Domenica, 29 Gennaio 2023

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Passato, presente e futuro della lingua italiana

Lingua italiana. Intervista a Claudio Marazzini, Presidente dell'Accademia della Crusca.

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Lei ha giustamente osservato che raccontare la storia dell’Accademia della Crusca, nata nel 1582-1583, «significa raccontare la storia di tutta la cultura italiana».  Ci può indicare brevemente  le tappe dell’affermazione della lingua italiana prima dell’unificazione politica? E cosa è successo negli ultimi due secoli?

«Potremmo dire che esiste una fase aurorale che parte dai primi e più antichi documenti per arrivare fino a Dante; poi c’è la formidabile esplosione delle cosiddette “Tre Corone”, e soprattutto della Corona più antica, che è quella di Dante, il Dante della Commedia, un testo che per ironia della sorte si diffonde a partire dall’area settentrionale della Penisola, linguisticamente non toscana, cioè ‘straniera’, ma trascinata dall’ammirazione per la bellezza della lingua letteraria toscana; con le Tre Corone si instaura il solido primato della lingua toscana in quanto lingua letteraria; poi, all’inizio del ‘500, prende l’avvio la stagione degli strumenti normativi dell’italiano, grammatiche e vocabolari, la maturità, Crusca compresa; dal Rinascimento in avanti scorre dunque la grande stagione della lingua letteraria italiana, che è celebre in tutto il mondo, poesia e melodramma in particolare, anche se l’Italia non esiste come nazione politica, ma è solo un concetto culturale o un percorso turistico per i ricchi europei impegnati nel grand tour, oppure (peggio ancora) è terreno di scontro tra grandi potenze straniere; tutto ciò muta radicalmente nell’Ottocento, con l’unificazione d’Italia, quando inizia la fase che è in corso ancor oggi, e che potrebbe essere definita come l’illusione di diventare una grande potenza politico-militare, a cui si accompagna la trasformazione della lingua letteraria in lingua di popolo. Peccato che la fase finale segni anche il tramonto del primato italiano e dell’Europa in genere. La fase che ci troviamo a vivere noi».

Una lingua è fatta anche di grammatiche e di vocabolari. E tra i problemi da sempre più discussi sia nel passato che nell’attualità viene citata la scelta del linguaggio di genere: il/la sindaco/a, il/la presidente eccetera. È consigliabile adoperare per le cariche pubbliche sia il maschile sia il femminile? Le grammatiche degli ultimi anni cosa consigliano? E i vocabolari?

«Certamente sono accettabili i nomi di cariche e professioni volti al femminile. Tutta questa problematica, rumorosa e graditissima ai media, è stata introdotta nel 1986 da Alma Sabatini, e da allora è rimasta al medesimo livello di elaborazione, basso, anche perché il contenuto teorico è assolutamente ripetitivo e facile da capire; oserei dire che concettualmente è piuttosto povero, nonostante l’apparenza rivoluzionaria. Solo di recente si è avuta qualche novità: ha fatto irruzione la teoria di coloro che negano l’esistenza di soli due generi. Gli anti-binari hanno introdotto la nuova dimensione del dibattito linguistico, per quanto teoria elitaria, minoritaria e strampalata. Hanno introdotto cose concrete, come Ə e asterisco. L’asterisco, che gode di una certa fortuna tra le persone che vogliono apparire subito evolute e progressiste, quelli che scrivono “Car* tutt*”, ha molta visibilità. Molti lo mettono nelle mail e persino negli inviti ufficiali, convinti di essere elegantissimi e alla moda. Però, a differenza dello Ə, l’asterisco ha un grave difetto: non lo si può pronunciare. Equivale a “mettici quello che vuoi tu, ché io non te lo dico o non lo so”, come quando lo usava Manzoni nella forma retorica della reticenza, scrivendo nei Promessi sposi, con una certa ironia che gli era connaturale: “Era figliuolo di un mercante di *** (questi asterischi vengono tutti dalla circospezione del mio anonimo)”. Il bello è che le rivendicazioni anti-binarie ammazzano il linguaggio di genere tradizionale, così come era proposto dalle femministe della generazione culturale di Alma Sabatini. Ne vedremo delle belle».

Come è cambiata la lingua italiana negli ultimi trent’anni? E cosa dire del dominio di Internet e dello smart phone? Il Web detta le sue regole (e quali?) lingua italiana nel XXI secolo?

«Non è cambiata un gran ché la nostra lingua, anche perché i tempi dei cambiamenti linguistici sono come le ere geologiche, non si misurano con la cronaca. Potremmo dire che ora si tollerano molti usi scorretti, che il lassismo ha più spazio di un tempo, anche grazie alle teorie ‘aperte’ di linguisti e pedagogisti. Abbiamo una marea di prestiti, quasi esclusivamente anglismi, introdotti non perché utili, ma solo per il gusto di soppiantare parole italiane, come lo stupidissimo “sold out” per “tutto esaurito”, o il “distanziamento sociale” introdotto durante la pandemia come calco su “social distancing” inglese, o come il “buster” al posto del “richiamo” così caro ad alcuni medici e burocrati ministeriali. Si son imposte forme semplificate nella morfologia, come “gli” femminile (le) e anche plurale (a loro), ma queste forme esistevano già prima, come ci insegnano i linguisti. I linguisti in genere negano che non si usi più il congiuntivo, ma non ne sarei così sicuro. Effettivamente è da secoli che gli italiani mostrano di conoscere poco la loro lingua e ne fanno scempio. La differenza sta nel fatto che prima se ne vergognavano (non cadevano volontariamente in quello che oggi definiamo “italiano popolare”, “lingua dei semicolti”: ne erano involontari prigionieri), e quindi cercavano di porvi rimedio, almeno quando erano abbienti e figli delle classi alte. Ora invece sono fieri delle loro infrazioni alla norma, che scambiano per eleganza. Sono entusiasti della propria creatività, diciamo così, basso-linguistica, talora francamente rozza. Non credo che il Web abbia una particolare influenza, se non per il fatto che accelera lo scambio linguistico di livello scarsamente informale e lo rende visibile, dà voce alla massa che prima doveva stare nell’ombra. Ma i verbali del condominio o le lettere delle ditte, talora le leggi e circolari della pubblica amministrazione, i servizi giornalistici della Rai e le pagine Web dei giornali mostrano lo stesso livello medio-basso nell’uso dell’italiano».

Oggi si legge e si scrive in misura minore o maggiore rispetto al recente passato? Alcuni sostengono che la nostra lingua, l’italiano, è in una crisi senza ritorno. Prima la TV, poi il Web, quindi il dominio dell’inglese ne avrebbero distrutto le basi. Ma, è così?

«Certamente c’è questa crisi, ma non è della lingua, che esiste da sola nella sua intangibile plurisecolare tradizione e nell’uso di coloro che se ne servono bene, che per fortuna sono ancora tanti. La crisi sta nel popolo italiano nel suo complesso, un popolo che non possiede più i dialetti, ma mastica male anche l’italiano, soprattutto si illude che l’inglese sia la panacea, e così si trasforma in una massa creolizzata. È facile rispondere che il divario tra uso elevato della lingua e popolo è sempre esistito. Certo, è sempre esistito, ma le classi dirigenti guardavano alla lingua con ammirazione e rispetto. Oggi non è più così, e le classi dirigenti condividono la popolarità grossolana che un tempo era delle classi basse, le quali, però, almeno una lingua ce l’avevano, ed era il dialetto. Insomma, ognuno aveva una lingua perfettamente posseduta che poteva servire come metro di misura per capire che cosa fosse il possesso perfetto di un idioma. Oggi la situazione è molto più confusa. Credo che gli italiani, di fronte a un referendum che facesse fare all’Italia il percorso linguistico che è stato attraversato a Malta dall’Ottocento in poi, voterebbero per diventare come Malta».

La presenza di tanti stranieri nelle città e nel territorio italiano, il succedersi dei flussi migratori, la frequenza scolastica dei ragazzi figli di genitori immigrati creano problemi alla lingua italiana? Costituiscono un arricchimento, un arretramento o non influiscono sullo stato presente della nostra lingua?

«L’unico incremento quantitativo alla lingua italiana per numero di parlanti viene proprio dall’immigrazione. E forse gli immigrati, benedetti loro, sono gli unici a vedere nell’italiano un possibile strumento di promozione sociale. La classe dirigente italiana si accomoderebbe probabilmente volentieri in un percorso che avesse come esito il solo dialetto (quel che ne resta) e il solo inglese, cacciando via l’italiano, lingua di grandi tradizioni culturali e letterarie, quasi un impiccio che rallenta la globalizzazione intesa come valore assoluto. L’introduzione in dosi massicce dell’inglese nelle scuole superiori e nell’università, il CLIL, i licei Cambridge, la classificazione Anvur del primato dei testi in inglese, la Rai italiana che si vanta di inventare trasmissioni nuove in inglese: tutte queste cose sono il segno della crisi che ho cercato di descrivere, una crisi che da altri potrà tuttavia essere giudicata come l’anticamera del paradiso. Questo giudizio segnerebbe appunto il massimo livello della crisi. ◘

di Matteo Martelli


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