Venerdì, 03 Dicembre 2021

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In fuga dall'orrore

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Devono percorrere 5.000 o 6.000 chilometri per raggiungere l’Europa i profughi afgani. Questo lungo viaggio iniziato nel 2.000 a causa della povertà, della siccità e delle guerre ha subito una forte accelerazione con il ritorno dei talebani. Ne parliamo con Nello Scavo, giornalista di “Avvenire”, da due anni sottoposto a un programma di protezione per le minacce di morte ricevute a causa delle sue inchieste sulla rotta dei profughi e sui traffici di esseri umani in Libia.

Con il ritorno al potere dei talebani l’esodo degli afgani dal loro Paese ha subito un forte incremento. Quanti sono quelli che scappano e, soprattutto, dove si rifugiano?

«Complessivamente si stimano 5 milioni di profughi afgani, dei quali quasi due milioni sono rifugiati in Iran, la maggioranza  si trova in Pakistan e gran parte di queste persone vive nei campi da circa vent’anni, cioè dall’inizio della missione internazionale in Afghanistan. Questa massa di persone era in attesa di poter rientrare nel proprio Paese pacificato  e poi ha visto svanire ogni speranza, così ha tentato di percorrere nuove strade, in particolare verso l’Europa. Il flusso dall’Iran  alla Turchia non è ancora massiccio ma è sempre costante e non si è mai fermato in questi anni, intanto però continuano i respingimenti. Quindi ci sono molti interrogativi sul futuro».

E le persone che sono rimaste intrappolate in Afghanistan, quali possibilità hanno di emigrare?

«Da una parte c’era stata la speranza che almeno la provincia del Panjshir riuscisse a resistere alla pressione dei talebani, ma quei combattenti sono stati sostanzialmente abbandonati e quindi anche l’ultima sacca di resistenza è stata annientata. Rimangono alcuni villaggi e alcune aree libere, ma complessivamente il Paese è nelle mani dei barbuti fondamentalisti. Molte persone stanno tentando di uscire dal confine pakistano, nonostante le frontiere ufficiali siano presidiate dall’esercito. Per ragioni geografiche (i confini tra i due Paesi sono molto estesi) ci sono aree molto porose e più difficili da controllare. Non ci sono stime esatte, tuttavia decine di migliaia di persone stanno provando a raggiungere quelle aree». 

C’è un isolamento anche da parte dei Paesi dell’area  geostrategica asiatica?

in fuga dall orrore altrapagina mese ottobre 2021 2«Il problema vero in questo momento è di natura politica, perché si sa bene come i talebani intendano governare. A ciò si aggiunge anche un  problema di natura economica: la loro avanzata infatti ha provocato un ulteriore impoverimento in un Paese che certo ricco non era, e dunque c’è una emergenza umanitaria dentro un’altra emergenza umanitaria. Bisognerà capire se alcune  potenze regionali come la Cina e la Russia interverranno per fornire un minimo di assistenza alla popolazione rimasta intrappolata».

Hanno destato molta impressione in Occidente le immagini dei bambini consegnati dalle madri ai militari per farli uscire dal Paese. Una separazione dolorosa, ma che ha provocato anche qualche dissenso.

«Credo che chiunque sia stato una mezza giornata con i talebani non dovrebbe avere alcun dubbio sul perché queste madri decidano di privarsi dei propri figli, forse separandosene per sempre, pur di offrire loro un’alternativa di vita. Quello che ci viene raccontato e documentato sulla condizione delle donne è spaventoso, e quindi chi non ha potuto raggiungere gli aerei li ha affidati, nella speranza di poterli forse ritrovare un giorno. C’è stato chi ha accusato queste madri  di incoscienza, invece bisognerebbe indignarsi e chiedersi perché queste donne sono costrette a compiere un gesto così estremo».

A questo punto, Scavo fa il parallelo tra queste madri e la storia biblica del re Salomone e delle due madri, una vera e una falsa, e del figlio conteso: «Mi viene in mente il racconto di re Salomone, del bambino che era conteso da due madri, e quando Salomone con saggezza disse “dividiamo il bambino in due parti per non fare torto a nessuna delle due”, la vera madre si oppose dicendo di consegnare il bambino all’altra donna. Il saggio re capì così che quella era la  vera madre perché era disposta a rinunciare al proprio figlio pur di non farlo uccidere».

«Storie come queste, aggiunge Scavo, provengono dall’Afghanistan, dalla Libia, dal Sahara, mamme e papà si separano dai figli sperando in un futuro migliore per essi, un futuro, aggiunge, che non è per nulla scontato».

Anche l’Europa non ha mostrato il suo volto migliore: l’unica parola che ha saputo dire è di aiutarli purché rimangano nelle zone limitrofe al loro Paese. Un equivalente di “aiutiamoli a casa loro”.

«L’Europa è doppiamente colpevole. Anche fatta salva la buona fede di chi è andato lì militarmente sperando di annientare i talebani e restituire a quel Paese dignità e prospettive di futuro, vent’anni dopo sappiamo che la più potente coalizione militare che la Storia abbia mai conosciuto non è riuscita a vincere i barbuti talebani, con i sandali ai piedi e i kalashnikov sulle spalle, i quali sono riusciti a conquistare in pochi giorni un intero Paese. Chiudere quindi le porte ai profughi è doppiamente colpevole. Prima di tutto perché l’Europa ha promosso e sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui profughi di guerra. E in base a tale atto costitutivo i profughi non si respingono, ma si accolgono, si soccorrono, si prende coscienza dei loro problemi e si cerca di risolverli. Ma è doppiamente colpevole per gli errori che anch’essa ha commesso, contribuendo a provocare questa catastrofe politica e umanitaria».

Tutto ciò fa sì che la Turchia userà ancora questo flusso di esseri umani come arma di ricatto per ottenere più soldi dall’Europa?

in fuga dall orrore altrapagina mese ottobre 2021 3«Non c’è il minimo dubbio che le cose andranno così. La Turchia sta mostrando al mondo il suo sforzo politico e anche economico per contenere il flusso di profughi, ne ospita già in numero rilevante nel proprio territorio, ha ricevuto dei finanziamenti pari circa a sei miliardi di euro per gestire la crisi dei migranti e chiederà sicuramente altri soldi. Ma bisogna tenere conto che in queste vicende non si parla solo di denaro, sono in gioco anche interessi strategici regionali. La Turchia può fare pressione sull’Europa dal momento in cui è presente in Libia, e se non riuscisse a ottenere ciò che chiede rispetto alla gestione dei profughi, potrebbe far ripartire il flusso dalle coste libiche. Ci sono problemi petroliferi e di approvvigionamento energetico. Andiamo incontro a una stagione invernale; sappiamo già che il prezzo del gas aumenterà dal 30 al 40%. In Turchia passano alcuni gasdotti importanti per garantire una prospettiva energetica all’Europa, e ciò potrebbe fare il gioco di Putin che apre i rubinetti a piacimento non per questioni tariffarie sul gas, ma per altre questioni geopolitiche».

Riusciranno i talebani a rimanere al potere?

«Ci sono due livelli. L’instabilità interna dell’Afghanistan produce in prospettiva stabilità e sicurezza per Paesi come Cina e Pakistan e altri. Essi non gradirebbero un Afghanistan troppo forte e talebanizzato, anche se hanno sostenuto la loro avanzata. A loro interessa mantenere un controllo su gruppi ritenuti politicamente inaffidabili. Poi c’è un fattore esterno, non secondario. Come spesso accade, è già accaduto con Al Qaeda e poi con l’Isis, la vittoria dei talebani contro gli Stati Uniti ha galvanizzato gruppi fondamentalisti nell’Africa sub-sahariana e in altre regioni dell’Asia, i quali, peraltro, condividono molto poco dal punto di vista politico e teologico con gli studenti coranici. Ma il valore simbolico della vittoria fa da collante e da innesco motivazionale per compiere una serie di tentativi da cui nasceranno altri piccoli Afghanistan, o focolai di guerriglia, in altre parti del mondo». ◘

di Redazione l'Altrapagina


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