Domenica, 03 Dicembre 2023

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Osvaldo il carabiniere e altre cose

Cronache d'epoca.

silvia romano2

Aveva passato i migliori anni della sua vita nell’arma benemerita del carabiniere: «sono stato accasermato, su e giù per l’Italia, nelle più gloriose caserme con il delicato compito di polizia militare e di tutela dell’ordine pubblico», questo spesso amava raccontare il carabiniere Osvaldo ormai in pensione con encomio e il grado di appuntato. In pensione sì, ma guai a chiamarlo ex carabiniere, aborriva questa parola; sosteneva, il carabiniere Osvaldo, con encomiabile spirito di corpo: «carabiniere si nasce, carabiniere si muore». Come dire, fedeli nei secoli. Aveva un bel portamento il carabiniere Osvaldo, come da tutti era chiamato, anche se in pensione. E con una sessantina di anni inoltrati sulle spalle. Spalle che sostenevano una bella testa ricoperta da folti e ricciuti capelli neri. Tinti. Questo asseriva la Maria di Bacco, la donna che spesso andava a fargli le faccende di casa «L’ so io quanto ranno e sapone devo consumè pe arfè venì cristiène le fodrette del guanciale del letto!». Oddio, si vedeva anche a occhio che quel nero era artificiale. Un nero triste, come quello dei merli vecchi. Comunque sia, quei capelli incorniciavano una bella faccia; liscia come il culetto di un neonato, dove l’intelligenza faticava a comparire, forse per mancanza di appigli su quel glabro volto. Era solo il carabiniere Osvaldo, ormai in pensione, in quella casetta di via Campo dei Fiori, una strada che accompagna sei vicoli: via dei conti; via San Giorgio; via dell’Arco; via del Forno; via del Moro e via delle Giulianelle, a diluirsi nella via XI settembre.  Solo, in quella casetta comperata dal babbo, quando si stabilì con la moglie a Città di Castello lasciando Apecchio. Terminati gli studi alla scuola di San Filippo, il babbo mise il figlio a bottega prima da un fabbro, poi da un sarto per un mestiere. I risultati furono deludenti. Si provò anche con il seminario vescovile, ma anche qui una delusione. Intanto gli anni passavano. A Osvaldo piacevano i carabinieri. Li aveva visti con quei magnifici pennacchi, le splendide divise luccicanti, caracollare su lucidi cavalli al campo sportivo del “littorio ” lo disse al babbo il quale sentenziò: «La caserma o il seminario la differenza è poca. Quel che conta, un posto onorato e sicuro». Osvaldo obbedì tacendo. Era solo Osvaldo in quella casa piccola e il letto troppo grande, lascito dei genitori: ci sguazzava. Solo, senza parenti e senza moglie. Già la moglie… aveva adocchiato, Osvaldo, una tabacchina che abitava oltre il ponte sul Tevere, dalle parti di Santa Maria del Popolo. Veronica, così si chiamava la donna, non era più di primo pelo, ma neanche lui lo era. Veronica una donna non alta, con i fianchi debordanti, un viso simpatico con ancora qualche segno di una decaduta bellezza. Questo, quanto passava il convento. Era rimasta vedova di uno che l’aveva sposata perché tabacchina (allora un buon affare), un tipo manesco con il quale non aveva mai fatto “n’ bocon bono”. Così quando il Signore lo rivolle, lei non fece nessuna obiezione.

Osvaldo aspettava Veronica quando alla sera usciva dalla “fattoria tabacchi”. L’accompagnava fino al ponte sul Tevere, poi fino alla porta di casa. Una sera verso Natale uscì dal lavoro con un panettone e una bottiglia di spumante. Il regalo natalizio dei padroni dell’opificio alle maestranze. Altro che padroni sfruttatori! Quella sera Osvaldo si offrì di portare il panettone e lo spumante. Lei lo fece salire in casa … Con una parte della liquidazione della pensione Osvaldo comperò una bicicletta da “magnatappini”, con bottega nel corso all’angolo tra via XI settembre e via del Luna. Lo chiamavano “magnatappini” perché più di una volta aveva ingoiato il tappino della camera d’aria che teneva in bocca per non perderlo, quando faceva la riparazione.

Con la fiammante bicicletta, con i freni a bacchetta, il gonfietto, e dietro il sellino la borsa con i ferri per le forature, Osvaldo andava la domenica da Veronica con i pantaloni stretti ai polpacci da due mollette. Veronica l’aspettava a capo delle scale con la panuccia bianca e il viso con tracce di farina. Si sposarono Osvaldo e Veronica e vissero né felici né scontenti, come quasi tutti. Lei con i fianchi sempre più larghi, lui con i capelli sempre più neri. La bicicletta fu rubata. Osvaldo espletò le indagini in tutte le direzioni, sicuro che con opportuni appostamenti prima o poi l’autore di simile reato sarebbe caduto nelle maglie della legge! Carabiniere si nasce carabiniere si muore ◘

Di Dino Mrinelli


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