Mercoledì, 22 Settembre 2021

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Shopping aziendale

Economia. Fondi di investimento e multinazionali stanno facendo ‘shopping’ di aziende altotiberine: cosa cambia per l’economia e il lavoro. Intervista a Fabrizio Fratini della Fp Cgil

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Negli anni '90 il rischio per l’economia aveva un solo nome: delocalizzazione. Le aziende piantavano in asso operai e fabbriche e trasferivano la loro attività in Paesi, prevalentemente dell’est Europa, dove il capitale rendeva di più grazie ai minori costi dei salari e alle inesistenti tutele sindacali. Oggi il pericolo ha un altro nome: finanziarizzazione, ovvero l’ingresso nei capitali aziendali di fondi d’investimento, dei colossi della finanza o delle multinazionali. Sono diventate appetibili le aziende in buone condizioni, che dispongono di competenze e professionalità non reperibili altrove. In questi ultimi mesi sono avvenuti molti di questi “acquisti” o “passaggi” di proprietà di fiorenti aziende altotiberine. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Fratini, da poco tempo nuovo segretario della Cgil.

L’ingresso di capitali finanziari e delle multinazionali è destinato a cambiare le prospettive del lavoro e dello sviluppo del territorio: con quali conseguenze?

«Quando ho iniziato la mia attività, 33 anni fa alla Fiom-Cgil, le proprietà erano locali, spesso vere e proprie dinastie… Negli anni '90 è finita: la svalutazione della lira, l’apertura dei mercati e la globalizzazione delle merci ma non dei diritti. Siamo stati costretti sulla difensiva per la tutela delle produzioni, perché la scelta del capitale era quella di spostarsi dove i costi erano minori. Ci siamo trovati nella contraddizione di difendere alcuni diritti conquistati da noi che finivano per penalizzare aziende e lavoratori in altri Paesi. Poi con l’ingresso delle multinazionali non si capiva neanche come fosse applicata la fiscalità, quindi si sottraevano lavoro, ricchezza, ma anche risorse fiscali. Molti sottolineano che la presenza delle multinazionali in Umbria è bassa rispetto al totale delle imprese (l’1,7 % del totale delle imprese, ma è molto significativa per addetti, fatturato, pil)».

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Sì, ma per voi è suonato il campanello di allarme oppure no? Come viene valutato questo fenomeno del tutto nuovo?

«Negli ultimi anni abbiamo registrato in anticipo questi mutamenti, partendo dalla Terex a Umbertide (una operazione positiva visto il consolidamento delle produzioni e lo sviluppo occupazionale), che appartiene a un gruppo statunitense, arrivando fino alla Nardi, ultimamente il Gruppo Salpa e Landini Giuntini, e anche noi ci stiamo domandando cosa sta avvenendo e cosa comporta l’insieme di questi cambiamenti. Innanzitutto bisogna registrare che in termini occupazionali abbiamo tenuto, ma un conto è contrattare con una proprietà locale e un consiglio d’amministrazione, un conto con un fondo finanziario».

Resta da capire se questi cambiamenti costituiscono un rischio o una opportunità.

«Le scelte delle multinazionali non sono basate sullo schema produzione/utili, ma sono determinate da tanti fattori: uno stabilimento può essere chiuso semplicemente perché funzionale agli azionisti o all’azienda, che anziché investire nel lavoro preferisce la Borsa. La rendita è poco tassata, il lavoro molto di più e mantiene quasi in esclusiva lo stato sociale. Molti imprenditori preferiscono investire sulla finanza piuttosto che affrontare il rischio d’impresa. A oggi, ribadisco, non abbiamo avuto contraccolpi occupazionali, ma non siamo riusciti ancora a confrontarci con tutti. Per affrontare questa sfida, da tempo abbiamo organizzato coordinamenti sindacali confederali a livello continentale, lottato per la Carta dei diritti di Nizza, che garantisce diritti omogenei a livello europeo sulla falsariga della Carta dei diritti universali del lavoro, sulla quale la Cgil ha raccolto 3,3 milioni di firme».

Ma quali rischi, se ci sono, si nascondono dietro l’angolo. Abbiamo visto il caso della Embraco e di altre multinazionali pronte a fare le valige e senza dare spiegazioni.

«Il rischio evidente e palese – sono ipocriti coloro che fingono di non vedere – è che in assenza di regole si apra una guerra tra poveri nel Paese e tra i vari Paesi. La lotta di classe c’è ancora, il problema è che la sta vincendo il capitale e non il lavoro… e c’è il rischio che il fattore umano (i lavoratori) venga “trattato” alla stregua di una merce, anzi considerato meno di un prodotto messo in vendita. I danni del liberismo sfrenato sono sotto gli occhi di tutti. La nostra risposta è estendere i diritti su e nel lavoro, ridare centralità e dignità al lavoro, unico fattore di trasformazione e mobilità sociale, coniugando sviluppo e progresso in senso gramsciano».

Resta il fatto che queste realtà non guardano in faccia ad alcuno e non hanno remore a chiudere, delocalizzare, lasciare i lavoratori senza lavoro, stipendio e tutele.

«Per evitare la ripetizione di queste storie, tutti i soggetti attori protagonisti nel territorio devono lavorare per “vincolare” le scelte al rispetto dell’ambiente, dell’occupazione, insomma del territorio nel suo complesso. A partire dalle istituzioni».

In che modo?

«Innanzi tutto mi permetto di dire che chi volesse investire in questo territorio dovrebbe riutilizzare i capannoni dismessi anziché costruirne di nuovi. Chi si insedia nel nostro territorio, multinazionali e fondi di investimento, deve tenere conto che beneficia della sua ricchezza, delle competenze maturate, dei saperi, delle professionalità, ecc. È chiaro che anche noi dovremo definire un altro modo di contrattare. Per anni abbiamo sostenuto che il socialismo appenninico, di cui faceva parte l’Altotevere, era fondato sul piccolo e bello, ma quelle che noi definiamo piccole imprese per l’Istat sono piccolissime imprese, ovvero comprese nella fascia 1-9 addetti».

Con l’ingresso dei nuovi capitali è cambiato anche il management aziendale?

ScreenHunter 08 Aug. 07 16.14«Alcune si avvalgono di competenze locali, altre no, quindi con queste ultime non abbiamo ancora avuto contatti. Questa difficoltà riguarda noi, ma anche le amministrazioni locali e la stessa Regione. Tempo fa avevo sostenuto che la produzione storica che ha retto a Città di Castello è il settore grafico e cartotecnico che oggi conta circa duemila addetti e, seppure trasformato, ancora ha il suo peso ed è più legato al territorio. Diciamo che se la Regione intende adottare la definizione o il contenuto del distretto, sia che lo faccia con una legge o provveda col Pnrr, esso deve collocarsi qui e non a Bastia. Non lo dico per campanilismo, ma chi ha studiato i distretti afferma che è necessaria una massa critica di lavoro, un valore aggiunto che è cosa diversa dal Pil».

Dove sono entrati questi colossi, vedi Amazon, Whirlpool, Uber ecc. la condizione dei lavoratori è peggiorata: è questo che si teme.

«Per conoscere i fenomeni bisogna studiarli e approfondirli, ma siccome questi eventi si sono succeduti rapidamente, siamo obbligati a correre. Il punto di forza del nostro territorio sono le professionalità, però non c’è dubbio che si sta configurando uno scenario nuovo, stiamo entrando in qualcosa di molto più grande in cui queste qualità potrebbero non essere più interessanti per le multinazionali. Il quadro di riferimento è cambiato: nell’operaio in passato c’era l’orgoglio di appartenere a un’azienda, il lavoro era centrale, i contratti a tempo indeterminato erano prevalenti, di tipologie contrattuali ce n’era una sola, eccetto i lavori stagionali. Oggi prevale la falsa narrazione del togliere i diritti a chi ne ha per darli a chi non ne ha. In realtà sono stati tolti a tutti. In questo clima la rapidità con cui le multinazionali si muovono può comportare di trovarsi di fronte al fatto compiuto. Per questo servirebbero, da parte di sindacati e istituzioni, dei protocolli per vincolare l’attività. È una nuova sfida». ◘

di Antonio Guerrini


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