Venerdì, 09 Dicembre 2022

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Supplemento al numero 10/2022
da l'altrapagina.it

Ideazione e coordinamento editoriale
Andrea Chioini

Direttore Responsabile
Antonio Guerrini

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Lentius, profundius, soavius: più lentamente, più profondamente, più dolcemente. Alex Langer, uno dei profeti inascoltati del tempo presente, ha inanellato tre avverbi comparativi (di maggioranza) che, tenuti insieme, potrebbero essere una delle chiavi con cui affrontare un futuro. Ha scelto il latino, lingua franca europea per un millennio, quasi volesse rammentarci
le radici del nostro pensiero primario, delle lingue, delle culture…
Quei tre comparativi incastonati uno nell’altro sono stati a lungo il perno di molte riflessioni sviluppate dal variegato universo ecologista (italiano e non) grazie ai “Quattro consigli per un futuro amico” espressi da Langer stesso nel dicembre del 1994 durante il Convegno giovanile della Pro-civitate ad Assisi.
Sono trascorsi quasi trent’anni e sembra stia prevalendo l’indifferenza davanti a quelle esortazioni nonostante la consapevolezza crescente sulla loro fondatezza in ogni strato della popolazione mondiale, nelle metropoli come nelle foreste equatoriali.
Risalendo all’indietro di due decenni ancora, si arriva al 1972, anno di pubblicazione de “I limiti dello sviluppo”, un rapporto che il Club di Roma aveva commissionato al Massachussets Institute of Technology (MIT) che costituisce una pietra angolare nella storia del pensiero: fu il primo tentativo di mettere in guardia il genere umano sulle conseguenze derivanti dall’idea che lo sviluppo economico e tecnologico avrebbe potuto procedere all’infinito senza problemi irrisolvibili. 
Dopo mezzo secolo, all’entrata di una fase di stravolgimento climatico senza precedenti nella memoria dei popoli, stanno diventando realtà tutte le peggiori previsioni elaborate sulla scorta di quellaconsapevolezza.

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ACQUA, ARIA, FUOCO, TERRA
Conoscenza, trasparenza, interesse pubblico

Un elenco lunghissimo di questioni che ha nell’alterazione del clima il suo massimo emblema: indicatore del fatto che stanno saltando gli equilibri delicatissimi alla base della vita sul pianeta Terra.

Coloro che per decenni hanno richiamato con ogni mezzo l’attenzione dell’opinione pubblica perché spingesse i governi sulla strada della sostenibilità ambientalestanno continuando nella loro opera di sensibilizzazione con un cruccio in più:
quello di vedere riconosciute le proprie ragioni senza vedere concreti cambiamenti nelle scelte strategiche dei governi (europeo, nazionale, locale).

A fronte di questa ignavia c’è un numero crescente di persone che vorrebbero dare un proprio contributo nella trasformazione dei propri stili di vita, ma non sanno da dove cominciare.

“EcoSistema” non ha soluzioni pronte, ma si propone come strumento di consapevolezza sugli scenari (g-locali) all’interno di cui scorrono le nostre esistenze quotidiane. Solo la conoscenza può farci capire come pensare (e costruire) un futuro fatto di cooperazione tra umani e sistema vivente.

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Nota
I q-r-code
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1) consultare
le fonti delle
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2) risalire alle
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degli articoli
nel sito
altrapagina.it/
ecosistema

Adattamento al clima che muta
nei territori la forza per una conversione ecologica

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Un elenco lunghissimo di questioni che ha nell’alterazione del clima il suo massimo emblema: indicatore del fatto che stanno saltando gli equilibri delicatissimi alla base della vita sul pianeta Terra.

Coloro che per decenni hanno richiamato con ogni mezzo l’attenzione dell’opinione pubblica perché spingesse i governi sulla strada della sostenibilità ambientalestanno continuando nella loro opera di sensibilizzazione con un cruccio in più:
quello di vedere riconosciute le proprie ragioni senza vedere concreti cambiamenti nelle scelte strategiche dei governi (europeo, nazionale, locale).

A fronte di questa ignavia c’è un numero crescente di persone che vorrebbero dare un proprio contributo nella trasformazione dei propri stili di vita, ma non sanno da dove cominciare.

“EcoSistema” non ha soluzioni pronte, ma si propone come strumento di consapevolezza sugli scenari (g-locali) all’interno di cui scorrono le nostre esistenze quotidiane. Solo la conoscenza può farci capire come pensare (e costruire) un futuro fatto di cooperazione tra umani e sistema vivente.

“La scuola deve diventare un centro di formazione alla convivenza aperta a tutti; la cura della salute deve spostare il suo asse dalla terapia alla prevenzione.
In una prospettiva del genere, ci sarà posto per tutti su quel che resterà della Terra, sia per abitarla che per garantire a ciascuno un ruolo, un’attività, un mododi rendersi utile senza piegarsi al feticcio dell’occupazione, che riguarda sempree solo una parte della popolazione. Ma chi ha il coraggio di mettersi su questa strada?”.
Una prospettiva che può apparire impraticabile perché richiama i temi di quella“decrescita” (per di più felice) che il vituperato Serge Latuche ha portato alla rilevanza del dibattito pubblico in larga parte dell’occidente industrializzato. C’è un elemento curioso: quell’idea comincia a delinearsi come l’unico orizzonte a cui tendere in alternativa allo scenario dai tratti apocalittici a cui non possiamo di certo assuefarci.

EcoSistema: strumento di azione sociale cantiere per la trasparenza dei dati

 

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Diciamo subito che l’espressione “EcoSistema” utilizzata per caratterizzare questa parte del giornale arriva, dritto dritto, dal rapporto annuale che Legambiente, da quasi un trentennio, predispone a livello nazionale e che da due anni ha la sua versione regionale in Umbria.
Queste pagine riconoscono il valore di quell’esperienza che si muove proprio nel senso indicato poc’anzi: recuperare la “forza di ciascun territorio”. Il tutto senza appiattirci su Legambiente Umbria, ma condividendo con questa associazione un “cantiere di lavoro” per la divulgazione e lo scambio dei saperi: sarà tanto più utile quanto più attrattore di nuovi soggetti, singoli o già associati, per trasformarli in uno strumento di dibattito e azione pubblica. Il tutto a patto che si irrobustisca e diffonda la cultura della trasparenza e delle verifiche, a partire dalla apertura dei dati di interesse pubblico. (A.C.)

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Il rilevamento della qualità dell’aria prevede l’uso di centraline in grado di registrare non solo i valori di Pm (materiale particolato) e ozono, ma anche di biossido di zolfo, ossido di carbonio, biossido di azoto per cui mancano del tutti riferimenti. Inoltre le centraline di monitoraggio di Arpa Umbria non sono presenti in tutte le 15 città prese in esame. Da qui la scelta di assegnare il valore minimo di tutti i parametri alle città che non avevano dati rilevati.

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Consumi e dispersioni dell’acqua sono tutti ampiamente fuori degli standard raccomandati dalle organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Onu. Il valore di 100 litri/persona/giorno è superato persino dalla realtà più contenuta nell’uso: Marsciano. Dato che si rispecchia nel suo esatto contrario, quanto a dispersioni dell’acquedotto. Le cifre (ferme al 2018) sono fornite all’Istat  all’Autorità regolatrice energia reti ambiente (Arera).

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Il consumo di suolo (ovvero la copertura artificiale delle superfici) costituisce l’indicatore della pressione antropica sullo strato fertile della crosta terrestre evidenziando, al tempo, gli orientamenti delle politiche urbanistiche di un determinato comune: edifici, strade, cave, discariche, cantieri, piazzali... tutto ciò che finisce per impermeabilizzare le superfici con effetti di alterazione sul corso delle acque in caso di forti precipitazioni. Le medie: Europa 4,2%, Italia 7,11%, Umbria 8,3%.

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Con un consumo energetico annuale di 2117 ktep (dati Enea 2019) l’Umbria emette ogni anno 6,36 milioni di tonnellate di Co2. Il sito Openpolis attribuisce una quantità media pro-capite di 7,36 tonnellate/anno a chi risiede nel territorio regionale. Comunque i dati sull’energia (da qualsiasi fonte
prodotta consumata nei Comuni) sono disponibili solo per le amministrazioni municipali che le richiedono alle società distributrici. Il Gse rileva (e diffonde) i dati sulle fonti rinnovabili.

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L’opacità dei dati sul tema rifiuti – materie seconde caratterizza un settore spezzettato in otto diverse gestioni (solo una pubblica): tutte le quantificazioni vengono effettuate dai soggetti gestori e non dai controllori, idem per la strutturazione delle tariffe; le cifre erogate dai consorzi obbligatori per il pagamento dei materiali differenziati rimangono un mistero, idem per l’identità dei destinatari.
Dovrebbero essere i Comuni a cui spetta però la copertura delle morosità (anche questa sconosciuta)

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In Umbria si registra il tasso di motorizzazione privata tra i più alti d’Europa in perfetta (e rovesciata) simmetria con la qualità del trasporto pubblico locale. Sullo sfondo la trascuratezza manifestata da molte amministrazioni locali per incentivare l’uso della bicicletta e favorire gli spostamenti a piedi. Dal punto di vista statistico mancano ancora le rilevazioni sull’esistenza di piste ciclabili e ciclo-pedonali in sede propria.

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Pensare al miliardo di euro arrivati nel folignate per la ricostruzione dopo il terremoto del 1997 e leggere (a 25 anni da quei fatti) i dati sulla qualità am bientale della città c’è da provare un considerevole sconcerto. Quando in un territorio comunale di 265 chilometri quadrati (con 127 frazioni) si sono operati circa 3.500 interventi, tra riedificazioni e ristrutturazioni, ci sarebbe da aspettarsi un risultato di ricomposizione complessiva tra l’edificato e gli spazi aperti, tra le attività quotidiane e i servizi pubblici. Una ricomposizione fatta sì di ripristino dell’esistente, ma anche proiettata verso un futuro di trasformazioni equilibrate, sostenibili e competitive, socialmente inclusive, culturalmente evolutive.
Nel centro storico del capoluogo 685 cantieri, 350 milioni di euro per l’edilizia privata e pubblica, beni culturali, reti di servizio (acqua, luce, gas, fibra ottica), 150 mila metri quadrati di ripavimentazione Guardando allo stato delle cose, dopo un quarto di secolo di opere pubbliche e
interventi privati, quasi tutti gli indicatori tendono al basso: calo della popolazione complessiva, forte consumo d’acqua, aria inquinata, fotovoltaico quasi inesistente, tanti rifiuti e poco differenziati, troppi incidenti stradali.

Ambiente, il “grande rimosso”
Comprensorio folignate – temperature medie e demografia

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Di particolare pesantezza lo spopolamento della montagna folignate che secondo il Piano di ricostruzione, avrebbe dovuto recuperare un “equilibrio funzionale” con la pianura grazie alla riqualificazione del sistema a rete delle comunicazioni, attraverso la creazione di nuove centralità, integrando gli elementi naturali e paesaggistici nella trama complessiva. Le Norme Tecniche del Piano regolatore definivano (art. 6) lo “spazio urbano” come obiettivo di insieme articolato fra centro, capoluogo e frazioni, elementi storici e parti in corso di evoluzione o consolidamento, coordinato e legato dai sistemi della mobilità, del verde, dei servizi e attrezzature”.
Vogliamo fare una verifica di quanto è poi effettivamente accaduto?
Questo Dossier dedicato a Foligno (con sguardo attento al comprensorio) ha l’obiettivo di stimolare riflessioni, analisi, proposte.

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La “mal’aria” a lu Centru de lu munnu

Con 43 superamenti del limite di legge (vedi tabella a pag. 4) Foligno respira aria simile a quella di Terni (forse la peggiore in Umbria): questo dicono i rilevamenti dell’unica centralina che l’Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpa) ha collocato in città, a Porta Romana.
Un impianto che, però, si limita a registrare i valori di Biossido di azoto, del Pm10 e del Pm 2,5 (media delle 24 ore ed eventuali superamenti dei limiti di legge, solo per il Pm 10).
Nessuna misurazione viene diffusa sulle altre sostanze previste dai programmi delle centraline Arpa: Biossido di zolfo, Ossido di carbonio, Ozono, I risultati del monitoraggio sono riportati qui
Con l’abbreviazione “Pm”viene indicato il materiale particolato aerodisperso con particelle di diametro aerodinamico inferiore o uguale a 10 oppure a 2,5 micromètri (µm = un millesimo di millimetro).
Le misurazioni su Pm 10 e Pm 2,5 indicano i microgrammi (un millesimo di grammo) presenti in un metro cubo d’aria nella media delle 24 ore.
Le regole per il Pm10 vengono indicate dal Decreto legislativo 155/2010: il limite giornaliero è pari a 50 µg/mc, da non superare più di 35 volte per anno civile. Nello stesso decreto viene anche stabilito un altro limite fissato a 40 µg/mc come media annua.

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Una "guerra dell'acqua" di 70 anni fa con effetti che si sentono ancora

A Foligno e nel suo territorio la disponibilità di acqua costituisce un elemento preponderante, trovandosi a cavallo tra gli Appennini centrali e la Valle Umbra.
Questa ricchezza idrica è stata determinante per la storia, ambientale e umana, che ne ha determinato le caratteristiche.
Da qualche decennio tutto il sistema distributivo è affidato alla Valle Umbra Servizi, una società per azioni interamente in mani pubbliche, ovvero i 22 Comuni che formano i comprensori Valnerina, Spoletino e Folignate.
La portata delle sorgenti è sotto monitoraggio continuo da parte dell’Arpa. Secondo i rilevamenti di Arera (Autorità regolatrice energia reti acqua), nel 2020 il 58% dell’acqua si perde durante il trasferimento dalle sorgenti alle abitazioni folignati (5 anni prima era del 45%).
La concentrazione di sorgenti in questo territorio è stata il motivo scatenante di “una guerra amministrativa” per l’accaparramento dell’acqua, quando le necessità di rifornimento del capoluogo di provincia (allora la Regione non esisteva ancora), negli anni Cinquanta del secolo scorso, sconvolsero equilibri esistenti da secoli. Una vicenda descritta nei dettagli da questo articolo.
Non poteva andare altrimenti, visto che Perugia è stata una delle prime città italiane a far entrare i privati (nel 1969, una spa milanese, Crea, Costruzione riordino esercizio acquedotti) nel servizio di captazione e distribuzione idrica, elemento che indicava la visione “avveniristica” di quello che sarebbe diventato
il valore di questo elemento indispensabile alla vita. In proposito riferisce questa scheda.
Si può tentare di ricostruire lo stato dei consumi attuali intrecciando dati rintracciabili in rete: le attività domestiche e produttive (escluse quelle agricole) di Foligno consumano circa 3,3 miliardi di litri di acqua potabile ogni anno.
Un dato coerente con i 195 litri al giorno per “utenza” rilevato dal dossier 2021 di Legambiente.
Si tratta, va evidenziato, di una ri-costruzione empirica: i vari soggetti istituzionali preposti alla regolazione e alla gestione dei servizi non pubblicano nei loro siti questi dati, nonostante vari decreti legislativi e una pluralità di regolamenti lo prevedano espressamente. Va anche detto che, quando vengono resi disponibili, sono vecchi di qualche anno.
Erogatori pubblici (casette dell’acqua). Ce n’è uno per 55mila abitanti: a S. Paolo, alimentato dalla sorgente di Capodacqua). Foligno è ultima delle 15 città con oltre 15mila abitanti.
Depurazione: incide per il 50% nell’importo delle bollette: è l’intervento che salvaguarda la qualità dei corsi d’acqua e costituisce la chiusura del cerchio “minima” indispensabile.
Non poteva andare altrimenti, visto che Perugia è stata una delle prime città italiane a far entrare i privati (nel 1969, una spa milanese, Crea, Costruzione riordino esercizio acquedotti) nel servizio di captazione e distribuzione idrica, elemento che indicava la visione “avveniristica” di quello che sarebbe diventato
il valore di questo elemento indispensabile alla vita. In proposito riferisce questa scheda Si può tentare di ricostruire lo stato dei consumi attuali intrecciando dati rintracciabili in rete: le attività domestiche e produttive (escluse quelle agricole) di Foligno consumano circa 3,3 miliardi di litri di acqua potabile ogni anno.
Un dato coerente con i 195 litri al giorno per “utenza” rilevato dal dossier 2021 di Legambiente.
Si tratta, va evidenziato, di una ri-costruzione empirica: i vari soggetti istituzionali preposti alla regolazione e alla gestione dei servizi non pubblicano nei loro siti questi dati, nonostante vari decreti legislativi e una pluralità di regolamenti lo prevedano espressamente. Va anche detto che, quando vengono resi disponibili, sono vecchi di qualche anno.
Erogatori pubblici (casette dell’acqua). Ce n’è uno per 55mila abitanti: a S. Paolo, alimentato dalla sorgente di Capodacqua). Foligno è ultima delle 15 città con oltre 15mila abitanti.
Depurazione: incide per il 50% nell’importo delle bollette: è l’intervento che salvaguarda la qualità dei corsi d’acqua e costituisce la chiusura del cerchio “minima” indispensabile.

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Gli impianti presenti nel comprensorio folignate riescono a servire un potenziale di 120 mila abitanti. Dalla tabella emerge una tendenza al depotenziamento del sistema di depurazione (stando ai dati disponibili in rete): cala il numero degli impianti e rimane inalterato quello dei “terziari” che costituiscono la migliore garanzia per l’abbattimento delle sostanze inquinanti.

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+ aria e sole / - cemento e asfalto
Impermeabilizzare aggiunge traffici e inquinamento

Un territorio comunale vasto 26377 ettari di cui 2117 (pari all’8%) occupati da edifici, strade, infrastrutture: questa la grandezza del consumo di suolo per Foligno.
Un incremento che fa registrare alla città uno dei migliori risultati nel dossier regionale di Legambiente (al 3° posto) a cui fa da contraltare il 10° quanto a copertura complessiva della superficie comunale.
Allargando lo sguardo al comprensorio: Spello ha un preoccupante 9,49% di consumo, a cui fa eco Trevi con 8,37. Confermano una tendenza “bulimica” per cemento e asfalto che creano un’unica conurbazione con Foligno. Il tutto a ridosso delle superstrade 3 Flaminia e 75bis, con immaginabili effetti di sovraccarico quanto a traffico e inquinamento.
Utile al riguardo la definizione scientifica di questo processo: “consumo di suolo è dato dal crescente insieme di aree coperte da edifici, fabbricati, capannoni, strade asfaltate o sterrate, aree estrattive, discariche, cantieri, cortili, piazzali e altre aree pavimentate o in terra battuta, serre e altre coperture permanenti, aeroporti e porti, aree e campi sportivi impermeabili, ferrovie ed altre infrastrutture, pannelli
fotovoltaici e tutte le altre aree impermeabilizzate, non necessariamente urbane.
Tale definizione si estende, pertanto, anche in ambiti rurali e naturali ed esclude, invece, le aree aperte naturali e seminaturali in ambito urbano”.

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La scommessa degli edifici

ScreenHunter 02 Oct. 26 15.06Il riscaldamento degli edifici costituisce una delle voci di maggior dispendio energetico per le modalità con cui sono state costruite pressoché tutte le unità abitative dal 1945 a oggi. Può essere interessante il quadro com­prensoriale sui volumi delle costruzioni che, nella quasi totalità, richiederebbero interven­ti per limitare la dissipazione del calore.
“Peggio che andar di notte” per quello che ri­guarda l’approvvigionamento da fonti rinno­vabili di energia: Foligno è ultima tra i Comu­ni con più di 15mila abitanti, con una media di 0,25 kilowatt/ora/procapite installato.
Andava meglio per il ricorso ai derivati da pe­trolio per il funzionamento degli impianti di riscaldamento: solo 0,3% funziona a gasolio. Di certo le vicende di questi mesi che hanno fatto del metano una delle fonti più costose in assoluto rende ancora più complicato il quadro.
Utile, in proposito, il quadro sulle edificazioni successive al 1945, che offrono una mappa teorica del potenziale intervento per la riqualificazione energetica nel com­prensorio.

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Alta produzione, bassa differenziazione
Poca intesa tra cittadinanza e gestore del servizio

Il record negativo regionale per la produzione pro-capite di rifiuti: 609 chilogrammi all’anno. ScreenHunter 04 Oct. 26 15.17
Va detto che una parte della popolazione si sfor­za di praticare correttamente la differenziazione dei ateriali: Foligno riesce a contenere sotto al 6% la presenza di componenti estranee nella fra­zione organica che viene conferita.
Il 60,8% la parte dei materiali correttamente differenziati si ferma a 58,8 sotto di 13,5 punti dell’obbiettivo regionale.
La distribuzione delle responsabilità di un tale stato di cose è tutta da ricostruire. Le carenze nella gestione del servizio (assenza del porta a porta, copertura delle frazioni più distanti, mancata registrazione di utenze) incentivano comportamenti poco virtuosi in alcune zone città: discariche abusive lungo le strade meno frequen­tate, mancata differenziazione dei materiali.
C’è scarsa chiarezza sul denaro che dovrebbe tornare nelle casse di ogni co­mune da parte dei consorzi obbligatori per il conferimento delle varie compo­nenti differenziate: nella tabella una stima delle  quotazioni (per tonnellata).

ScreenHunter 09 Oct. 26 15.27

"Paradiso perduto" delle biciclette

ScreenHunter 58 Oct. 25 01.00Potrebbe essere il “paradiso della mobilità dolce” ma, per ora, ha scelto di rinunciare.
Foligno, città dall’andamento orografico piatto come un tavolo da biliardo, è il simbolo di un’occasione perduta. Peggio, di un’occasione rigettata dopo la sperimentazione lasciata morire nell’arco di 4 – 5 anni delle due velo-stazioni per il bike-sharing create al Plateatico e presso la stazione ferroviaria.
Una vicenda che meriterebbe di venire raccontata nei dettagli per capire come evitare, in futuro, gli stessi errori già accumulati. A fronte di circa 1200 chilometri di strade comunali, Foligno dispone di 27,05 chilometri di piste ciclabili (con ulteriori 2.720 metri in costruzione). Le piste “ciclabili” registrano uno spezzettamento che andrebbe ricomposto quanto prima. Altro problema: i tratti in sede propria sono la
parte minore, dal momento che molti percorsi coincidono con i marciapiedi. Nel calcolo della lunghezza complessiva sono inclusi anche 3600 metri nell’isola pedonale del centro storico.

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Gli orti dell'ingegnere
di Giorgio Filippi

L’Opel bianca imbocca il cancello stretto. Anche io che la seguo prendo larga la curva. A sinistra della strada, protette da una recinzione, lunghi solchi di insalate, melanzane, cicoria e pomodori. Siamo nella campagna diBorroni, alla periferia di Foligno, nel tardo pomeriggio. La temperatura è quella particolarmente calda che ha caratterizzato la prima settimana di luglio.
Fermiamo le auto accanto alla capanna degli attrezzi. Qui comincia la nostra chiacchierata con Leonardo Paliani. Quarantuno anni, robusto, atletico, giocatore di pallone, il nostro ortolano è dal 2019 che si dedica a a questa attività.
Prima la laurea in ingegneria( ), poi la professione in Russia, a Mosca. Da autodidatta ha studiato la lingua russa proprio per inserirsi subito nel lavoro. Esperienza durata più di un quinquennio. Poi il ritorno a casa sulle terre dei nonni. “Qui coltivo tre ettari, una parte è tenuta a riposo. Dall’altra parte della strada i campi sono dei dei miei vicini e li utilizzano per la propria produzione domestica, mi dice Leonardo e, con un lungo respiro, sottolinea, per fortuna posso contare sull’aiuto dei miei genitori. Il mestiere mi appassiona, ma far quadrare i bilanci è dura” Leonardo è riuscito a mettere in azione un accurato impianto di irrigazione a “goccia” che deve monitorare ogni mattina presto e ogni sera fino a tardi. “Le ore di sonno d’estate sono poche! C’è molto da sorvegliare, sorride Leonardo, merli e altri uccelli per bere beccano il tubo che spesso si rompe. Ho provato a mettere delle ciotole con acqua e cibo ma il risultato è stato deludente. A loropiace beccare e a qualcun altro rodere lì dove spunta la goccia”.
Arriva una telefonata “No, non stasera ! Le melanzane posso coglierle solo domattina prima del mercato. Adesso è impossibile, sono flaccide come mozzarelle. Solo dopo il fresco della sera e della notte è possibile raccoglierle”.
Leonardo abita con mamma Angela e papà Alvaro in un ampio ed elegante casolare ristrutturato a Torre di Montefalco.
La strada per arrivarci si tuffa nei vigneti di Caprai. La prima cosa che si nota, arrivando, è la grande serra, regno di pomodori, cetrioli, zucchine. Leonardo ci tiene a far notare che qui c’è sempre da far spazio a coltivazioni precoci o tardive.
Uomo di scuola, Alvaro ha operato all’Istituto Professionale di Foligno. Si è trasferito qui venti anni fa. Da sempre vive il suo amore per la campagna:
«Gli strumenti che servono adesso li abbiamo tutti, compresi due trattori, mancano le braccia, ma Leonardo fa miracoli. Penso proprio di avergliela trasmessa io la passione per la terra. Del resto anche la mia infanzia è stata felicissima! Intere estati passate arrampicato sugli alberi di ciliegio o a cavallo del somarello che ogni sera andavo a riprendere al pascolo. Orsano, arrampicato sul cucuzzolo, era il paese dei miei nonni».
Anche Angela lavora nella serra e cura gli orti e le galline che razzolano in grandi spazi. Donna energica, silenziosa e precisa, quando le si chiede come fa Leonardo a gestire una attività così complessa, risponde orgogliosamente “Lui ha sempre avuto una grande memoria”.
In un appartamento del casolare abita, con il marito Giuliano e il figlioletto Michelangelo, Irene, sorella di Leonardo. Lei a Foligno svolge l’attività di architetto.
“Adesso hai conosciuto proprio tutta la famiglia, dice con tono soddisfatto Alvaro, mentre mesce il suo prezioso vino, fresco di cantina. Devi proprio vederlo, quel folletto di mio nipote appena torna a casa: va nel pollaio, sceglie la spiga più bella e matura e la sgrana, acino dopo acino per regalare il granturco alle galline che, appena lo vedono, felici, si fanno sotto e arrotano il becco.”
Si è fatta notte, la sera esplode in tutta la sua estate. Leonardo non ha ancora finito, deve fare il suo giro di controllo. Ci vediamo domani al mercato. ◘

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Comunanze forza della montagna

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A risollevare, anche
solo in parte, le
sorti di coloro che
non possedevano
neppure un
fazzoletto di terra
atto al pascolo,
erano gli “Usi
Civici”. (Fabio
Bettoni, Incontri di
Colfiorito 2017)

Una vista dei
Monti Martani
(da www.
comunanza
agraria
viepri.it)

di Paolo Pablo Parigi

I Domini collettivi (nelle loro varie denominazioni) affondano le radici nelle tradizioni più antiche della civiltà umana. Nel territorio di Foligno ne esistono 34, in quello di Trevi 6.
27 di queste associazioni hanno costituito l’Assemblea della Montagna. Obiettivo: contrastare lo spopolamento, l’invecchiamento, la disoccupazione, nonché la cancellazione di servizi essenziali dei territori montani; il tutto senza trascurare la difesa delle risorse idriche e boschive, oltre che conservare la biodiversità. Rappresentano una forma di condivisione delle risorse naturali, indispensabili alle comunità, praticata fin dagli albori della civiltà umana. Un genere di proprietà collettiva la cui presenza è stata ridotta alle zone meno appetibili sui mercati che, man mano, si sono andati succedendo nelle fasi di accaparramento delle terre di pianura e collina che ha caratterizzato la storia europea dal feudalesimo in poi.
Una realtà apparentemente destinata al dissolvimento (ovvero al passaggio nei demani regionali) totale fino alla ripresa dei movimenti che (a cavallo del nuovo millennio) ne hanno affermato valori e autonomia.
Il punto di svolta risale al 2017 con il varo della legge statale n°168, ispirata da Giorgio Pagliari, che ne ha sancito la definitiva autonomia dalle amministrazioni comunali. Naturalmente, come molte leggi in Italia, si possono produrre luci e ombre che sono oggetto di contestazioni e interpretazioni, che generano dubbi e incertezze durante l’attuazione operativa dell’azione concreta delle stesse amministrazioni “separate”.
La 168 è l’ultimo capitolo del quadro legislativo in materia: già nel 1894 la legge 397 prevedeva un Ordinamento dei domini collettivi nelle Provincie dell’Ex stato Pontificio, mentre la 1766/1927 decideva il “ Riordinamento degli usi civici” seguita, nel 1957, dalla 278.
Questa risorsa risulta quasi completamente non assestata ovvero non valorizzata perché, nella maggior parte dei casi, non si ha quasi mai la presenza di un piano di gestione forestale che potrebbe “normalizzare” l’utilizzo della risorsa bosco, consentendone agli utenti, realmente abitanti, un notevole vantaggio sociale. In questo caso si conferma la valutazione di Antonio Brunori (dottore forestale, Segretario generale Pefc) secondo cui l’idea del “cuore verde” in Umbria non corrisponde ad altrettanta intelligenza gestionale e imprenditoriale. Esattamente le carenze che l’Assemblea della Montagna vorrebbe iniziare a recuperare. ◘

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Colfiorito, "tagliando" per il parco

Si estende per 338 ettari in un ecosistema creatosi a quasi 1000 metri di quota nell’Appennino sulla piana a cavallo tra Umbria e Marche: è il parco regionale di Colfiorito, zona umida riconosciuta dalla convenzione di Ramsar (1971) che le conferisce una protezione speciale per le sue molteplici funzioni.
Un’area dove sono state censite 197 diverse specie di volatili: 92 delle quali regolarmente nidificanti (il 37% di quelle presenti in Italia) con una quota significativa (52, pari al 56%) incalzata da problemi di conservazione. Inoltre è punto di rilascio per esemplari feriti e curati, zona di transito per la fauna terrestre in fase di spostamento, riserva di acqua dolce con un sistema di inghiottitoi che la distribuiscono a fiumi e torrenti.
Una realtà che ha ottenuto lo status di parco regionale nel 1995 al culmine di un movimento culturale e civico che per anni ha richiesto a gran voce l’istituzione di aree protette che valorizzassero natura, territorio, paesaggio, biodiversità.
Da quel momento in poi il parco ha accolto migliaia di persone di tutte le età e in tutti i periodi dell’anno, richiamate dalla possibilità di muoversi lungo i sentieri che solcano il territorio circostante, di conoscere luoghi di grande pregio ambientale a pochi chilometri da un grande centro abitato.
L’area parco (di competenza regionale delegata al Comune di Foligno) si trova al centro di un più vasto altopiano diviso tra due regioni, due province, due Comuni, con tutto quello che ne scaturisce quanto a salvaguardia delle matrici ambientali.
A 27 anni dalla sua istituzione, richiederebbe un vero e proprio “tagliando”, istituzionale e organizzativo-gestionale.

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Un “tagliando” che andrebbe così articolato:
1) Attivazione della Comunità del Parco, nominata nel 2018 e non ancora insediata;
2) monitoraggio e regolazione delle manutenzioni, soprattutto quelle idriche;
3) ripristino dei contesti ambientali perduti (vedi i piani umidi);
4) contrasto delle specie vegetali aliene;
5) divieto di coltivazioni “idrovore” (vedi le “insalate” nella zona marchigiana).
Solo così sarà possibile garantire un futuro al parco di Colfiorito, un grande laboratorio a cielo aperto dove confrontarsi con le grandi questioni dell’epoca contemporanea: dal riscaldamento del Pianeta alla riduzione della biodiversità, dall’effetto delle attività umane alla scoperta dei comportamenti invernali degli uccelli, dai comportamenti degli animali selvatici nei centri abitati alle alterazioni percettive della natura generate dai personaggi disneyani.
La dura realtà è invece un’altra: negli ultimi 500 anni si stima che siano scomparse dalle 150 alle 260 mila delle specie viventi per l’impatto delle attività umane sul sistema naturale: è la conferma che siamo all’interno della sesta estinzione di massanella storia della Terra. ◘

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NaturaSì
Un Sì per la Terra e per l’Uomo

un ecosistema di persone che lavorano con cura e passione

Le Terre di Ecor è il marchio di alta qualità biodinamica di NaturaSì: San Michele, Cascine Orsine, La Decima, Fattoria Di Vaira e Il Cerreto sono alcune delle aziende agricole del nostro ecosistema, vicine ai valori e alla ilosoia di NaturaSì, accomunate dalla stessa mission di ridare vitalità ai terreni, seguendo i principi della biodinamica.

Nei nostri negozi potrete trovare i prodotti delle aziende agricole Le Terre di Ecor: cereali e legumi di varie tipologie, farine, prodotti caseari come latte, yogurt e formaggi, conserve di pomodoro, frutta e ortaggi, che si susseguono mese dopo mese, seguendo il ritmo delle stagioni.

PERUGIA con bistrot
via della Pallotta, 45
FOLIGNO
via G. Vasari, 15


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