Sabato, 18 Maggio 2024

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L’educazione che può cambiare il mondo

silvia romano2

“Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco”, ha scritto qualcuno. Credo che questa frase esprima perfettamente il senso dell’esperienza educativa del Doposcuola di Riosecco: un’avventura quotidiana di condivisione, scoperta e crescita; cinquant’anni di vita comune e di fuochi accesi.

Quando ho messo piede per la prima volta in quelle tre piccole stanze, ventitre anni fa, non sapevo ancora quanto tempo e quante cose ci avrei vissuto dentro, ma ero affascinata dalla possibilità di trovarmi in cerchio con tanti altri ragazzi, di entrare a far parte di un gruppo, di sperimentare cose nuove all’infuori della scuola e senza la presenza di adulti a eccezione di un prete fuori dagli schemi. Così è iniziato un cammino che è durato otto anni, tutta la mia adolescenza, e che in qualche modo prosegue ancora oggi, perché ha indirizzato tutta la mia vita.

Ma partiamo dal principio. Cosa è stato il Doposcuola per me adolescente? Innanzitutto il luogo dell’amicizia: la possibilità di condividere con altri esperienze significative, momenti di svago e di scoperta, discussioni, prime volte; la consapevolezza del valore dei legami come ciò che sta alla base della nostra capacità di essere pienamente umani. Io sono perché noi siamo recita un’espressione africana a cui sono molto affezionata: è nella relazione con l’altro che la vita trova senso e compimento: questo il Doposcuola me l’ha insegnato molto presto.

l educazione che puo cambiare il mondo altrapagina mese gennaio 2023 12È in relazione che ho - abbiamo! - sperimentato ogni esperienza: penso al teatro, al mettersi in gioco inventando, improvvisando, salendo sul palco davanti al pubblico; penso alle discussioni grazie alle quali abbiamo imparato a esprimere la nostra interiorità e a manifestare le nostre opinioni senza timore; penso al lavoro nell’orto, alle attività di autofinanziamento, alle gite, ai campeggi in cui scoprivamo la bellezza e la saggezza della montagna, ai viaggi in Europa che ci hanno insegnato a essere autonomi e a organizzarci. Penso anche a ciò che avveniva negli interstizi: le confidenze, gli innamoramenti, i litigi, le piccole trasgressioni, parte anch’esse di un tutt’uno che ci ha fatto crescere. E poi alla possibilità, dai 14 anni, di essere noi stessi educatori ed educandi, assumendoci la responsabilità di accompagnare i più piccoli nelle attività quotidiane, senza manuale di istruzioni, solo cercando di restituire ciò che avevamo ricevuto.

Frequentare quotidianamente questa realtà ci ha permesso inoltre, fin da giovanissimi, di aprire lo sguardo su questioni politiche, sociali, economiche, ambientali, religiose, filosofiche; di interrogarci insieme sull’attualità, su tante problematiche che altrove erano e sono considerate da grandi e che invece, nel nostro cerchio di sedie, potevamo affrontare liberamente, domandando, ricercando, incontrando adulti competenti in grado di darci qualche risposta o in ogni caso nuove sollecitazioni.

l educazione che puo cambiare il mondo altrapagina mese gennaio 2023 13Esperienze che abbiamo vissuto con naturalezza, senza comprendere inizialmente quanto fossero preziose e controcorrente, preziose anche perché controcorrente: un costante alimentare un fuoco, quello della coscienza critica, della curiosità, dell’avere a cuore le sorti del mondo.

Solo crescendo ho acquisito consapevolezza del valore di questo percorso, intuendo innanzitutto la contrapposizione tra esso e la mia esperienza scolastica: al netto delle differenze dovute all’essere l’una istituzione formativa e l’altra realtà educativa extrascolastica, è stato inevitabile - a un certo punto - mettere a confronto i due diversi approcci e l’apporto che sembravano portare alla mia vita di adolescente. Ciò che sentivo con sempre maggiore convinzione era di apprendere e ricevere molto di più - in termini di valori, prospettive, consapevolezze e competenze trasversali - dal Doposcuola che dalla scuola.

L’acquisizione di conoscenze è naturalmente importante e necessaria per divenire adulti, entrare nel mondo del lavoro, vivere in società, ma non basta. Mi sono trovata ben presto a sognare una scuola che integrasse tutto ciò che tendeva spesso a tagliar fuori e che io sperimentavo invece nella mia esperienza pomeridiana: dialogo e reciprocità tra ragazzi e adulti, ricerca comune, attenzione all’attualità e all’esperienza pratica, possibilità di esprimersi e mettersi in gioco, spazio per le domande e per le singolarità. Una differenza abissale, quella che - per dirla con Paulo Freire - contrappone un’educazione problematizzante (aperta, intenzionale, dialogica, basata sulla relazione tra i soggetti) a un’educazione depositaria (nozionistica, unilaterale, passiva).

l educazione che puo cambiare il mondo altrapagina mese gennaio 2023 14Cosa mi ha dato dunque, in sintesi, il Doposcuola? Una visione del mondo e una direzione. Un modo di guardare la realtà e di starci dentro, di relazionarmi agli altri, di interessarmi a ciò che accade e, al tempo stesso, quella vocazione che secondo Don Milani “l’abbiamo tutti eguale: fare il bene là dove siamo”. Di fatto, quello che ho vissuto durante l’adolescenza ha tracciato il mio cammino successivo, portandomi a scegliere studi filosofici e pedagogici per provare a fare la mia piccolissima parte, nella convinzione che solo l’educazione può cambiare la società, perché - citando ancora Freire - può trasformare le persone che poi trasformano il mondo.

Questo non significa ovviamente voler idealizzare una realtà in maniera acritica, renderla un feticcio o un modello monolitico da riproporre in eterno e sempre uguale a se stesso, vorrebbe essere piuttosto - contestualizzandola e provando a vederne anche i limiti - un farne proprio lo “spirito” e trasporlo nel qui e ora: il Doposcuola non ci impone un metodo da seguire passo passo, può però indicarci una postura, un modo di essere - e non di fare (gli) - educatori.

Instaurare coi ragazzi una relazione di reciprocità e dialogo, permettere loro di esprimersi, di mettersi in gioco, di sbagliare; provare a capirne i bisogni, a coglierne i desideri e le difficoltà; proporre ciò che riteniamo possa essere di stimolo, veicolare ciò in cui crediamo, ma farlo non a partire da uno schema precostituito, bensì da una lettura attenta del presente, di quelli che Freire definirebbe i suoi “temi generatori”. Come ha scritto Goffredo Fofi: “la pedagogia dev’essere una pedagogia della domanda e non della risposta, della ricerca in comune e non delle formule tranquillizzanti che piovono dall’alto”. Cosa vivono i ragazzi oggi? Come accompagnarli nelle sfide difficili della ricerca dell’identità e della costruzione di un futuro? Quali sono le questioni che è imprescindibile trattare con loro se vogliamo che diventino adulti consapevoli, parte attiva di una comunità?

Da qui si deve (ri)partire, ovunque ci si trovi a operare: dal porsi in ascolto, dei ragazzi e del presente, coltivando l’arte della relazione e imparando anche e soprattutto a mettere in discussione noi stessi. È faticoso e difficile, ma se vogliamo accendere il fuoco dobbiamo impegnarci a farlo. ◘

di Ludovica Novelli


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