Mercoledì, 12 Giugno 2024

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Storie di viaggio e di lavoro

Lavoro. I corsi di formazione professionale alla Scuola Operaia Bufalini sono frequentati quasi esclusivamente da extracomunitari.

silvia romano2

Anche quando si pensa di conoscere abbastanza bene un argomento o una vicenda, l’incontro con la realtà non manca di colpire.

Qualche giorno fa siamo stati ospiti della scuola di formazione professionale Bufalini, con l’intento di conoscere le storie di alcuni dei ragazzi che vi apprendono specifiche competente professionali. A ospitarci è stato l’istruttore del corso di meccanica Alvaro Bianconi, insegnante di provata esperienza, il quale,  introducendo il colloquio, spiega di aver fatto negli ultimi tempi otto corsi di formazione con ragazzi prevalentemente africani: quasi cento complessivamente. E, ha aggiunto, anche degli studenti di questo corso nessuno è d’origine italiana e l’Istituto risulta in genere poco appetibile ai giovani locali (benché ci venga detto che il tasso d’occupazione, una volta usciti dalla scuola, sia prossimo al cento per cento)1.

Si unisce a noi un gruppetto di otto individui, tutti di sesso maschile. Età e provenienza sono varie: dai diciassette ai quarantasette anni, con nazionalità che vanno dall’albanese a quella della Costa d’Avorio. La rappresentanza più ampia proviene, però, dalla Nigeria, e andando avanti se ne capirà il motivo. Non tutti scappano dalla guerra (c’è chi, per esempio, è giunto qui a conclusione d’un giro per l’Europa intrapreso per libera scelta), tuttavia, per la maggior parte di loro, il motivo che ha determinato la partenza è stato un conflitto o l’indigenza.

Della Nigeria ci viene fornito un quadro disarmante, dove scontri fra gruppi armati e lotte di potere si susseguono pressoché ininterrottamente. Domandiamo se a qualcuno di loro fosse stato chiesto d’unirsi alla guerriglia, un ragazzo ci risponde che nessuno chiedeva: «Venivamo direttamente presi da bambini, minacciati con una pistola alla testa e obbligati a combattere». E in ogni caso, anche senza venir intimiditi da soldati in carne e ossa, era la guerra stessa, più astratta ma al contempo molto concreta, che li veniva a cercare, con l’insidia delle mine e le bombe che cadevano sulle loro case. Quella di andarsene era per loro l’unica soluzione all’orizzonte, dunque.

storie di viaggio e di lavoro altrapagina aprile 2023 evidenza 2La meta di chi parte dalla Nigeria non è sempre ben definita, ma sicuramente quasi tutti prevedono d’attraversare il deserto in direzione dell’Africa del nord, ed eventualmente dell’Europa, con qualsiasi mezzo risulti utile. Prima della guerra del 2011, per parecchi degli intervistati la Libia appariva come una possibile sistemazione definitiva: c’era lavoro e relativa stabilità, ci raccontano. La situazione è degenerata, però, dopo la deposizione di Gheddafi, a cui è susseguito un periodo di forte incertezza e di nuove prepotenze. Un ragazzo riporta che la polizia faceva spesso arresti arbitrari, al solo scopo d’ottenere il denaro della cauzione per la liberazione, e che furono istituiti «campi di raccolta» per gli immigrati, dove le condizioni erano estremamente precarie. Da questo, oltre che dalla perdita del lavoro, la necessità di ripartire, stavolta con destinazione il continente europeo.

Chi di loro s’è mosso per mare puntando all’Italia ha toccato terra a Lampedusa, portato da gommoni o altre imbarcazioni di fortuna. Altri sono passati prima per Paesi diversi, giungendo da noi dopo qualche tempo. Domandiamo qual è stato l’impatto con l’Europa, e con gli italiani in particolare. Ci dicono che l’accoglienza è stata in genere buona, ma che alcune criticità di fondo sono ben evidenti. Si parla di razzismo come costante del mondo occidentale, sia nel quotidiano, sia a un livello più ampio – un problema che non risparmia la stessa Africa, internamente, tra le popolazioni mediterranee e quelle centrali –, e per seconda si tocca la questione del lavoro: «In Italia, anche se trovi un impiego, lo stipendio non garantisce di potersi permettere alloggio e sussistenza. In Germania, almeno, ci sono aiuti economici agli studenti come noi, per alloggi e trasporti». Anche chi ha una casa, o comunque un posto in cui vivere, si ritrova spesso troppo distante dalla scuola o dal lavoro, e qualcuno è stato costretto a dormire per lunghi periodi in strada, non potendosi permettere una sistemazione migliore. Qui, volendo, si potrebbe aprire una discussione più vasta, valida per tutti coloro che oggi, pur lavorando, non percepiscono un salario sufficiente a mantenere loro stessi e men che meno una famiglia; senza divagare troppo, si può dire che sarà probabilmente un tema che andrà affrontato con urgenza sempre maggiore.

Tornando alle interviste, è forse il caso di riflettere, infine, sul ruolo e, direi soprattutto, sulle responsabilità che ha l’Occidente benestante nelle vicende africane. Uno degli studenti ha osservato: «È l’Occidente che stabilisce il prezzo delle merci e del lavoro in Africa, sono gli occidentali che decidono il nostro destino. I territori da cui veniamo sono in realtà ricchi, tanto per l’agricoltura quanto per materie prime e altre risorse, compreso l’impegno che sappiamo mettere in ciò che facciamo, ma questa ricchezza è nelle mani di pochi, che spesse volte abitano in un altro continente»; un copione, questo, che vediamo tristemente ripetersi in molte parti del globo e le cui conseguenze non si fermano ai Paesi più poveri, ma toccano i poveri di tutti i Paesi. Prendendo spunto da ciò, una delle conclusioni che si potrebbero trarre dall’incontro è che il futuro della convivenza umana, come quello del pianeta stesso, dipenderà quasi certamente da come (e se) sapremo risolvere alcuni vecchi «vizi», sia nell’ambito della giustizia sociale e dei rapporti tra popoli, sia in quello dello sfruttamento delle risorse collettive.

***

Le persone intervistate, oltre all’insegnante, sono: Doumbia Ibrahim, Adesida Denis Adedothn, Agbonifo Denlinfton Efeni, Rexha Alfonso, Sdede Solmsoly, Mandayla Boi, Jeffery Oboh, Palmer Tony.

1 I corsi attualmente in essere sono quello di meccanica già nominato (più precisamente dedicato all’uso delle macchine utensili), quello di riparazione auto e moto, d’estetista, di parrucchiere e quello d’operatore della ristorazione.

di Matteo Nunzi


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