Lunedì, 10 Agosto 2020

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Guerra atomica? perchè no?

algoritmo della guerra nucleare2

Secondo un rapporto dell’ICAN (Internatio­nal Campaign to Abo­lish Nuclear Weapons) negli arsenali militari delle principali potenze nucle­ari globali (Usa, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord) sarebbero stoccate cir­ca 14000 testate svariate volte più potenti di quelle sganciate a suo tempo su Hiroshima e Nagasaki con effetti distruttivi di proporzioni apocalittiche.
«Sì, anche perché è proprio la tecnologia a essere cambiata. Quelle di Hiroshima e Nagasa­ki erano bombe atomiche a fis­sione nucleare, mentre queste di oggi sono bombe nucleari a fusione e sviluppano un’energia molto più distruttiva. Per darvi un’idea, ai tempi della Guerra Fredda il Titan II statunitense era dotato di una testata nu­cleare che da sola aveva un po­tenziale distruttivo maggiore di quello di tutte le bombe utiliz­zate nella II Guerra Mondiale, comprese quelle di Hiroshima e Nagasaki. Quel tipo di testa­te sono state dismesse e oggi si usano testate più piccole. In vir­tù di questo in molti è diffusa la convinzione che il loro impatto sia più limitato e circoscritto. È una pia illusione! Quelle nucleari sono le armi più indiscriminate mai concepite: non fanno distin­zione fra civili e militari, tra chi è coinvolto e chi non lo è. Il fatto che ci siano bombe di minore po­tenza potrebbe essere addirittura più pericoloso, perché accresce il rischio che anche conflitti re­gionali degenerino in ecatombi globali. Pochi mesi fa uno studio fatto da alcuni esperti interna­zionali legati alla Rete Disarmo ha mostrato che, a causa delle carestie che seguirebbero alla de­vastazione ambientale provocata da un eventuale bombardamento nucleare, anche una guerra re­gionale circoscritta come quella fra India e Pakistan metterebbe a rischio l’esistenza di un miliardo e mezzo di persone».

A livello internazionale come si presenta la situazione dei diversi Paesi in merito all’uti­lizzo e al possesso di armi nu­cleari?
image 127A livello internazionale possia­mo distinguere 4 gruppi di Pa­esi: il primo è costituito dai 5 membri permanenti del Consi­glio di Sicurezza dell’ONU, che secondo il Trattato di Non Pro­liferazione delle Armi Nucleari (TNP) entrato in vigore nel 1970 sono gli unici ufficialmente de­putati a possedere testate nucle­ari. C’è poi un secondo gruppo di 4 Paesi che non hanno mai ade­rito a questo Trattato, ma che è appurato abbiano sviluppato armi nucleari: India, Pakistan, Israele e Corea del Nord (che a differenza dei primi tre possiede testate nucleari, ma non vettori per poterle utilizzare). Il terzo gruppo è quello dei Paesi del co­siddetto Nuclear Sharing (Ger­mania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Turchia) che fanno parte della NATO e ospitano testate nucle­ari statunitensi, senza poterle però utilizzare a meno di violare il TNP. Tutti i restanti Paesi - al­meno ufficialmente - non hanno a che fare in maniera diretta con le armi nucleari».

Quindi, di fatto, l’Italia ha un ruolo tutt’altro che secondario nello scenario internazionale?
«L’Italia potrebbe avere un ruolo molto importante, con le proprie decisioni, nell’avviare un percor­so di completa denuclearizzazio­ne del nostro pianeta. Peraltro il nostro è l’unico fra i 5 Paesi del Nuclear Sharing ad avere sul proprio territorio due basi che ospitano ordigni nucleari: Avia­no e Ghedi. La cosa interessan­te è che mentre Aviano è a tutti gli effetti una base Usaf, gestita integralmente dagli Stati Uni­ti, Ghedi è una base congiunta: ovvero una base italiana in cui vengono ospitate forze statuni­tensi. A Ghedi anche gli effettivi delle nostre forze armate sono addestrati a gestire ed eventual­mente sganciare bombe nucleari dotate di doppia chiave, che per essere utilizzate devono ricevere l’Ok sia del Comando USA , che di quello italiano».

È di questi giorni la notizia del trasferimento di 50 testa­te nucleari USA dalla base di Incirlik in Turchia (conside­rata alleato poco affidabile) a quella Usaf di Aviano in Friuli Venezia Giulia...
«Si tratta di una notizia non confermata. D’altra parte chi si occupa di queste cose sa che c’è una preoccupazione statuni­tense rispetto alle testate nucle­ari della base di Incirlik, da cui 3 anni fa partì il colpo di stato contro Erdogan. In quell’occa­sione il governo turco decise di staccare per qualche ora la cor­rente alla base proprio per evi­tare ulteriori attacchi da parte degli insorti. Va detto che qua­lora gli Usa decidessero davvero di trasferire le bombe di Incirlik, la base di Aviano sarebbe verosi­milmente la prima candidata ad ospitarle: perché è la base geo­graficamente più vicina e perché è già logisticamente attrezzata per lo stoccaggio e la gestione di armi di questo tipo; quindi anco­ra di più potrebbe diventare un obiettivo sensibile».

L’unica forza politica che ha chiesto pubblicamente al Go­verno di riferire sulla questio­ne in Parlamento è quella dei Verdi per L’Europa, per il re­sto c’è stato un silenzio pres­soché totale.
«Il problema non è che nessuno abbia chiesto oggi delucidazioni su questa vicenda specifica, ma che negli anni – al netto delle opportune necessità di riserva­tezza legate alla sicurezza na­zionale – non ci sia mai stato un vero dibattito parlamentare ri­spetto alla presenza e al ruolo di queste testate tattiche sul nostro territorio. Per decenni nessu­no ha ufficialmente confermato o smentito questa cosa. Noi lo sappiamo grazie ad esperti in­ternazionali che sanno leggere i dati delle singole basi e fare delle valutazioni, ma non c’è stata al­cuna conferma ufficiale».

Nello scenario internazionale, solo il Papa sembra impegnato nella campagna per la messa al bando delle armi nucleari.
«Il Vaticano è stato il primo Paese a sottoscrivere il Tratta­to sulla proibizione delle armi nucleari votato da 122 Paesi a New York del 2017. L’Italia non ha nemmeno avuto il coraggio di partecipare alle negoziazioni. In occasione della recente visita in Giappone, Papa Francesco è andato addirittura oltre la stessa morale Cattolica nel denunciare l’immoralità non solo dell’uso, ma anche del possesso stesso delle armi nucleari e ha indicato nel Trattato uno degli strumen­ti di interposizione già disponi­bili per giungere alla loro totale proibizione. Ad oggi il Trattato è stato già ratificato da 33 Paesi. Occorre la firma di altri 17 af­finché diventi norma internazio­nale vincolante. Se si riuscisse a farlo approvare entro quest’anno sarebbe il miglior modo di com­memorare il 75° anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki»

L’uccisioine del generale Sou­leimani ha complicato ulte­riormente la situazione, pro­vocando il ritiro di Teheran dall’accordo sul nucleare sot­toscritto nel 2015 (JCPOA) e la ripresa dell’arricchimento dell’uranio a scopi militari.
«I fatti di questi giorni sono solo l’epilogo di un processo iniziato già più di un anno fa, quando gli USA per primi hanno deciso di ritirarsi dal JCPOA del 2015; che stava funzionando, a dimostra­zione che la denuclearizzazione si ottiene non per minaccia, ma per accordo. È chiaro che l’assas­sinio di Soleimani ha ulterior­mente precipitato il corso degli eventi. Va sottolineato però che Teheran ha annunciato di volersi disimpegnare rispetto ad alcuni vincoli previsti dall’accordo, ma non a tutti. Probabilmente per­ché conta ancora sull’appoggio della UE. La pericolosità della situazione Mediorientale è inoltre legata da un lato alla presenza dell’atomi­ca israeliana e dall’altro alle mai nascoste velleità dell’Arabia Sau­dita di dotarsi a sua volta di una propria bomba. C’è il rischio di un’escalation dagli impatti cata­strofici».

Altro fronte caldo è quello Libico. La Turchia ha annun­ciato la decisione di interve­nire militarmente a sostegno del regime di al Serraj contro il governo tripolitano del ge­nerale Haftar, sostenuto da Francia, Russia, Cina, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Che scenario si configura nell’area mediterranea?
«Tutta l’area Mediterranea fino al già citato Medioriente è da tempo l’area più problematica del mondo. La questione Libia, a mio avviso, almeno in questa fase, non arriverà a implicare l’impiego di armi nucleari».

Sembra che l’Italia sia in pri­ma linea nell’invio di droni nelle zone calde del medio­riente. Con il Muos di Niscemi collegato al sistema di comu­nicazione satellitare del Pen­tagono può raccogliere infor­mazioni militari strategiche o compiere azioni militari mira­te a distanza dal Mediterraneo all’Africa, fino al Medi Oriente e Mar Nero.
«In realtà Sigonella è già da tempo un hub in cui sono presenti i prin­cipali droni per l’area mediterra­nea e mediorientale degli USA. Sono presenti anche droni italia­ni, che per ora non sono armati, anche se è in corso una richiesta in tal senso. Peraltro il 20 novem­bre le truppe di Haftar hanno ab­battuto un drone italiano da 20 milioni di euro senza che alcuna notizia trapelasse da Roma. Da novembre droni della NATO sono arrivati a Sigonella, pertan­to il sistema di difesa euroatlanti­co avrà sul territorio italiano tutta una serie di proprie strutture per il controllo tattico del Mediterra­neo fino al Mar Nero. La guerra con i droni finge di essere una guerra “pulita” perché fa meno vittime, ma in realtà nasconde le vittime e le problematiche e serve solo a peggiorare le cose»

Quali sono le implicazioni dell’uso sempre più pervasi­vo dell’intelligenza artificiale nelle strategie di guerra con­temporanee? Non c’è il rischio di un esautoramento dei par­lamenti nazionali in materia di politica estera e militare?
«Il caso più emblematico è quel­lo di queste ore con Trump che decide di fare questo strike con­tro Soleimani bypassando com­pletamente il Congresso ameri­cano. Il problema è che l’utilizzo dell’AI, quindi l’accoppiamento delle nuove tecnologie di tra­sporto e di trasferimento sia na­vali che aeree, una gestione che non è solo unman, con una gui­da a distanza, ma addirittura di armi totalmente autonome lega­te all’AI, come i cosiddetti killer robots, rischia di togliere qualsi­asi decisionalità addirittura agli stessi militari. Il problema vero, al di là del­le implicazioni etiche e morali connesse alla attribuzione a una macchina la decisione sulla vita e sulla morte di essere umani, è che tutti gli esperti internazio­nali sostengono l’incapacità, al momento, dell’AI di assolvere a quel sistema»

Recentemente gli Usa hanno varato un piano strategico di investimenti per rafforzare la presenza nello spazio cosmico con il coinvolgimento delle in­dustrie del settore privato del­la Space Economy, creando un corpo armato spaziale ameri­cano. Che futuro ci aspetta?
«Sì, in questo caso è davvero una sorta di provocazione quasi gra­tuita. In primo luogo perché non ha alcun senso sul piano strategi­co tattico. D’altra parte però non dimentichiamo che qualunque rilancio da questo punto di vista significa un flusso di miliardi di dollari a favore dell’industria bellica. Non a caso subito dopo l’attacco recenti all’Iran le prin­cipali industrie del comparto militare industriale hanno fatto registrare un significativo rialzo nei listini».

Altra questione è il peso cre­scente dei contractors privati negli scenari di crisi, con l’ap­poggio della destra estrema che fa capo a Steve Bannon. In Medi Oriente sarebbero schie­rati circa 53000 contractors privati, il doppio del persona­le militare statunitense attual­mente operativo nelle stesse aree. Così si privatizza anche la guerra?
«Sì, anche se in realtà il peso dei contractors nei teatri di guerra è minore rispetto a quello che si pensava. Ma il tema non è solo questo, ma il fatto stesso della loro presenza all’interno degli apparati di sicurezza delle prin­cipali potenze globali. Tanto per fare un esempio, l’attuale capo del Pentagono Mark Esper è un ex lobbysta della Raytheon. E se fra qualche mese doves­se essere rimosso dall’incarico tornerà tranquillamente a fare il lobbysta. Quindi le decisioni politico-strategiche della mag­giore potenza a livello globale – che destina più di 700 miliar­di all’anno agli investimenti in campo militare – sono in capo a qualcuno che per lavoro cer­ca finanziamenti per l’industria bellica. 

di Francesco Vignarca. Coordinatore di rete Disarmo

 

F35, IL PUNTO SUL PROGRAMMA

image 135IIl Joint Strike Fighter (F-35) è un bombardiere concepito per un attacco congiunto sot­to guida USA, di tipo conven­zionale o nucleare, quindi un si­stema d’arma prettamente offen­sivo intrinsecamente contrario all’articolo 11 della Costituzione Italiana e al Trattato di non Pro­liferazione Nucleare .

Dopo due anni e mezzo di sospensione, nel 2017 è ripre­so a pieno ritmo il controverso programma di acquisizione, da parte della Difesa, dei 90 cac­ciabombardieri americani F-35 Joint Strike Fighter: 60 in ver­sione convenzionale e 30 in ver­sione a decollo corto e atterrag­gio verticale da imbarcare sulla portaerei Cavour e sulla gemella, prossima ventura, Thaon di Re­vel.

Quindici aerei sono già stati ac­quistati… [altri] diciassette aerei saranno in tre anni: tre del 12° lotto nel 2018…, cinque nel 2019 e nove nel 2020 per un impegno di spesa ufficiale di circa 1,3 mi­liardi di euro, che diventano 3 miliardi calcolando tutti i costi di procurement. Contro questo impegno di acquisto in blocco si è chiaramente espressa la Corte dei Conti nella sua indagine de­dicata al programma F-35 :

«Appare rischioso, oltre che con­trario alle indicazioni parlamen­tari, impegnarsi fin d’ora in un block buy, contro il quale si è già pronunciato l’organo di controllo statunitense (il GAO, ndr), stante il mancato

completamento dei test destinati a dare una configurazione stabile al design ingegneristico, e a chiu­dere definitivamente la fase di svi­luppo».

Il Pentagono prevede un costo complessivo del programma F-35 (2.470 velivoli in tutto) pari a oltre 406 miliardi di dollari, quindi con un costo unitario me­dio di acquisizione di circa 164 milioni di dollari, pari a 140 mi­lioni di euro al cambio attuale.

In diversi Paesi partecipanti al programma JSF — non in Italia — i Parlamenti nazionali hanno chiesto conto del costo reale di questo investimento tra­mite audizioni o studi indipen­denti, con esiti sempre uguali: la spesa reale complessiva, che tenga conto non solo dei costi di retrofit ma anche dei costi ope­rativi e di supporto (Operating and Support, O&S) per l’intero ciclo vitale degli aerei (30 anni), risulta estremamente più elevata di quella ufficialmente prevista. Al punto da convincere alcuni governi a sospendere l’acquisto degli F-35.

Come nel caso del Canada dopo l’audit della KPMG del 2012 , che rivelò un costo com­plessivo di 35 miliardi di euro (45,8 miliardi di dollari canade­si) per 65 aerei…, quindi circa 536 milioni di euro a velivolo.

Lo stesso Pentagono ha recen­temente stimato che l’intero programma JSF avrà costi tren­tennali di O&S (per 2.443 aerei operativi) di oltre un triliardo di dollari , ovvero 460 milioni di dollari - 390 milioni 59 di euro - ad aereo.

Per i 90 F-35 italiani signifi­cano 35 miliardi di euro oltre ai 14 previsti oggi, quindi un complessivo di quasi 50 mi­liardi (una media di oltre 540 milioni a velivolo, in linea con il risultato dell’audit canadese del­la KPMG) 

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