Lunedì, 16 Maggio 2022

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Cento anni fa i fascisti distrussero la caera del lavoro

Cronaca d'epoca.

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Il mese scorso la teppaglia fascista ha devastato la Camera del Lavoro di Roma, un secolo fa la teppaglia fascista devastò e diede alle fiamme la Camera del Lavoro di Città di Castello, in via dei Casceri. Un centenario dimenticato che rivive nelle pagine del libro di Francesco Pierucci 1921-1922 Violenze e crimini fascisti in Umbria. Racconta, Francesco Pierucci, che tutto accadde quella domenica di Pasqua del mese di marzo del 1921: «Arrivati da Perugia verso le quindici, i fascisti hanno fatto ingresso in città da porta S. Maria incominciando a sparare all’impazzata al grido di “Abbasso e a morte” e “fuori i vigliacchi e traditori della patria”. Gli antifascisti, presi alla sprovvista, hanno fatto del loro meglio per fronteggiare gli energumeni, preoccupandosi di assicurare la difesa della Camera del Lavoro e la tipografia dove si stampava La Rivendicazione, ma privi di armi, o quasi, dovettero rinunciare alla difesa e mettersi in salvo […] I fascisti, quando furono certi che all’interno era cessata la resistenza, con lancio di bombe a mano sfondarono la porta d’ingresso, entrando nei locali della Camera del Lavoro, gettando mobili, sedie, registri sulla strada, ne hanno fatto un mucchio appiccandovi il fuoco, mentre altri incendiavano la biblioteca. Rubarono gli strumenti musicali della banda dei giovani socialisti. Entrati nei locali della tipografia rompevano i macchinari disperdendo sul pavimento le casse dei caratteri e i pacchi di carta». Compiuta la nefandezza, le camicie nere guidate dai fascisti di Città di Castello «si sono recate all’abitazione del compagno Aspromonte Bucchi, segretario della Camera del Lavoro, procedendo alla devastazione della casa, rubando le bandiere delle leghe, appropriandosi di 800 lire appartenenti al periodico socialista La Rivendicazione, rubando un libretto di risparmio della Lega dei Terrazzieri e tante altre cose di valore. Poi, sempre in nome della patria hanno saccheggiato la casa del compagno Gio Batta Venturelli rubando persino i cappotti. E fu la volta della casa del compagno Raffaele Marinelli dove hanno bivaccato, mangiando, bevendo, orinando, e non solo, nel pavimento della camera da letto. Infine è la volta della casa del compagno Luigi Crocioni, segretario della sezione dei mutilati e invalidi di guerra, anche questa devastata». Ha scritto Umberto Eco: «Ahimè, il fascismo eterno è ancora attorno a noi. Può tornare in abiti civili e sotto le spoglie più innocenti, il nostro dovere è di smascherarlo, di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme». Allora attenti a non folleggiare troppo con queste nuove forme, vi albergano i nipotini di quelli della Pasqua 1921. Non ringraziamoli per i loro “aiuti”, quali che siano, poi presenteranno il conto. «Quel giorno di Pasqua del 1921 si è concluso – scrive Francesco Pierucci – con l’assassinio del compagno Baldacci, sul quale il fascista, tenente Tonti, ha scaricato freddamente la pistola, solo perché Baldacci si era rifiutato di gridare “Viva l’Italia”». ◘

di Dino Marinelli


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