Venerdì, 09 Dicembre 2022

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Soy-giorgia l’andalusa e letta occhi-di-tigre

Regione Umbria. La lunga agonia elettorale della Sinistra umbra.

silvia romano2

Perché Letta Occhi-di-Tigre, anzi di-Talpa, «le parisien», ha perso, un disastro annunciato, regalando l’Italia a Soy-Giorgia «l’andalusa», nel centenario della Marcia su Roma? Forse per una sadomasochistica volontà di autoevirazione? Sì, anche questo; servirebbe Freud, o l’ineffabile Recalcati, per «psico-banalizzarla». O forse per il vuoto valoriale, progettuale, ideale, di un Partito senz’anima, elitista, governista, poltronista? Sì, anche questo: nato da 15 anni, 12 anni al governo senza aver mai vinto un’elezione, in ammucchiate con quasi tutti, col pretesto di una perenne emergenza: un caso patologico di prostituzione politica. O si è trattato dell’incredibile insipienza tattica del «pretino Enrico», turlupinato da Calenda e capace di un’impresa al limite dell’impossibile: ridurre l’auspicato «campo largo» bersaniano a meno di un micro-campetto di sagrestia? Sì, anche questo: pure i sassi, di comprendonio più morbido dell’anti-Conte piddino, sapevano che senza i 5S non c’era partita.

E allora, di nuovo, perché?

La questione dirimente è stato essere pro o contro l’«Agenda Draghi». Mai scritta o firmata da alcuno, né canonica né apocrifa, ma introvabile perché semplicemente inesistente, smentita dallo stesso Draghi, l’Agenda «lectiana», condivisa anche dal grottesco duetto Renzi-Calenda, era tuttavia di fatto la cifra dei capisaldi del draghismo: oltranzismo atlantista, cobelligeranza con Biden-Zelensky, iper-liberismo e politiche antisociali. Poteva il fu Migliore accettare i 9 punti di Conte, un grido di dolore dei più deboli e svantaggiati e una lancia spezzata a favore di un timido pacifismo? No, nemmeno uno. E per gli stessi motivi non poteva accettarli il Pd draghizzato di Letta, oramai: un partito di centro, ma non l’ala Destra della Sinistra, bensì l’ala Sinistra della Destra: il partito del Jobs act, del Rosatellum e delle Ztl, e quindi del riarmismo e del bellicismo biden-atlantista. E ora, il grande stratega da tavolino, dopo aver condotto il suo partito alla Caporetto elettorale, vuole traghettarlo «alla fase costituente e congressuale», per rifondarlo, riaprendo le porte ai fuoriusciti renziani di Destra e a quelli bersaniani di Sinistra. Con tre possibili esiti: a) riconsegnare totalmente il partito al bin Salman rignanese; b) cambiare tutto, nome, simbolo, dirigenti, per non cambiare niente: gattopardismo puro; c) scioglimento del partito, come pensa Rosy Bindi, e nascita di una nuova formazione politica, di Sinistra e progressista, in dialogo costruttivo coi 5S di Conte e con gli altri gruppi di sinistra. Ma intanto, gli eletti Pd in Parlamento che fanno? Vanno a giocare a carte nei corridoi di Montecitorio, in attesa della fine della forse lunga fase congressuale, mentre le destre al governo stradominano, disturbate solo dal piccolo drappello di pentastellati?

E veniamo a Soy-Giorgia «l’andalusa», orgogliosa di proclamarsi la più destrorsa d’Italia: «Nessuno è più a destra di me». Ha vinto per un rimescolamento a suo favore dei voti del Centro-destra, sempre gli stessi, non per aver conquistato nuovo elettorato o ridotto l’astensionismo. Un’abile campagna elettorale, bifacciale, la sua, da Mister Hyde e Dottor Jekyll, spesso urlata alla Munch nelle piazze, addomesticata e addolcita nei salotti tv e nel dialogo con i poteri forti nazionali e internazionali. Ora, come negli antichi fasti trionfali romani, è già iniziata la corsa a salire sul carro della vincitrice. È partito lo sdoganamento. Già il Corriere della sera l’ha definita «Mamma d’Italia»: quindi siamo già tutti «Fratelli o Fratellastri d’Italia», meloniani di Destra e di Sinistra, come i due meloni ammiccanti esibiti sui social da Donna Giorgia della Garbatella al posto delle tette? E sempre il Corriere, con Sabino Cassese, ieratico «maestro di color che sanno», ha già avvertito che «il presidenzialismo non è un attentato alla Costituzione», ci mancherebbe! È come dire allegramente: orbanismo creativo e parlamentarismo democratico per me pari sono; consegniamo il Paese per 5 o 20 anni nelle mani di un solo uomo, duce o demagogo, che vuoi che sia, purché il suo governo sia duraturo.

E poi da un bel po’ di tempo illuminati commentatori suggeriscono che Giorgia Meloni, insieme a tutto il cucuzzaro di FdI, non è né fascista né antifascista, ma semmai «anti-antifascista». Una capziosa capriola lessicale per gonzi: se sono fascista, è ovvio che «il nemico del mio nemico è mio amico». Se la Costituzione italiana è antifascista, essere «anti-antifascista» non è essere contro la Costituzione? È lo stesso paralogismo di Ennio Flaiano, frase forse la più amata dai Fratelli italioti, in realtà un aforisma contro il conformismo italico, ma strumentalmente usato dalle destre: «Fascismo e antifascismo sono due forme di fascismo». I contrari si azzerano: se tutto è fascismo, niente è fascismo. Il fascismo apparentemente scompare, non c’è più, e il gioco di prestigio è fatto.

Ma in tutto ciò un elemento di verità purtroppo c’è: il fascismo, come ogni altra possibile ideologia, si evolve, adattandosi ai tempi, ma conservandone il nucleo generativo. L’«album di famiglia» di Meloni è quello: il Duce, Salò, il Msi, An. Anche il lessico è in buona parte quello: patria, nazione, onore e tradimento, culto dei morti e della guerra, non mollare. Ma, per captatio benevolentiae, in caso di necessità, bisogna dissimularlo. Sul «fascismo male assoluto, non mi sono dissociata da Fini», dichiara Meloni. Ma è vero anche che non si è mai associata, né allora né dopo. Sì che ha rifiutato di spegnere la fiamma tricolore del simbolo di FdI, già missino e poi di An, in cui Meloni ha militato. Si è scagliata furibonda contro Fanpage e Piazza pulita per l’inchiesta sui gruppi dirigenti dei FdI milanesi. Non ne conosceva la «matrice» fascista, come per gli squadristi di Forza nuova che assaltarono a Roma la sede nazionale della Cgil? Suvvia, siamo seri.

Manca certo in Meloni il retoricume nazionalistico del Ventennio contro «le demo-pluto-crazie dell’Occidente». Oggi siamo nell’Ue e nella Nato, organismi senza il cui consenso Meloni non può governare. Dunque, Sì del nuovo governo alla Nato, al riarmo, alla guerra antirussa di Biden-Zelensky: al pari di Draghi-Letta, indifferenti non solo agli accorati appelli solidaristici e pacifisti di Bergoglio, ma alla devastazione ecologica che la guerra produce; il sabotaggio terroristico ai due gasdotti di Gazprom, peraltro un’azione di guerra contro la Russia e i suoi residui legami economici con l’Europa, ne è l’ultimo monito. E Sì all’Ue neoliberista, ma declinata col sovranismo: un’Europa non federale, ma di Stati nazionali con ampia autonomia delle proprie classi dominanti. Sul resto, fotocopia aggiornata, cioè postfascista, del vecchio reazionarismo fascista: No al Rdc, ai nuovi diritti civili (aborto, Lgbt, ecc.), alla parità salariale uomo-donna e al salario minimo legale; razzismo non più anti-semita ma anti-immigrati; flat tax per la gioia dei più ricchi; strisciante delegittimazione del pluralismo e delle minoranze. E così via meloneggiando, tra premesse e promesse, ideologiche e propagandistiche. Che speriamo inattuabili. ◘

di Michele Martelli


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