Giovedì, 29 Settembre 2022

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Il suo nome era...

Cronache d’epoca.

silvia romano2

Il suo nome era Filippo Fusini, ma tutti lo chiamavano “Pippo, il frate”, terrore dei contadini. Ma chi era costui? Niente di eccezionale: un personaggio che viveva di espedienti, un imbroglione a tutto tondo, ma non malvagio, anzi anche simpatico quando raccontava le sue vicende; non avrebbe mai torto un capello a chicchessia, salvo torcere il collo alle galline che, nottetempo, diradava dai pollai. Insomma un “picaro” bello e buono, tutto tifernate, vissuto nella prima metà del Novecento. Ma, per conoscerlo meglio, leggiamo ciò che scrisse “La Nazione” datata 27 ottobre 1932: «L’arresto dell’eremita Pippo», questo il titolo del quotidiano fiorentino che così segue: «Filippo Fusini, di ignoti, nato a Città di Castello 26 anni fa, solo di mezzi, credendo di averne la vocazione fu assunto in prova nel convento degli Zoccolanti di Città di Castello. Ma ben presto fu dimesso e lui si mise a fare l’eremita, vestendo il saio francescano, facendo crescere una folta barba. L’arresto è avvenuto a Spoleto, per essere, poi, associato al carcere di Città di Castello». Ma, insomma, cosa aveva combinato Pippo l’eremita? Riprendiamo il giornale e sintetizziamo l’articolo: «Pippo, come abbiamo detto, faceva l’eremita e così andava per monti e valli: lo troviamo nello spoletino, esattamente nella frazione di Triponzo, mentre entra nell’osteria gestita dalla “Sora Teresa”, religiosissima ostessa che lo accoglie baciandogli il cordone e offrendogli un ricco pasto. Il banchetto va avanti per un bel po’. La proprietaria dell’esercizio, fidando nella mistica figura dell’eremita, non sospettando affatto con chi avesse a che fare, lascia per un momento l’osteria. Solo per un momento… Tanto basta a Pippo per mettere le sue veloci mani dentro il cassetto dove era custodito il denaro e impossessarsi di due biglietti da cento e uno da cinquanta lire. Giunto il momento del commiato la Sora Teresa, che, evidentemente, non si era accorta di niente, ringrazia il frate di averla onorata della sua presenza e sulla porta esclama “ringrazio Dio della sua presenza, a presto rivederla”. È tardi quando la Sora Teresa si accorge dell’ammanco, ma non tanto per riuscire a descrivere il “frate” ai carabinieri, i quali ben presto acchiappano Pippo». Questo il giornale fiorentino.

Passano gli anni, e l’immediato dopoguerra “Pippo, il frate”, nell’osteria di Bichiachiera fuori Porta San Giacomo, con il suo “quartuccio” di vino bianco che gli fa da spalla, ama narrare le sue gesta. Soprattutto, questa, adesso raccontata, che così invariabilmente concludeva: «Quando la Sora Teresa, alla mia partenza, ringraziava Dio per avermi conosciuto auspicando un prossimo ritorno, avrei voluto rispondere: «senta Sora Teresa, se proprio ha deciso di ringraziare Dio, lo faccia, ma non gli dica di farmi tornare da queste parti. Soprattutto per il suo interesse!». E nel 1948, nelle sue abituali frequentazioni “giù da Stefano” (così erano chiamate, dal nome del custode, le carceri di via Fucci), Pippo trova il modo di leggere qualche opuscolo nichilista. Assorbe quelle letture come una spugna. Il saio, ormai, è solo un ricordo; l’anticlericalismo la sua missione. Il 18 di aprile ci sono le elezioni per il primo Parlamento repubblicano. In campo, da una parte, la Democrazia cristiana, dall’altra il social-comunisti nel Fronte democratico popolare: la posta è alta. Pippo va per le campagne predicando contro i preti e la religione, “le chiese bisogna trasformarle in stalle, le campane fuse per farne aratri, i preti, c’è bisogno di dirlo?, tutti ammazzati…». Il bello e il brutto è che parlava a nome del “Fronte democratico popolare”, tutto grasso che cola per la Democrazia cristiana che, con volantini e altro, riporta i comizi di Filippo Fusini, evidenziando “il vero volto del comunismo”. Come si sa, il responso delle urne segna una netta sconfitta del “Fronte”, che raggiunge il 31 per cento dei voti (ma la colpa non è tutta di Pippo) e la Democrazia cristiana ottiene il 48 per cento dei suffragi. Queste sono soltanto due delle tante storie di “Pippo, il frate”, che lascia questo mondo negli anni ‘60 del secolo scorso, in punta di piedi, come quando andava a razziare i pollai. ◘

Di Dino Marinelli


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