Mercoledì, 24 Luglio 2024

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I movimenti carismatici hanno fatto vincere bolsonaro

Intervista a Ermanno Allegri, missionario in Brasile.

silvia romano2

Fra pochi mesi, nel gennaio 2024 saranno cinquant’anni di missione in Brasile. Ermanno Allegri, sacerdote fidei donum di Bolzano, non ha perso affatto lo spirito ideale e combattivo che aveva nel 1974, quando arrivò, giovane sacerdote, nei territori più sperduti della Bahia per cercare di costruire le prime Comunità di base della neonata Teologia della liberazione (d’ora in avanti Tdl). Subito gli si pararono dinanzi agli occhi i problemi drammatici del Paese ancora oppresso da una durissima dittatura che dal ‘64 all’85 teneva sotto scacco i movimenti sociali, operai, contadini. Insieme al fratello Lino e ai due preti bolzanini Pierluigi Sartorel, Pierluigi Fornasier, don Augusto Baldrati, fece subito la calata a picco nel mondo dei poveri e condivise le lotte di liberazione.

«Furono anni di repressione durissima – ci racconta don Ermanno in questa intervista realizzata pochi giorni fa a Bolzano durante una visita veloce ai parenti – anni di morti ammazzati. Anche io e mio fratello entrammo nel mirino dei latifondisti. Durante una messa in un villaggio arrivarono tre cecchini per ammazzarci. Lo sapemmo dopo, quando i leader della comunità ci raccontarono che in tre punti diversi dell’assemblea furono fermati tre uomini con la pistola dagli stessi fedeli, avvisati da alcuni sindacalisti che avevano intercettato il piano per toglierci di mezzo». Nel 1986 Allegri diventa segretario nazionale della CPT (Commissione Pastorale della Terra), un organo della Conferenza episcopale istituito per sostenere i contadini nelle diatribe per il diritto alla terra. Solo nell’anno 1987 vennero ammazzate, nella guerra fra Sem terra e latifondisti, più di trecento persone. Ma la scia di sangue continuò anche negli anni successivi: «Mi viene sempre in mente il giorno in cui andai a benedire la bara dell’amico Chico Mendes, uno dei grandi leader brasiliani che si batteva per i diritti dei seringueiros nel territorio dell’Acre. Tanti sacerdoti e frati e suore vennero spazzati via dalla violenza dei gruppi paramilitari o dagli stessi soldati. C’era, insieme a noi, anche Dorothy Stang, la missionaria uccisa nel 2005 nello stato del Parà». Poi Allegri iniziò l’impegno come giornalista, fondatore di due agenzie di stampa: una nel Nordest, a Fortaleza, dove andò a vivere dalla fine degli anni ‘80 e una per tutta l’America Latina (Adital).

Don Ermanno, ora dove si è spostato il tuo fronte di impegno?

«Questi assurdi anni passati sotto il governo Bolsonaro mi hanno fatto capire una cosa importantissima, ossia che la Teologia della liberazione è stata terribilmente indebolita soprattutto nelle Comunità di base, che hanno perso visione e spirito critico. Il clericalismo, come ci ha detto Papa Francesco, è un problema immenso, perché solo la casta dei vescovi (non tutti) e dei preti (non tutti) ha il potere sulla verità, mentre la base è costretta oramai a obbedire alle decisione prese dall’alto. La vittoria di Bolsonaro in Brasile è stata possibile anche per questo fattore di indebolimento del pensiero critico delle Comunità di base.

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I movimenti ecclesiali carismatici e “spiritualisti” hanno avuto un ruolo preponderante nella vittoria delle Destre. La disintegrazione della Tdl era già iniziata con l’opera demolitrice di Wojtyla, si è intrecciata con le politiche di demolizione del Dipartimento di stato americano. Così si è investito e finanziato sulle chiese avverse alla Tdl, come le chiese pentecostali che hanno rappresentato la cassa di risonanza della campagna elettorale di Bolsonaro. Ma non solo. Vorrei capire quanti soldi hanno preso anche i gruppi carismatici cattolici in questo quadro di opposizione politica e ideologica alla Tdl. Ora io credo che bisogna agire su questo terreno, secondo l’itinerario segnato da Francesco con la sua “chiesa in uscita”. Così ho dato impulso a un lavoro editoriale per la creazione di libri e corsi per una nuova formazione delle comunità di base in modo da ricongiungere spiritualità e militanza, Bibbia e storia, devozione popolare (così importante in Brasile) e sviluppo del pensiero critico. Dobbiamo rilanciare l’ethos delle comunità di base ferite e annichilite da decenni di contrasto interno ed esterno».

Il ritorno di Lula al Governo, dopo gli anni dei processi e del carcere, rappresenta per molti una segno di speranza, anche se la polarizzazione all’interno del Paese sembra drammatica...

«Il tentato golpe dell’8 gennaio a Brasilia è stato forse il punto più sconvolgente dell’accanimento della destra nel Paese. Una furia che non si è calmata. Ogni giorno ci sono dei tentativi di golpe, anche se sempre meno consistenti, dato che ancora ci sono indagini e processi aperti con centinaia di indagati, anche nell’esercito, per i fatti di gennaio. Bolsonaro è stato travolto dallo scandalo dei gioielli e altri beni di lusso, che avrebbe tentato di introdurre nel Paese senza alcun controllo e dichiarazione. Il suo amico Nelson Piquet, pluricampione del mondo di Formula 1, è indagato con l’accusa di appropriazione indebita, per aver custodito, nella sua fazenda, i regali che Bolsonaro ha introdotto illegalmente dall’Arabia Saudita. Per tutte queste cose e per gli effetti devastanti degli anni di governo, Bolsonaro, a dire la verità, non gode più del consenso di prima. Quando è rientrato dalla “fuga” in California è stato accolto solo da un centinaio di persone. Eppure il “bolsonarismo” non si è placato.

La violenza dilaga, anche nelle scuole.

Pochi giorni fa a Santa Caterina un giovane ha ammazzato alcuni bambini con una accetta. Omicidi nelle scuole sono all’ordine del giorno, tant’è che Lula ha dovuto intervenire per concedere maggiori investimenti in sicurezza per gli istituti scolastici del Paese. Il Governo Bolsonaro aveva annullato le politiche sociali attivate da Lula e ciò ha creato un riemergere della povertà che era stata praticamente azzerata.

Oggi si calcolano 32 milioni di nuovi poveri a cui Lula ripropone le vecchie politiche di “Fame Zero”. C’è poi il capitolo Amazzonia con la devastazione operata da Bolsonaro e la ricerca di una riparazione attraverso finanziamenti per rivitalizzare i territori abbandonati, inceneriti e assaltati dalle ruspe delle concessioni del governo di destra. Anche su questo Lula sta riorientando una politica di salvaguardia dell’Amazzonia. Insomma, in questi primi cento giorni Lula ha già messo in campo una grande azione politica di rilancio del Brasile. Con intelligenza, coscienza e esperienza».

Eppure Lula ha vinto le elezioni di poco...

«No, Lula ha vinto di molto. Ha superato Bolsonaro di due milioni di voti in una situazione di contrasto ferocissimo. Lula aveva tutte le banche contro. Aveva l’informazione addosso. Bolsonaro ha creato dei veri e propri centri organizzati di fake news, uno perfino in Olanda. Al secondo turno è stato fatto di tutto per impedire ai pullman chiaramente favorevoli a Lula di arrivare ai seggi. Insomma, nonostante tutta questa potentissima manipolazione delle elezioni e dopo aver subito anni di repressione ferocissima, Lula ha saputo vincere con due milioni di voti di vantaggio. Ti sembra poco?».

E poi ci sono le politiche internazionali. Lula è stato da poco in Cina, si è fatto portatore di un disegno multipolare del mondo ed è stato immediatamente rimbeccato da Biden...

«Lo scopo di Lula è far tornare il Brasile fra le potenze di riferimento del mondo. Ha incontrato Biden senza porsi il problema di quello che potesse dire la Cina. Poi ha incontrato la Cina e subito l’amministrazione americana ha avuto da ridire per le sue frasi intorno ad una uscita dalla guerra al di fuori dell’ombrello americano e per le sue critiche al coinvolgimento degli Usa in questo conflitto puntando, invece, sulle ragioni della pace. Biden non accetta che altre potenze possano pensare il mondo al di fuori della sorveglianza americana. Nel bilaterale avuto nella Grande sala del popolo, Lula e il presidente cinese Xi Jinping hanno convenuto che il dialogo e il negoziato siano l’unica via d’uscita praticabile per risolvere la crisi ucraina. Anche in politica internazionale è chiaro che Lula mira a una forma multipolare di governo del mondo che non piace molto agli Usa. Sta ricostruendo alleanze e convergenze in America Latina e fra poco farà un lungo tour fra i Paesi africani. La politica internazionale di Lula promette una nuova visione del mondo non succube semplicemente dei rapporti di forza e di egemonia nordamericani». ◘

di Francesco Comina


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