Mercoledì, 12 Giugno 2024

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Intervista a Paolo Rumiz - Intellettuale che ha a cuore il destino dell'Europa

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INTERVISTA A

Paolo Rumiz si definisce un cantastorie, un nomade, un viaggiatore che nel suo lungo peregrinare ha raccolto le tradizioni di popoli, culture, religioni come depositi secolari di identità e di patrie, spesso perdute. Un intellettuale che ha a cuore il destino dell’Europa da quando è accaduto alla ex Jugoslavia: "Nei Balcani si è manifestata in anticipo rispetto al resto dell'Europa una malattia, una disgregazione, un ritorno all'etno-nazionalismo che sta contaminando anche noi”. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Nei suoi libri racconta un’Europa diversa da quella attuale, un continente i cui  valori di civilizzazione, di arte, cultura e le sue diverse fedi sono stati fattori di inclusione e di civilizzazione. Oggi non è più così, che cosa è avvenuto?

«È successo che le forze del profitto di un’economia senza regole, innanzitutto quelle forze economiche che considerano il lavoro un costo hanno ormai acquisito prevalenza assoluta sulla politica. La politica è un cameriere di quella economia che assume il volto della globalizzazione».

La Sinistra non ha saputo prevedere questa deriva?

«La Sinistra è stata fortemente fagocitata da questo sistema. Per dirla con termini italiani si è già ampliamente berlusconizzata, eliminando al suo interno molti possibili leader che avrebbero potuto riportarla alle sane radici. Dall’altra parte c’è una Destra che si illude di poter resistere a queste forze attraverso un ritorno a quella “nazione” che nel secolo scorso ci ha portato due volte al suicidio con due guerre mondiali. Chiudersi ci rende fragili e fa sì che questo arroccamento identitario diventi facilmente preda dei grandi poteri economici come McDonald’s, Coca-cola, Big Food, Big Pharma...».

Che cosa rende così fragile l’Europa al punto che sembra cedere sempre più potere alle multinazionali?

«Un’Europa frammentata non è soltanto un’Europa più debole, ma è un Europa che toglie l’ombrello protettivo alle nazioni, le mette a disposizione di questi poteri sovranazionali che possono mangiarle in un solo boccone. Come è avvenuto nei Balcani».

All’Europa quindi può accadere ciò che è avvenuto nella ex Jugoslavia?

«La guerra dei Balcani, contrabbandata dai banditi che l’hanno voluta nel segno delle identità, è finita con i russi che si comprano la Dalmazia, con i cinesi ormai accolti a braccia aperte a Belgrado, con la Bosnia che riceve il nuovo imperatore della Turchia come un califfo. Questo è il risultato del vuoto politico dell’Europa, e cercare un suo allargamento in questo momento significa indebolirla ancora di più in assenza  di principi e di valori».

Questo vuoto politico da cosa dipende?

«È mancato un argine, ma è mancato soprattutto un orgoglio di bandiera europea. Pensi che al festival europeo della canzone, Eurosong, è arrivato dall’alto un ordine a non  dispiegare la bandiera dell’unione. Ciò significa che se nemmeno in una situazione informale come quella non si è avuto il coraggio delle nostre identità, l’Europa non riesce a generare appartenenza. Se non si è in grado di narrare nemmeno quali vantaggi si hanno nell’abitare al suo interno, senza parlare dei suoi immensi valori, la gente non si rende minimamente conto che l’Europa è uno dei pochi paradisi che esistano ancora nel mondo».

Come giudica l’abbraccio tra Ursula von Der Leyen e Giorgia Meloni e la Destra europea? Essa sostiene che non si tratta di una alleanza strategica, ma solo di convergenze su alcuni punti dirimenti. È così secondo lei?

«È un abbraccio che riuscirà a fare della Destra italiana la guida delle destre europee, per questo suo atlantismo che ha come risultato la degradazione del Mediterraneo. Credo che alla fine la Destra europea e italiana diventeranno dei lacchè dei grandi poteri, i quali forniscono tecnologie sofisticate, strumentazioni pubblicitarie pervasive per assuefare e stordire la gente, in modo che il potere non abbia più bisogno di mostrare la faccia feroce o di usare i manganelli. In cambio, la Destra può offrire un’ideologia politica spietata con i poveri, spietata con gi ultimi, con  quelli che non sono utili al sistema produttivo. Tutti i “superflui”, che siano immigrati, che siano poveri. I grandi poteri economici che si agglutinano attorno la Sig.ra Von der Leyen cioè alla pancia democristiana dell’Europa, hanno bisogno di questo».

Lei stabilisce una relazione tra presenza dei confini e balcanizzazione dell’Europa: può spiegare questo concetto?

«Io sono nato a Trieste in una linea di confine che è il più grande sismografo che possa esistere, una frontiera capace di registrare a grande distanza cosa avviene nel mondo. Questo mi ha fatto crescere moltissimo, quindi amo i confini, purché non siano chiusi tra loro: basta che tutti rispettino e preservino le diversità. Temo le forze sovraniste che hanno capito come usare la Rete per far suonare i tamburi dell’etno-nazionalismo e diffondere l’odio. Temo il minestrone e l’uccisione delle differenze ed è questo che avviene oggi attraverso i grandi poteri globali, una grande mescolanza senza separazione: a me piace il diritto alle pari differenze».

Abbiamo quindi bisogno di un mito per ridare vigore all’Europa, qualcosa di pre-politico per ispirare un nuovo sentiment verso l’Europa? Ma a quale mito ci si dovrebbe ispirare?

«Se fossimo in tempi normali e se avessimo coscienza di noi, basterebbe il mito dei padri fondatori che hanno avuto il coraggio di creare questa meravigliosa utopia che è l’alleanza europea dopo le guerre mondiali, miracolo assoluto, mentre oggi dobbiamo rincorrere qualcosa di più forte, alla narrazione mitologica che ho scritto in Canto per l’Europa». 

In cosa consiste?

«In una narrazione che ci renda felici di essere europei, qualcosa appunto che ci dia coscienza di chi siamo senza dover rincorrere al nemico alle frontiere per compattarci. La vera identità è quella che si ha senza bisogno di nemici intorno, ma se noi non sappiamo chi è nostra madre e non togliamo l’articolo all’Europa e non ci ricordiamo che Europa è “una donna venuta dall’Asia” non capiremo nulla di quanto sta avvenendo. Le nostre radici sono in gran parte mediterranee, e noi le stiamo rinnegando. Quando parliamo dell’Occidente ci riferiamo all’America, mentre la nostra origine è a est, in Asia».

È questa mancanza di identità ad aver riacceso il fuoco delle guerre in Europa?

«È fondamentale riscoprire e narrare l’Europa nella sua dimensione femminile, demitizzando la guerra che è un’idea tipicamente maschile. La guerra in Ucraina insegna che abbiamo accettato la logica dei belligeranti, illudendoci che separare i serbi dai croati – la Serbia ai serbi, la Croazia ai croati e ciò che rimaneva ai bosniaci – avrebbe funzionato. In realtà è iniziata una guerra di cui non si vede la fine. Non ne usciremo mai se non ci accorgeremo della pluralità che abita il nostro continente». 

Siamo dunque condannati alla decadenza o ci sono segnali di controtendenza?

«Basta guardare alla Germania e ai giovani che si schierano contro le il risorgente nazismo, o alla Polonia che si batte contro il nazionalismo nelle piazze, ai pacifisti che protestano contro lo sfascio della sanità, per la dignità sul lavoro, contro Israele per quanto fa a Gaza, per gli immigrati. Molto dipende da come sapremo raccontare questa Europa che ha ancora un immenso patrimonio da spendere per il bene di tutti».


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