Giovedì, 26 Maggio 2022

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Dante e i classici latini

Cultura. Dante 700 anni dopo.

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Riconsideriamo il ventesimo canto dell’Inferno. Dante attraversa le Malebolge, l’ottavo cerchio del mondo dei sommersi, quello riservato ai colpevoli di frode nei confronti di colui “che fidanza non imborsa” (Inf. XI, 54). Accompagnato dalla guida Virgilio, ha davanti agli occhi lo spettacolo raccapricciante della quarta bolgia, assegnata agli indovini. I peccatori vengono castigati mediante l’obbligo di sfilare all’indietro, nudi, in silenzio, la testa stravolta all’incontrario, equo contrappasso per coloro che avevano presunto di scorgere l’avvenire: "l veder dinanzi era lor tolto". Il pellegrino fiorentino sparge lacrime davanti alla visione di un’umanità tanto martoriata, subito rampognato dalla guida: non bisogna provare misericordia per i condannati da Dio onnisciente. Virgilio, voce  principale del canto, tratteggia una rassegna degli indovini ivi incarcerati: Anfiarao, uno dei Sette a Tebe, inghiottito dalla terra; Tiresia che si era tramutato in donna e dovette ricolpire due serpenti con una verga per riassumere il sesso originario; l’aruspice etrusco Arrunte, abitante di una spelonca dei monti di Luni; Manto, la figlia dell’anzidetto Tiresia, raminga nel mondo dopo aver abbandonato la natia Tebe, sacra a Bacco, venuta in seguito a morire nel luogo dove sarebbe sorta più tardi la città di Mantova. Il poeta dell’Eneide distingue ancora altri personaggi tra cui l’augure Euripilo.

Del canto XX dell’Inferno si sono occupati egregiamente alcuni dei dantisti più brillanti del secondo Novecento: Silvio Pasquazi, Ignazio Baldelli, Ettore Paratore, per nominarne soltanto tre. Ciò che emerge dall’esperienza di qualunque lettore del canto, semmai mediante la consultazione di un commento adeguato (sempre raccomandabile quello realizzato da Natalino Sapegno già nel 1955), è come le conoscenze classiche del poeta vadano a formar l’humus da cui germoglia l'intero episodio, peraltro in sé molto compatto.

Ecco che il personaggio di Anfiarao deriva dalla Tebaide di Stazio, Tiresia dalle Metamorfosi ovidiane, Arrunte dal primo libro del Bellum civile di Lucano, Euripilo dal secondo dell’Eneide – “Euripilo ebbe nome e così ’l canta / l’alta mia tragedìa in alcun loco: / ben lo sai tu che la sai tutta quanta”, spiega lo stesso Virgilio al protetto. Ma anche l’epillio delle origini di Mantova (le parole risalgono all’anzidetto Paratore) accenna a un dialogo intimo con il poema augusteo. Infatti già l’Eneide proponeva un aition per la città lombarda secondo il quale in Ocno, figlio di Manto, sarebbe da riconoscerne il fondatore. Significativamente diversa la versione offerta dal canto XX dell’Inferno. Nei pressi dell’odierna Mantova, “nel mezzo del pantano”, Manto, esule da Tebe, si imbatteva in una terra non coltivata e senza abitanti. Lì avrebbe praticato le proprie arti divinatorie fino alla morte. Sovra le ossa di lei vennero altri a stabilirci una città: “e per colei che ’l loco prima elesse, / Mantua l’appellar sanz’altra sorte”. Quindi Dante autore fa Virgilio personaggio smentire Virgilio autore: non fu in realtà Ocno a conferire il nome alla città bensì i nuovi abitanti trasferitivisi dalle località confinanti. Si direbbe che nell’emarginare la “vergine cruda” Manto dalla leggenda della fondazione della città pressoché omonima l’aition dantesco si prefiggesse la finalità di contrastare quell’imponente tradizione medievale che faceva del mantovano Virgilio un negromante, intenditore di sortilegi di ogni risma.

Ma -  viene da dire - qui, nella bolgia degli indovini, si tratta dell’Inferno, laddove una buona dose di romanità pagana non poteva mica nuocere al rigoroso impianto teologico, aggiungendovi anzi qualche sfumatura confacente. Eppure c’è da constatare che il quadro rimane sostanzialmente invariato anche all’interno della cantica successiva, quella dove la “navicella” dell’ingegno dantesco corre acque migliori, dei penitenti temporaneamente residenti lungo le falde della montagna dell’Eden. Qui i traumi dei dannati alla perdizione sono ormai relegati al passato, i malvagi che sdegnosamente respingevano Dio non hanno nulla da cercare nell’emisfero australe della Terra agli antipodi di Gerusalemme. Eppure come prende l’abbrivio il primo canto del Purgatorio? Un’invocazione alle Muse, la trasformazione delle Pieridi in gazze (latino picae) raccontata nel quinto libro delle Metamorfosi e, come se non bastasse tutto ciò, un “veglio solo” che risponde al nome di Catone Uticense, “degno di tanta reverenza in vista, / che più non dee a padre alcun figliuolo”. Quindi un pagano suicida, cui Lucano aveva eretto un monumento glorioso nel Bellum civile, promosso a guardiano del monte santo del Purgatorio.

Insomma, un aldilà pullulante di personaggi tratti dalla letteratura antica, un pellegrino accompagnato dall’autore dell’Eneide che incontrerà di volta in volta, tra l’Inferno e il Purgatorio, Omero, Orazio, Ovidio, Lucano e Stazio.

Chi desidera andare a fondo del come e del perché di un sorprendente ritorno alla romanità, ancora agli albori di quell’Umanesimo che avrà il suo vero iniziatore in Francesco Petrarca, ha ora la possibilità di consultare un volume, fresco di stampa: Nostra maggior musa. I maestri della letteratura classica nella Commedia di Dante (Edizioni Nuova Prhomos, 2021). Impossibile qui elencare tutti gli autori e i temi trattati. Ricordiamo almeno Julia Bolton Holloway su Terenzio, Francesco Tateo su Orazio, Aldo Onorati su Persio, Giulio Ferroni su Stazio. ◘

di John Butcher


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