Sabato, 23 Settembre 2023

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Bagdad

REPORTAGE.

silvia romano2

Quando parli di sunniti e sciiti, gli iracheni ti dicono di essere iracheni e basta. Poi, però, a Baghdad nessuno ferma un tassista che non conosce. Nessuno si allontana molto dal proprio quartiere. E ogni quartiere ha un suo checkpoint di ingresso.

Ma soprattutto, nessuno si avventura a Sadr City.

“Se sei di qui, è come un marchio di infamia”, mi dicono due sorelle in nero fino alle caviglie, in fila per comprare del ghiaccio. “Ma giorni fa siamo state da un medico, e non aveva cerotti: ha usato il nastro isolante degli elettricisti”, dicono. “Non siamo pericolosi. Siamo solo poveri e sfiniti”.

Non sono mai state fuori da Baghdad.

Non possono permetterselo.

Sadr City è una di quelle griglie anni ‘60 in cui le strade non hanno neppure un nome. Ha 2 milioni di abitanti, o forse 3, o 5, non si sa, ed è suddivisa in settori numerati, come un magazzino, come un pollaio. Come un carcere. I muri sono tappezzati di ritratti di imam sciiti e martiri. Martiri di Saddam, degli americani, dell’Isis, di mille guerre inclusa la guerra mai combattuta, la miseria: sono i bambini morti di malattie non curate.

Sadr City è case, solo case. Non ha niente di pubblico. Un parco, un asilo, un tribunale. Un autobus. Niente. Lo stato, qui, si chiama Muqtada al-Sadr.

Il Robin Hood dell’Iraq.

Bagdad altrapagina mese novembre 2022 1Figlio di Sadeq al-Sadr, e nipote di Baqir al-Sadr, due delle maggiori guide spirituali dell’Islam sciita, eroi della resistenza a Saddam, si è conquistato la ribalta alla sua caduta, nel 2003: con una fatwa che autorizzò i saccheggi. Negli anni, ha fondato charities di ogni tipo con il khums, il quinto, la tassa che gli sciiti versano alla propria comunità. Pari, appunto, al 20% del reddito. E il 10 ottobre 2021 ha vinto le elezioni. Con 73 seggi su 329. Ma ora vorrebbe formare un governo di maggioranza con i sunniti e i curdi, invece che un governo di unità nazionale. Come è uso in Iraq. Vorrebbe, cioè, escludere gli altri sciiti. E avere più autonomia dall’Iran. E un anno dopo, è ancora tutto fermo.

Per mesi, i sadristi hanno assediato il Parlamento. Con l’Iran in piazza, adesso, che farà? Il piromane o il pompiere?

Farà prevalere l’identità sciita o quella irachena?

“Farà quello che è giusto. Come sempre”, taglia corto Kadhim al-Hili, un sarto che ricama su velluto versetti del Corano. “In Iraq lo stato non esiste. Non esiste la legge, non esiste il welfare. Non esiste niente. In vent’anni qui non è stata costruita una scuola, non è stato piantato un albero. Le rare strade asfaltate sono state asfaltate da noi. Perché l’economia non esiste. E non esiste perché con Nuri al-Maliki, che è stato primo ministro per otto anni, poi vicepresidente per altri quattro, piazzato lì dagli Stati Uniti, sono spariti 500 miliardi di dollari. E ora guida l’opposizione. Ma che cerca ancora?”, dice. “Importiamo tutto. Importiamo persino i nostri datteri: confezionati all’estero, e rivenduti al doppio del prezzo”, dice. “Abbiamo il 10% del petrolio del mondo. E non abbiamo manco l’elettricità”.

Ma se il petrolio va in Europa, i datteri vanno in Iran. L’Iraq è il suo primo mercato, e una sorta di sua colonia, è il Paese attraverso cui bypassa le sanzioni internazionali. Ed è per questo che in Iraq ormai anche molti sciiti, che qui, sono oltre il 60% della popolazione, gli sono contro - tanto più che Muqtada al-Sadr, che ha 48 anni, da studente era dedito più ai videogiochi che all’Islam: è soprannominato mullah Atari.

Più che la religione, contano gli affari.

Passa una ambulante senza denti, intanto, 46 anni che sembrano 76, si trascina dietro zoppicando il suo carretto di cipolle, e uno degli undici figli. Disabile. “Se anche avessi il sussidio che mi spetta, che cambierebbe?”, dice. “Sono 40 centesimi al mese”.

Di Muqtada al-Sadr dice solo: è un angelo.

Bagdad altrapagina mese novembre 2022 4Nel mirino c’è il sistema politico introdotto dagli americani nel 2003. Il muhasasa. In arabo, significa ripartizione. Perché in Iraq tutto, ogni nomina, ogni appalto, viene distribuito tra i partiti in base a quote etniche e confessionali. Il presidente è curdo, il primo ministro sunnita, il portavoce del parlamento sciita. Ma non solo. Ogni 20 deputati si ha un punto. Per diventare presidente, primo ministro o portavoce del Parlamento sono necessari 15 punti. Per i ministeri principali, come gli Interni, le Finanze, il Petrolio, 5 punti, e per i ministeri minori 4 punti. “E il risultato è che nessuno risponde al governo, o ai cittadini, ma solo al proprio partito. Al proprio gruppo. Ricompensandolo, diciamo così, con denaro pubblico. Su 42 milioni di abitanti, l’Iraq ha 5 milioni di dipendenti pubblici. Di parassiti”, dice Abbas al-Asadi, che nella sua macelleria, sta ancora aspettando il primo cliente: ed è mezzogiorno. “E molti esistono solo sui libri paga”.

Non considerando gli under 18, fa un iracheno su quattro.

“Se non fosse che sto qui tutto il giorno, certo che mi sarei unito alle proteste. Come tutti. Perché uno Stato che ti risponde con i proiettili, che stato è? Chiedi diritti, chiedi dignità: e ti sparano. Uno Stato così non è il nostro stato”, dice uno dei venditori del più ampio mercato all’aperto di Sadr City. E di Baghdad. E dell’Iraq. Il mercato delle armi.

Trovi tutto, qui. Gli RPG stanno sui banchetti come fossero arance.

In Iraq ogni famiglia ha un’arma. E ogni partito una sua milizia. La prima, e più forte, la Badr Organisation, è stata fondata già nel 1982 contro Saddam. Muqtada al-Sadr ha fondato il suo Mahdi Army nel 2003. Contro gli americani. Ma nel 2014, l’Isis ha cambiato tutto. Con la disfatta dell’esercito, la guerra ai jihadisti è stata affidata alle milizie, milizie sciite, legalizzate, e riunite nelle Forze di Mobilitazione Popolare: e finanziate con 2 miliardi di dollari l’anno. Sono oltre 60. Sono parte dell’esercito, ma in realtà, autonome.

Sono le milizie, ora, ad avere il proprio partito.

Hadi al-Amiri, il comandante della Badr Organisation, è anche deputato.

E come molti altri comandanti, non segue Ali al-Sistani, la guida spirituale dell’Iraq. Segue Ali Khamenei. La guida spirituale dell’Iran.

Ali Rashid, 17 anni, sta nella sua officina fino a sera tardi. “Nessuno va in giro a divertirsi, qui. Anche perché non c’è niente”, dice. Poi dice: “A parte il meth”. Le anfetamine. Con i suoi 100 dollari al mese, mantiene la madre e sei fratelli.

Non è mai stato fuori da Sadr City.

Il ritrovo dei ventenni è questa strada di meccanici e gommisti in cui si viene a truccare il motorino. E voi invece cosa fate?, chiedo ai suoi amici. Mi dicono: I trouble-maker. Nel senso che finite nei guai con la giustizia?, dico. No, dicono. “Noi siamo la giustizia”.

Sono la fanteria di Muqtada al-Sadr.

Il 29 agosto, dopo ore di scontri, ha infine ordinato ai suoi di ritirarsi dalla Green Zone. E tutti hanno eseguito. Non era una marcia indietro: era una prova di forza.

Una piazza vuota, qui, è significativa quanto una piazza piena.

E se si infiamma l’Iraq, si infiamma il Libano. Si infiamma la Siria.

Si infiamma tutto il mondo all’ombra dell’Iran.

Sto cercando la casa di uno dei ragazzi uccisi il 29 agosto. Chiedo a un benzinaio se è quello della foto sul muro di fronte, e noto solo dopo che è amputato al ginocchio. A Baghdad ogni angolo ha una storia. Ogni via è su Wikipedia. Attentati. Bombardamenti. Esecuzioni. Ogni casa ha un morto. Un ferito. “Siamo tutti martiri, qui”, dice. “Anche i vivi”.

Il figlio sta setacciando i bossoli recuperati da terra alla fine delle manifestazioni. Rivende il ferro. A 3 dollari al chilo. Finora, è l’unica cosa che ci ha guadagnato.

di Francesca Borri


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