalle sollecitazioni di don Achille Rossi e dall’ispirazione giornalistica del fratello Enzo , il direttore rimasto alla guida del mensile per 31 anni, fino alla sua morte avvenuta nel 2015. Attorno a loro si ritrovò un gruppo di amici che costituì il nucleo redazionale iniziale.

Fogli locali di informazione erano già stati sperimentati in passato, prima e dopo le due guerre mondiali, ma questo aveva l’ambizione di essere qualcosa di diverso, un giornale a tutto tondo, strutturato per informare sui fatti locali, nazionali e internazionali, senza porsi limiti di alcun genere, purché riuscisse a tenere insieme, intimamente connessi tra di loro, argomenti e dimensioni solo apparentemente distanti o esorbitanti il palcoscenico locale. Enzo Rossi riuscì ad assicurargli una postura giornalistica al riparo da condizionamenti, senza riferimenti ad alcuna area politica, se non a un campo progressista trasversale alle culture laica, socialista e cattolica; un mensile libero, pluralista, senza peli sulla lingua,  attaccato rigorosamente ai fatti, che si proponeva di raccontare la realtà andando a scavare, dietro le apparenti verità, le ragioni profonde del loro essere; un giornale che voleva parlare della politica non ai politici ma ai cittadini, che voleva entrare nelle stanze del potere e dei poteri per “provocare” con domande non “domesticate” parole di verità, con inchieste su argomenti scottanti.

Argomenti scomodi per lo più. Così scomodi che suscitarono subito alzate di scudi da parte delle diverse istituzioni e di alcuni centri di potere locale.

Ma non fu solo informazione e politica. Piano piano si è arricchito di pagine di cultura, arte, satira, memoria storica, rubriche con le quali è riuscito a rappresentare il territorio e i suoi abitanti.

Indimenticabili sono le pagine di satira e fumetti di Baldino, i “Sensoinverso” vellutati e pungenti di Enzo, i disegni e caricature di Gaetano Rasola, nonché la pagina di Dino Marinelli dedicata al racconto dialettale. Un amalgama ben riuscito.

La scelta del nome fu il risultato di una laboriosa e approfondita discussione; si optò per una sola parola facilmente comprensibile  e indicativa del programma da sviluppare.

Col tempo il giornale ha cercato di estendere la sua influenza ai territori limitrofi di Sansepolcro, Umbertide e Gubbio, cambiando formato più volte fino a raggiungere l’assetto attuale, e la sua durata ne ha fatto uno dei più longevi del territorio e della Regione.

Enzo era una persona che camminava davanti a tutti, ma sempre stando un passo indietro; sapeva aspettare e condurre ognuno alla casella più appropriata e congeniale. Non è un caso che le riunioni di redazione continuassero a casa sua, divenuta più che un cenacolo un porto di mare, dove molti amici sentivano di poter entrare senza formalità di alcun genere, perché accolti dalla paziente moglie Marcella e dalla inseparabile figlia Benedetta, che non disdegnava di accoccolarsi tra le sue braccia del padre davanti a tutti nel bel mezzo di un discorso. Un insieme che diventava un tutt’uno con la redazione.

Così i lavori prendevano avvio nel suo studio e alla tavola spesso si aggiungeva un posto in più. Un mondo in cui il giornale prendeva forma: contenuti, titoli, correzioni, discussioni, approfondimenti: una circolazione di idee che arricchiva ognuno secondo la propria sensibilità.

Una redazione nel vero senso della parola, cementata da amicizia e accoglienza divenute le cifre irripetibili di quella esperienza. Tutti si sentivano coinvolti. Tutti sentivano di aver parte. Al centro c’era lui con la sua bonomia che ispirava, correggeva, incitava, accoglieva. Senza mortificare. Senza umiliare. Il giornale era davvero un prodotto fatto in casa, un fai da te collettivo che ogni mese, senza soluzione di continuità, per 31 anni ha “sfornato” questo prodotto. Prima a otto, poi sedici 16, 32 pagine e così via. Questa memoria viva è un carburante inestinguibile che consente ancora a l’altrapagina di stare in piedi. ◘

 

Altrapagina – gennaio 2024 – pagina 5
Testimonianza del tempo
Voce “discorde” alteratrice di equilibri consolidati
di Achille Rossi

L’altrapagina è stata davvero un’avventura. È nata nel 1984 dall’entusiasmo di un gruppetto di giovani che non erano soddisfatti della politica tradizionale e che volevano spaziare verso orizzonti più ampi. Abbiamo iniziato a stampare un giornale di 8 pagine con il supporto di due tipografi che erano entrati nella nostra cooperativa editoriale. Il direttore era Enzo, che aveva studiato giornalismo e aveva la capacità di coalizzare intorno a sé persone diverse, unite dalla passione politica e dalla scrittura.

Di questo inizio mantengo una memoria molto viva, perché su l'altrapagina sono piovute numerose critiche soprattutto da parte dei politici, preoccupati per questa voce discorde che alterava gli equilibri consolidati. Il giornale comunque aveva trovato abbastanza presto il dosaggio tra la cronaca locale - impegnata a parlare di lavoro, di ambiente e di problemi locali - e le questioni internazionali che riguardavano il Sud del mondo, il debito estero, il dialogo interculturale. Ci hanno sostenuto in questo percorso alcuni grandi amici, oggi scomparsi, come Ernesto Balducci, Ivan Illich, Raimon Panikkar, Maurice Bellet, Pietro Barcellona, Bruno Amoroso, Enrique Dussel. Seguivano con simpatia il nostro lavoro giornalistico che consideravano prezioso perché era legato a un territorio concreto e al tempo stesso allargava lo sguardo verso un orizzonte più ampio. «Sono molto colpito dalradicamento locale della vostra rivista», mi ha scritto da Brema Ivan Illich, aggiungendo di conoscere al mondo solo due o tre esperienze come l'altrapagina. Panikkar ci leggeva tutti i mesi e non mancava di fare anche le osservazioni critiche che ci riguardavano. «Lo stile giornalistico non mi convince perché non tocca le realtà più profonde», ci scrisse una volta. Quando però gli narravo le condizioni dei dannati della Terra si commuoveva. «Mandami una decina di copie anche per i miei amici spagnoli che ancora non la conoscono».

L'altrapagina è nata per un tessuto di amicizie che le ha permesso di superare i confini locali e di incontrare persone di grande spessore umano e intellettuale che ci hanno arricchito della loro esperienza. L’intuizione iniziale era quella di non limitarsi alla creazione di un giornale, ma di affiancarla a un convegno annuale che potesse affrontare i problemi più attuali del nostro presente. Sono nati così i convegni de l'altrapagina iniziati nel 1986 a Città di Castello con la presenza di Raimon Panikkar e di Ernesto Balducci, e sono proseguiti fino ad oggi. Agli incontri si sono avvicendati filosofi e scienziati, economisti e teologi, psicoanalisti e storici come espressione della vita che si manifesta in molte forme.

Non possiamo dimenticare due economisti come Susan George, Riccardo Petrella, Rodrigo Rivas e lo psicoanalista perugino Carlo Brutti.

Nel contempo Enzo intrecciava una rete di rapporti che gli permetteva di approfondire volta per volta i vari temi da approfondire.

L'altrapagina si dedicò alla linea di separazione tra due parti del territorio, quella umbra e quella toscana e coniò l’espressione che ebbe successo, CastelBorgo, che sottolineava l’unità del territorio altotiberino.

In questa stagione feconda abbiamo fatto i primi passi del dialogo interculturale di cui Panikkar aveva tracciato la strada. Sfogliando i primi numeri de l'altrapagina ci viene in mente quando sia stato devastante per la politica italiana il fenomeno della P2 che ha coinvolto apparati dello Stato, gruppi di potere, approfittatori politici. Enzo, insieme a me e Franco Ciliberti, intervistò Tina Anselmi, che dirigeva la Commissione parlamentare sulla P2. Rimanemmo molto colpiti dal fatto che l’Anselmi rispose a poche domande e con un certo timore dicendo: «Questi sono terribili». Eravamo molto sorpresi dalla importanza della massoneria anche in sede locale, dove fiorivano tre Logge con una cinquantina di aderenti ciascuna.

Nello stesso tempo l'altrapagina si occupava della difesa del territorio, devastato dall’abusivismo e dal degrado, e si impegnava a sostenere le piccole e medie aziende nello sforzo di rinnovare le proprie produzioni. L’attenzione al lavoro e alle condizioni degli operai ha contraddistinto il percorso della rivista fin dai primi numeri. Alla scuola, ai servizi sociali, alla disoccupazione, l'altrapagina ha dedicato interventi pregevoli come quello di Mario Lodi e di Francesco Tonucci, che ruotavano intorno al tema dell’educazione come arte di coltivare la vita.

In un momento in cui prevalgono la distruzione e la violenza un pugno di uomini ha imboccato un’altra strada riconoscendo l’umanità del nemico e percorrendo le vie della pace. Il dramma palestinese è una ferita ancora aperta e il nostro mensile lo ha seguito con grande passione. «I palestinesi che nel 1947 sono stati costretti a lasciare la loro terra, hanno preso una grande valigia, piena di sofferenza e la trasportano ovunque essi vadano. E questa valigia di sofferenza umana e spirituale è la loro compagna di viaggio. Noi siamo stanchi di questa situazione. Vogliamo la pace, ma una pace giusta e durevole, non una resa».  La testimonianza di Ilarion Capucci, scritta nell’aprile del 1985 è di una attualità sconvolgente. Dopo anni e anni di umiliazioni questo popolo ha avuto la forza di alzarsi in piedi, di rivendicare davanti al mondo il suo diritto di esistere. Ma quello che colpisce in questa enorme tragedia è l’assenza della politica. ◘

 

Altrapagina – gennaio 2024 – pagine 53-54
Testimonianza del tempo
Le tante voci storiche della società Altotiberina
di Alvaro Tacchini

Cosa significhino 40 anni di storia di un giornale locale se ne rende conto soprattutto chi ne vive la vita, non solo scrivendo articoli in redazione, ma pure sobbarcandosi le fatiche per farlo sopravvivere. Parlo ovviamente di quei giornali che non godono di sostegno politico o istituzionale e di sovvenzioni da centri di potere economico. Come l’altrapagina e la quasi totalità dei periodici che, con alterne fortune, si sono affacciati nello scenario di Città di Castello e dell’Alta valle del Tevere.

40 anni rappresentano una generazione e mezzo. Vuol dire che chi era nei suoi vent’anni quando l’altrapagina ha mosso i primi passi è genitore da un pezzo e in molti casi è già nonno. Tanto tempo, quindi. Con una costanza e caparbietà (resilienza, diremmo oggi) che sono comprovate dalla storia.

L’altrapagina sta per diventare il giornale locale più longevo di Città di Castello e della valle. Fino ad ora il primato spettava al settimanale “La Rivendicazione”, sorto nell’ottobre 1902 e costretto a cessare le pubblicazioni nel marzo 1921, quando gli squadristi fascisti misero a soq-
quadro la sede del Partito socialista in via dei Casceri e distrussero la piccola tipografia del giornale. Erano infatti gli stessi tipografi socialisti tifernati a comporre e stampare “La Rivendicazione” nel loro tempo libero serale: un’opera di volontariato che abbassava radicalmente i costi e mostrava tangibilmente quanto quegli operai credessero nell’ideale del “sol dell’avvenire”. Nel dopoguerra, “La Rivendicazione” risorse il 1° maggio 1945 e si mantenne in vita con una apprezzabile periodicità dall’ottobre di quell’anno fino al giugno 1967. Poi uscì in rare occasioni. Nel complesso, quindi, considerando i periodi di attività ininterrotta, il giornale socialista ha avuto una storia di 40 anni e 3 mesi. Dalla primavera del 2024 sarà dunque l’altrapagina a conquistare il primato di longevità.

Il terzo periodico per durata è stato il cattolico “Voce di Popolo” (1910-1926). Fortemente voluto dal vescovo Carlo Liviero per sostenere la sua variegata azione pastorale, duellò con notevole grinta con “La Rivendicazione”, ma dette pure filo da torcere a “Corriere Tiberino” (1912-1913), organo del Partito radicale e del suo autorevole esponente Ugo Patrizi, all’epoca deputato, e dal- l’anticlericale “Il Tafano” (1910-1911), così “punzecchiante” che alla fine fu scomunicato dal vescovo. La nascita di “Voce di Popolo” portò anche alla fine di un altro periodico cattolico, “Gioventù Nova” (1905-1912), organo del Circolo “Nova Juventus”. Guidato da don Enrico Giovagnoli, diffondeva idee innovatrici ben oltre l’ambito dell’alta Umbria (il Circolo operava infatti anche a Gubbio). Liviero fu inviato a Città di Castello proprio per “normalizzare” una Chiesa locale percorsa da fremiti di rinnovamento giudicati troppo audaci dalle autorità ecclesiastiche.

Durante i 16 anni di vita di “Voce di Popolo” comparvero altri periodici. Di un certo peso fu “Il Dovere” (1915-1918), che nel Tifernate sostenne con ardore lo sforzo bellico durante la Grande Guerra. Poi, il settimanale liberale “La Vittoria” (1919), “La Via Maestra” e “Il Rinnovamento” (1919-1920), promossi da un gruppo di reduci del primo conflitto mondiale.

Tanti giornali locali nel pur breve giro di un quindicennio rivelano aspetti importanti della nostra società. Innanzitutto all’epoca si faceva politica in modo capillare e spesso arcigno. Non c’erano le mail, i messaggi whatsapp, le tivu, i collegamenti Zoom e tutto quanto ci permette di veicolare i messaggi politici stando comodamente seduti in casa. Nossignori! Bisognava andare a cercare la gente per la città, nelle campagne, nei caffè, nelle osterie e in ogni altro luogo di ritrovo: e il giornale permetteva di diffondere idee, di rispondere agli attacchi degli avversari, di mobilitare il popolo. Un uso “politico” del giornale che è continuato almeno fino agli anni ’70 del ’900. Inoltre - e dobbiamo andarne fieri - dopo l’Unità italiana a Città di Castello la dialettica culturale e politica si è progressivamente arricchita. E poi - questa sì che era una peculiarità tifernate - la città era ormai diventata un centro tipografico importante. L’esistenza di tre grandi tipografie per lo standard locale e di altre tre di piccole dimensioni rendeva facile trovare chi stampasse il giornale bene, alla svelta, in modo fidato e, altro aspetto essenziale, a prezzi di favore.

È stato così anche nei decenni procedenti, sebbene con una minore quantità di testate. L’esordio del giornalismo locale è avvenuto nel 1876. A distanza di poche settimane l’uno dall’altro furono pubblicati “Il Tevere” e “Patatrac!”; l’uno stampato nella tipo-litografia di Scipione Lapi, sorta da poco, l’altro dalla Tipografia Donati, in attività dalla fine del ‘700. Ne uscirono pochi numeri, ma si trattò comunque di un esordio significativo per vivacizzare il confronto politico e culturale a Città di Castello. Riveste un’importanza storica particolare soprattutto “Patatrac!”, espressione del nucleo internazionalista tifernate che ebbe risonanza anche sul piano nazionale. Pure Giuseppe Garibaldi si congratulò per l’uscita del pri­mo numero del giornale. Poco tempo dopo videro la luce “Il Tifernate” (1882), politicamente su posizioni progressiste, e “Lo Studente” (1884), settimanale “letterario-scientifico-umoristico” frutto dell’iniziativa di un gruppo di giovani.

Dall’agosto 1885 all’ottobre 1887 fu diffuso il settimanale repubblicano “La Scintilla”. Ne era l’anima e il finanziatore il colto proprietario terriero di Morra Giuseppe Nicasi. Arrivò a una tiratura di oltre 600 copie e a estendere il raggio di influenza su gran parte della provincia di Perugia.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX entrarono in scena “La Libera Pa­rola” (1896-1900) e “Unione Popolare” (1900-1904). Per ammissione del suo stesso proprietario e stampatore, il tipografo Giu­seppe Grifani, “La Libera Pa­rola” visse una vita precaria e stentata, perché i tifernati preferivano spendere i soldi per bere quotidianamente un “cicchetto di mistrà”, invece che per tenere in vita un periodico cittadino. Adesso di mistrà se ne beve meno, ma la generale ritrosia a dedicare qualche spicciolo ai periodici locali resta uguale. Di grande interesse è la vicenda di “Unione Popolare”, settimanale progressista costretto a cessare le pubblicazioni per una querela subita: la gravità della pena comminata ai gestori dal conservatorissimo tribunale di Perugia li costrinse ad emigrare in Francia.

Nei suoi primi anni di vita, “La Rivendicazione” ebbe come avversario “L’Alto Tevere” (1903-1909), settimanale liberal-monarchico finanziato da Leopoldo Franchetti. L’onorevole non aveva certo problemi di soldi e per garantire continuità al “suo” giornale fece venire dalle Marche un giornalista di professione. Era la prima volta che succedeva qui da noi.

Durante il fascismo, tempo di dittatura, non poteva esistere la libera espressione delle idee. L’unico periodico fu “Polliceverso”, l’organo del Fascio tifernate, che uscì dal giugno 1921 - poco dopo quindi la distruzione de “La Rivendicazione” - fino al 1926. All’inizio del 1924 comparve per qualche settimana anche “Yoga”, espressione di un nucleo fascista molto aggressivo.

Di un altro tenore fu “L’Alta Valle del Tevere” (1933-1940). Non ebbe problemi in epoca fascista perché si trattò di un periodico bimestrale esclusivamente culturale. Ebbe il merito di abbattere ogni campanilismo, di diventare il punto di riferimento degli intellettuali altotiberini e di valorizzare la storia, l’arte e il paesaggio dell’intera vallata, umbra e toscana. Inoltre per la prima volta veniva dato rilievo alle illustrazioni. In precedenza aveva cercato di proporsi come mensile illustrato “Plinio in Giovane” (1913), ma non durò che cinque numeri.

Dopo la seconda guerra mondiale, la riconquistata libertà e la voglia di partecipare alle vicende politiche fecero da scenario a una straordinaria stagione di giornalismo locale. Tra la fine del 1944 e il 1946 apparvero “Libertà”, organo della Democrazia Cristiana, “Voce Proletaria”, comunista, “Senso Comune”, repubblicano, “Il Progresso”, liberale, “La Rivendicazione”, socialista, e “L’Atollo”, politicamente indipendente. Inoltre nel marzo 1945 iniziò a uscire “Voce Cattolica”, che si interessò sia di questioni religiose sia politico-sociali. Restò periodico prettamente tifernate fino al 1953, quando i cattolici umbri scelsero di dar vita a un settimanale regionale con redazioni locali, chiamandolo “La Voce”. È tuttora un importante organo di informazione.

Delle vicende di altri periodici locali sorti tra gli anni ’50 e i giorni nostri meriterà parlarne in un’altra occasione ◘


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