Martedì, 18 Gennaio 2022

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LA modernità ARTIFICIALE

Intervista a RICCARDO PETRELLA, economista, docente, scrittore.

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Riccardo Petrella ha lavorato con passione perché alle generazioni attuali non sia sottratto il futuro e ha lottato contro le disuguaglianze sociali che contraddistinguono la società contemporanea. L’ultimo impegno è la difesa dell’acqua come bene comune contro il potere della grande finanza. Gli chiediamo cosa pensa degli sviluppi dell’economia mondiale.

Siamo di fronte a una automazione radicale e con quali esiti?

«Siamo in un periodo dominato dall’artificializzazione della vita. Dopo la meccanizzazione, dopo l’automazione della seconda guerra mondiale e l’informatizzazione degli anni '70, ora siamo entrati in una fase generalizzata di artificializzazione di ogni attività umana. Tutto è strumentalizzato in particolare dalle tecnologie dell’intelligenza artificiale e uno dei campi più coinvolti è il lavoro. Perché, dal punto di vista economico immediato, il capitale cerca sempre di ridurre i costi di tutti gli altri fattori di produzione e così l’utilizzo di macchine intelligenti permette all’impresa di ripartire la ricchezza prodotta sempre più a vantaggio del fattore del capitale e a detrimento del fattore del lavoro».

Questo fenomeno si osservava già dal 1975.

«Si parla ormai da una ventina di anni di lavoratori poveri, il cui reddito non è sufficiente a rispondere a tutti i bisogni di base. In effetti oggi la digitalizzazione si presenta come principale obiettivo perseguito dai gruppi finanziari dominanti, che la considerano una fase storica epocale, necessaria e inevitabile. Il capitale, nella sua logica strutturale, cerca sempre di eliminare i costi sociali, quelli legati al lavoro, legati alle risorse naturali, alla democrazia, alla libertà. Perché il costo economico produttivo del lavoro o quello del trattamento della natura è relativamente limitato, mentre quello del welfare è una maniera di ripartizione equa della ricchezza prodotta. Il costo sociale è aumentato, in termini di diritti del lavoro, di condizioni di vita, di sfruttamento della natura. Oggi la digitalizzazione cerca sempre di eliminarlo»

Per questo motivo è stato demolito il welfare?

«Questo spiega la prima ragione della digitalizzazione. La seconda è dovuta al fatto che il capitale è riuscito a trasformare ogni forma di vita in risorsa, mirando all’incremento del ritorno degli investimenti a favore del capitale. Anche gli esseri umani sono stati considerate risorse, si parla infatti di risorse umane, quindi sostituibili da altre risorse più redditizie. Se l’intelligenza artificiale sostituisce le forme di intelligenza umane utilizzabili, ecco che la digitalizzazione cattura quell’intelligenza a vantaggio del capitale. Da qui l’espansione delle pratiche economiche della logistica».

La cosiddetta “Industria 4.0” nata dalla programmazione informatica segnerà il declino del lavoro e la crescita della disoccupazione a livello globale?

«L’industria 4.0 è superata da quella 5.0, una fase dell’automazione intelligente, che permette la comunicazione tra le stesse macchine. Il 4G era la capacità di aumentare la tecnologia di comunicazione tra le macchine e l’uomo, la 5G aumenta la capacità di comunicazione tra le macchine stesse, indipendentemente dalle relazioni con l’uomo. Questo è il volto cattivo del capitale, che vuole non solo aumentare la sottomissione del comportamento umano alle logiche dell’efficienza delle macchine, ma lo vuole rimpiazzare totalmente. Quando i gruppi dominanti parlano della tendenza verso un’economia o una modernità post-umana, il 5.0 esprime questo fenomeno attraverso una intensificazione dell’intelligenza incorporata nella comunicazione tra le macchine. Il problema si risolve in una logica di altre relazioni tra il fattore umano e le macchine. Il capitalismo digitale fa predazione della conoscenza, del tempo. Pensiamo che oggi la finanza esegue le transazioni in milionesimi di secondo, sconvolgendo ogni logica».

Come si può configurare un intervento pubblico che eviti la precarietà e garantisca il lavoro per tutti?

«Nella logica finora spiegata, il capitale, massimizzando la cattura del valore prodotto grazie all’utilizzo delle tecnologie digitali, si attribuisce una potenza di controllo sull’intero ciclo di attività umane. Questa capacità di appropriazione e di controllo, permessa anche dai brevetti privati sugli algoritmi, determina un potente potere politico sulla vita. Il capitale dunque non ha alcun interesse a cambiare il sistema e umanizzarlo, anzi cercherà sempre di più di sostituire ogni forma di attività umana raggiungendo la società post-umana».

Lavoro per tutti significherebbe reddito per tutti?

«È un concetto estraneo al capitale. Le relazioni capitalistiche non possono essere cambiate dal sistema, altrimenti modificherebbero il concetto di valore su cui il sistema attuale si fonda e che non è vita, conoscenza umana, ma tecnologia digitale, che converge sulla conoscenza più alta oggi concepita: la finanza. Essa definisce il valore, attraverso una dissociazione sempre più accentuata dalla vita reale e dalle persone: è chiaro che il sistema vuole mantenere le relazioni di dominio e di esclusione che lo caratterizzano. Altrimenti dovrebbe rimettere al centro delle relazioni la dignità. Un operaio di Ilva un anno fa dichiarò che preferiva morire di cancro, piuttosto che morire socialmente ed economicamente, confermando questa espropriazione di dignità da parte del capitale».

Lei ritiene che il neoliberismo abbia già vinto la sua battaglia contro la democrazia e la società? Eventualmente perché?

«Cambiare il sistema è determinante, ma molto difficile. Pensiamo ai contadini che dal sedicesimo secolo, e gli operai dal diciottesimo, sanno che non è facile cambiare il sistema di dominio. Tento di suggerire due strade. Ci sono due grandi forze sociali che dovrebbero cambiare. La prima che dovrebbe cambiare politicamente e socialmente sono le religioni. Esse dovrebbero riportare nella vita quotidiana la dignità umana e i diritti, perché per una ragione o per l’altra hanno continuato a legittimare l’ineguaglianza, l’impoverimento materiale, il dominio dell’uomo sulla donna, ecc. Penso che sarà difficile, ma le religioni influenzano 4 miliardi di persone e in questo senso papa Francesco rappresenta una figura di importanza universale.

La seconda strada che dovremmo seguire è di domandare alle forze progressiste presenti in tutti i campi sociali di essere schiette e determinate nella loro denuncia, nel loro impegno a cambiare il mondo, senza scendere a compromessi, come è avvenuto in passato quando hanno sostenuto la crescita economica. I partiti socialisti del mondo intero hanno accettato la logica capitalista del libero mercato che ha distrutto i diritti. Questo processo di cambiamento impiegherà qualche generazione». ◘

di Achille Rossi


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