Giovedì, 29 Settembre 2022

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Scuole clandestine: la trincea della resistenza ai talebani

Afghanistan. Reportage di FRANCESCA BORRI.

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Arrivi come quando arrivi al fronte. Attento che nessuno ti noti. E ti segua. Poi, a un tratto, nel vento denso di polvere e sabbia, sbuca un uomo in moto, che ti fa strada lungo uno sterrato di macerie di vecchie battaglie, e da lì, in un labirinto di vie strette tra muri di fango. Non c’è anima viva. Ma si scosta un cancello, alla fine. E una porta. Una tenda, un’altra porta. Un’altra tenda: e dentro, nascosta, c’è una scuola. Come una trincea.

La trincea della resistenza ai talebani.

In nove file di sei, 54 ragazze sono a lezione di inglese.

Dopo mesi di pressione internazionale, e sanzioni che hanno ridotto in povertà il 95% della popolazione, il 23 marzo in Afghanistan le studentesse delle superiori sono tornate in classe. Ma per un minuto solo. I talebani hanno cambiato idea: e rispedito tutti a casa.

Restano aperte solo elementari e medie.

Ma la storia, in realtà, è un po’ più complicata di così. Perché in larga parte del Paese, non è che le scuole siano state chiuse: non esistono.

“Onestamente, il problema, più che politico, è economico”, dice Matiullah Wesa, 32 anni, il fondatore di Pen Path: una rete di scuole rurali - e ora, appunto, anche di scuole clandestine. «Alcuni sono ancora contrari all’istruzione delle figlie. Ma molti chiedono semplicemente insegnanti donne, aule, aule vere e non tende, non stuoie per terra, e strade. Strade sicure. Perché a volte hai la scuola: ma non la strada per andarci. Gli ostacoli reali sono questi», dice. In un Paese in cui solo il 38% della popolazione sa leggere e scrivere, contro l’84% della media mondiale, e solo il 17% delle donne, il problema non sono tanto gli studenti: ma i professori. Dove trovarli?

Di quelli attuali, meno della metà è diplomato.

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Questa generazione è la prima ad avere studiato. «E se hai studiato, hai studiato per diventare ingegnere, medico, avvocato. O per insegnare, sì: ma all’università», dice una delle maestre. Perché alla fine la scuola, qui, non è che una stanza con una lavagna. Siamo vicino Kandahar, che è la seconda città dell’Afghanistan. Ma è inutile chiedere se c’è Internet: non c’è neppure l’elettricità. «Non è come insegnare ai bambini a cui sei abituata tu. Questi sono bambini che hanno bisogno di tutto», dice. Anche i quaderni, le penne?, dico. «Anche il pane», dice. «O ti svengono in aula per la fame».

Pen Path ha 2.400 maestri sparsi in tutto il paese. Tutti volontari. E ora, ha anche 35 scuole clandestine. E non è facile. Hanno sparato all’auto di Matiullah Wesa già quattro volte. E le ultime minacce sono di una settimana fa. Via twitter. Un talebano ha invitato ad assassinarlo. Subito, però, un altro talebano si è scusato. E ha invitato a difenderlo.

Perché sull’istruzione, i talebani sono divisi. «Hanno un’ala più intransigente, ma nessuno ha dubbi: riapriranno le scuole. Stanno solo organizzando un vertice degli ulama, gli esperti di Islam, perché nessuno poi contesti la decisione», dice. Vogliono intervenire sulle uniformi. E sui programmi. E la comunità internazionale teme che le ore di religione sostituiscano quelle di matematica e scienze. «Ma in realtà, vogliono modificare soprattutto i programmi di Storia: la Storia degli ultimi vent’anni», dice. «Che sono descritti come una liberazione. E per i talebani, invece, sono stati un’occupazione». Su ha il Shaheen è il portavoce del Governo, e non è un segreto: le sue figlie vivono in Qatar, e frequentano il liceo. Una delle due gioca a calcio.

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In 9 province su 34, le scuole superiori non sono mai state chiuse. I talebani, però, sono anche quelli che pattugliano le strade tutti armati. E, come tutti quelli armati, sono imprevedibili. «Ma non temi ritorsioni?», chiedo alla maestra. Nel senso che qui, sparisci: e ti ritrovano morta. Mi guarda. Cosa altro ho da perdere?, dice. «L’istruzione è il futuro dell’Afghanistan. E il futuro dell’Afghanistan conta più del mio».

Il problema non è l’Islam. Anzi. L’Islam si basa su un rapporto diretto tra il fedele e Dio, e quindi, lo studio è un obbligo, perché consente di comprendere Dio: per il Corano, è una delle strade di accesso al paradiso. Il problema, qui, è un altro: è che siamo nel sud. E il sud è il bastione non tanto dei talebani, quanto dei pashtun. Come dice un proverbio: “Sei prima pashtun, e poi musulmano”. E come dice un altro proverbio: “Una donna o sta a casa o nella tomba”. Le case, qui, sono come fortezze. Protette da muri, le finestre coperte da tende. La vita è al chiuso. Non è un Paese di città, questo: ma di famiglie. E i talebani non hanno imposto niente. Non sono al-Qaeda. Non sono l’Isis. Non sono stranieri. Sono espressione di una parte della società. Non hanno introdotto il burqa. Il burqa c’era già. E comunque, le donne non stanno sotto un burqa, qui. Stanno a casa e basta.

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Non molto lontano da quest’aula clandestina, c’è il cimitero dei talebani. Dove gli afghani si inginocchiano a chiedere miracoli e guarigioni come noi a Lourdes.

«In aree così, in cui sono tutti analfabeti, molti di noi arrivano da fuori. E molti di loro non si fidano. Non capiscono quello che è scritto nei libri, e pensano che veniamo a indottrinare i figli», dice un’altra delle maestre. Spesso, sono libri con il logo dell’Unicef. Ma è uguale. Perché l’Occidente non è sinonimo di libertà, qui. Ma di guerra.

scuole clandestine la trincea della resistenza ai talebani altrapagina mese luglio agosto 2022 4Lo stesso Matiullah Wesa aveva 9 anni quando la sua scuola fu incendiata. E non dai talebani. E ora, sull’istruzione la comunità internazionale è divisa quanto i talebani. L’Unicef ha annunciato che, se le scuole non riapriranno, taglierà lo stipendio a 194 mila maestri. E il World Food Programme taglierà le mense. «Ma che senso ha? I talebani non hanno ancora specificato a quali condizioni sono pronti a riaprirle. Su cosa stiamo trattando, esattamente?», ha ribattuto Jan Egeland, a capo del Norwegian Refugee Council: la principale Ong straniera. «Cosa vogliamo ottenere con le sanzioni? Qual è l’obiettivo?», ha detto. «Le scuole? Un nuovo governo? Nuove elezioni?. Così, stiamo solo affamando gli afghani».

Sono le tre, intanto. E per Matiullah Wesa è tempo di andare. In attesa di avere scuole e maestri, e maestre, ha comprato un furgoncino, e da un lato, ha montato uno schermo: e ha registrato le lezioni. Oltre alle scuole rurali e alle scuole clandestine, ora ha anche tre scuole mobili. «Sto seguendo tutto questo dibattito su come sostenere gli afghani senza sostenere i talebani, su come incidere di più, se con il dialogo, o con lo scontro, con l’isolamento; ma a volte penso: ma perché non ci date Internet?», dice.«E risolviamo tutto».

“E sei talebani ora ti fermano?”, dico alla maestra che si avvia verso casa. “Che gli dici?”. «Gli dico che tanto, la sera, le bambine insegnano alle sorelle, alle amiche, alle madri quello che hanno imparato», dice. «La scuola, qui, non chiude mai». ◘

di Francesca Borri


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