Domenica, 07 Agosto 2022

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Le dimissioni volontarie di massa

Umbria. Un fenomeno che interessa il mondo del lavoro e va oltre i salari da fame.

silvia romano2

A volte accade anche in Umbria di brillare per qualche specificità, che generalmente riguarda argomenti e temi legati al decadimento della nostra Regione che appare sempre più piccola, vecchia e isolata.

Dall’economia, alla demografia, alla cultura, molti sono i campi in cui la Regione soffre e dove non riesce a recuperare terreno. Uno dei temi più sensibili, e per questo più osservato, è quello del lavoro e l’occupazione, argomenti che destano sempre un certo interesse, perché sono conseguenza e allarme di problemi più ampi e strutturali.

Se l’occupazione è stabile e cresce, si presume che il territorio che la genera stia in buona salute, e le questioni sociali non abbiano motivo di divenire preoccupazione.

La visione fordista crescita-consumi-occupazione, seppur aggiornata alle nuove tecnologie e alla visione liberista e globalizzata, sembra ancora oggi dominante nella organizzazione sociale e produttiva.

Molti dati evidenziano risultati migliori sia nel confronto con il centro che con quelli nazionali, dalla crescita del Pil, all’occupazione, ai consumi.

Più volte ho provato a ricondurre l’entusiasmo a prudenza e a non tenere troppo conto di dati assolutamente provvisori e segnati da una stampa accomodante e propagandistica.

le dimissioni volontarie di massa altrapagina mese maggio 2022 3La realtà, al contrario, dovrebbe essere ricercata in modo più scientifico e comparato, così da comprendere meglio la situazione che ci aspetterà una volta passate le emergenze, in cui siamo entrati con meno 26% di Pil e con performance strutturali molto negative nei confronti dell’Abruzzo, (la prima regione del sud).

L’ultima ricerca dell’Aur (Agenzia Umbria ricerca) evidenzia un fenomeno che appare essere una novità rispetto allo scenario descritto: la crescita esponenziale delle dimissioni volontarie, soprattutto tra i giovani uomini e tra quelli che hanno un lavoro a tempo indeterminato, un dato, nel 2021, più alto del livello nazionale (73% Umbria, 69% Italia, nel 2019 18% Umbria, 12% Italia).

Lo studio dell’Aur (consultabile nel sito) è puntuale nel definire il fenomeno e contestualizzarlo nello scenario più ampio dell’economia regionale.

La novità determinata da un massiccio abbandono del lavoro “stabile” (non dei lavoretti) da parte dei giovani, in una fase post-pandemica, mette in discussione la certezza del processo fordista lavoro-produzione-consumo, e riporta al centro dell’attenzione lo sviluppo industriale, la creazione della ricchezza e la sua redistribuzione, e di conseguenza il mercato del lavoro, il collegamento scuola-lavoro, pensionamenti, assunzioni e, soprattutto, le politiche attive con cui attenuare quelle passive, un nuovo dinamismo da contrapporre all’assistenzialismo pubblico.

Dopo il Job Act, di renziana memoria – che ha prodotto solo malcontento – e il reddito di cittadinanza da rivedere, tutti questi problemi faticano a trovare una soluzione nei tanti tavoli aperti presso i ministeri interessati.

Il tempo del non più e del non ancora, che segna il passaggio al post-fordismo e alla post-modernità, sembra offrirci un nuovo elemento che, se confermato, nel tempo aprirebbe una finestra del tutto nuova sul mondo dei giovani, sul loro rapporto con il lavoro e sull’idea di relazioni sociali che questo implica.

Ai giovani che non cercano lavoro e non studiano (neet) si aggiungono quelli che volontariamente lasciano un lavoro sicuro, disegnando uno scenario che, se venisse confermato, dovrebbe destare nuova attenzione a questo mondo che pare andare in tutt’altra direzione rispetto a quella disegnata dai boomer, che oggi determinano le politiche del Paese, evidentemente lontane dalle aspettative delle giovani generazioni e dal loro concetto di dignità.

Forse anche questo nuovo fenomeno ci manda un segnale che va oltre il mercato del lavoro, che implica un nuovo modo di pensare e vedere il mondo da parte dei giovani.

Il valore del lavoro per le generazioni passate era il centro di tutto: delle aspirazioni, della realizzazione, della sicurezza, della cittadinanza, del riconoscimento, nella famiglia e nella comunità.

Questa centralità il lavoro l’ha perduta a favore del denaro. Sono il denaro e la sua disponibilità oggi al centro della nuova società tecnologica dei consumi; il modello di riferimento non è più “l’uomo che porta il pane a casa”, ma “Briatore” che incarna il denaro facile, ricchezza e bella vita.

Il sociologo Ricolfi la chiama “la società signorile di massa”, una società tendente al parassitismo, dove i giovani preferirebbero l’assistenzialismo e l’uso delle rendite accumulate dall’Occidente opulento.

Un sistema che nasconde la “mutazione involutiva” di un Paese in cui l’attenzione si è concentrata sul consenso e dunque su altre fasce sociali e non sui giovani, i quali finiscono per privilegiare forme di sussistenza all’impegno in una società che non li considera.

Le dimissioni volontarie da un lavoro a tempo indeterminato in periodi di crisi economica e di redditi sembrerebbero un’assurdità, ma evidentemente rispondono a motivazioni diverse da quelle che il senso comune si aspetterebbe.

Per comprendere meglio un fenomeno così importante si dovrebbe provare almeno a pensare altrimenti, a ribaltare il punto di vista e provare a mettersi dalla parte dei giovani, e forse riusciremmo a vedere alcuni aspetti che hanno concorso a cambiare la prospettiva e la loro scala d’interessi.

In primo luogo, il valore del lavoro inteso come pilastro della nostra Carta costituzionale, il lavoro solido e sicuro che organizzava vita, tempi, ritmi, aspirazioni, oggi superato dall’economia finanziarizzata e tecnologica.

I giovani, nativi digitali, le generazioni zeta ecc. hanno preso le distanze dai boomer e si stanno ri-orientando e organizzando attorno a interessi e valori diversi da quelli che si vorrebbe loro imporre.

Anche il declino demografico troverebbe qualche spiegazione, se si considerasse che le aspettative delle giovani generazioni vanno oltre il reddito da lavoro e abbracciano interessi, sogni, aspettative, diversi da quelli attesi dalla politica, che poco fa per comprenderli. La stessa globalizzazione individualista portatrice di lavoro precario, mobilità professionale, insicurezza e sostegni pubblici ha condizionato negativamente la percezione del lavoro come occasione realizzativa.

Questa mutazione non deve essere sottovalutata, perché è destinata a cambiare la condizione stessa della coesione sociale e il modo di intendere le relazioni personali, la comunità, nuovi stili di vita, valori e aspirazioni: difficile dire se migliori o peggiori, sicuramente diversi da quelli che ci hanno guidato e ispirato fino ad oggi.

Il fenomeno umbro dei licenziamenti volontari è solo uno degli aspetti del cambiamento che non potrà essere arginato con la resilienza né tantomeno negando l’evidenza.

Quello che diventeremo dipenderà da noi. Si tratta di navigare, non di alzare muri; i giovani si stanno già proiettando verso il mondo nuovo, e decideranno loro cosa salvare del vecchio mondo o abbandonare definitivamente. ◘

ScreenHunter 03 Jun. 26 16.55

Di Ulderico Sbarra


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