Venerdì, 03 Dicembre 2021

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Un nuovo inizio

silvia romano2

L’orrore degli attentati e il dramma dei profughi afghani mostrano quanto sia alto il prezzo della rotta americana a Kabul, e non solo per l’America. La lettura che ci sentiamo di avanzare è che la caduta di Kabul è speculare alla caduta del muro di Berlino; ambedue frutto non di una sconfitta militare, ma di una decisione politica degli invasori, i sovietici allora, gli americani oggi; ambedue segno che il mondo da loro immagiNato e voluto è sbagliato e impossibile, e che un altro se ne deve ora progettare e costruire. Il 2021 si rivela pertanto come il rovescio dell’89.

Ma allora è lì che bisogna tornare, come ai nastri di partenza, per organizzare un’altra risposta. L’Occidente sbagliò allora la lettura e la risposta agli eventi dell’89, prima favorendo la dissoluzione dell’Urss, poi concependo un mondo di cui esso fosse l’unico gendarme e padrone; l’Occidente non seppe uscire dal sistema di dominio e di guerra che era legato alla diarchia del terrore ma, venuta meno l’Unione Sovietica, proseguì quel medesimo sistema mettendosi alla sua testa da solo, e così facendo attivò una crisi speculare a quella che fu la crisi del comunismo, innescando la fase finale della crisi di quell’ordine. Come avvenne questo? Quando il 14 novembre 1989 Gorbaciov, capo dell’Urss, trasmise ai dirigenti tedeschi la decisione di aprire il muro di Berlino, tutta la politica militare, tutta la politica estera, tutto il mondo erano pensati in funzione della sfida finale della storia, identificata con lo scontro dell’Occidente col comunismo inteso come il principio del male. Nel momento in cui questo improvvisamente e in modo incruento finisce, gli americani stentano a crederci, e si apre un vuoto che non si è minimamente preparati a riempire.

L’unica cosa che l’Occidente riesce a dire è: “la guerra fredda è finita, e noi l’abbiamo vinta”.

un nuovo inizio altrapagina mese ottobre 2021 3Ma a questo punto, caduto il limite esterno, il capitalismo realizzato si accorge di non essere affatto universale. Non può sfamare tutti, non può avere acqua e medicine per tutti, non può permettere la democrazia a tutti. I meccanismi economici non sono attrezzati per questo, perché sono fatti per incrementare il denaro e non per soddisfare i bisogni. Ma questo non è il solo problema. È lo stesso ordine fisico della terra che presenta limiti invalicabili a una fruizione universale del livello di vita conseguito dalle aree privilegiate del sistema. Il Club di Roma già nel 1971 aveva proiettato nel futuro i limiti dello sviluppo, e quelle previsioni erano risultate fondate. Stavano per finire il petrolio, il gas naturale, il carbone, stava per cambiare il clima, stavano per ritrarsi le acque da bere e innalzarsi le acque marine, i tassi di inquinamento stavano per raggiungere livelli catastrofici. Contro il mito del progresso illimitato, si faceva strada la coscienza della scarsità. Ci sono correnti che spingono verso una ristrutturazione equa di tutti i rapporti mondiali, ma il sistema fa un’altra scelta. Se il mondo non si può tenere in piedi tutto, allora se ne garantisce solo una parte, la propria. Il capitalismo vincente non può ritrarsi e rientrare nei vecchi confini del Primo Mondo, continuerà a inglobare tutto il mondo, ma con una stratificazione, una gerarchia, una grande selezione, una realistica diseguaglianza; c’è un mondo da salvare e un mondo a perdere, i privilegiati e gli esclusi, i necessari e gli esuberi; cioè noi e loro, quelli che poi un giorno papa Francesco chiamerà “gli scarti”.

Il grande problema che si apre con la scomparsa dell’Urss è quello del governo del mondo. L’idea è che occorre stabilire un sovrano universale, e questo non può essere altro che gli Stati Uniti. Nell’aprile del 1992 le “linee guida” per la politica della difesa degli Stati Uniti formalizzano la nuova dottrina. “Occorre impedire a qualsiasi potenza ostile – dicono – il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero di accedere allo status di grande potenza”; occorre “impedire l’ascesa di un futuro concorrente globale”; occorre “dissuadere i Paesi industriali avanzati da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership”, cioè la leadership americana: e questo valeva anche per l’Europa.

Naturalmente occorreva al più presto possibile riappropriarsi dello strumento sovrano del governo del mondo: la guerra. La guerra, agli inizi degli anni '90, non solo era bandita dal diritto, ripudiata dalle Costituzioni, ma godeva di unanime discredito e repulsione nell’opinione pubblica mondiale. La guerra, identificata ormai con la guerra nucleare, era considerata come il male assoluto, anche dai governanti. La guerra era il terrore; la pace era l’equilibrio del terrore, era la deterrenza: cioè togliere il terrore con il terrore.

Ma nella nuova situazione crea-

tasi dopo l’89 la guerra doveva essere ripristinata, richiamata dal suo esilio, eticamente riscattata e di nuovo agghindata e adornata come una sposa.

L’occasione la fornì l’Iraq e la sua disputa con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi Opec per il prezzo del petrolio, sceso a prezzi stracciati fino a 12 dollari al barile. Fidando nel fatto che la guerra non usava più, l’Iraq occupò il Kuwait. Questo crimine fu fatale. Il muro di Berlino era stato rimosso da un anno, l’Urss non era più in grado di fermare l’Occidente. E Bush padre fece la guerra; la fece per due ragioni; la prima, come spiegò poi nelle sue memorie, perché non si poteva permettere che le riserve di petrolio del Medio Oriente cadessero sotto il controllo di una potenza ostile; e fu la prima guerra per il petrolio: e la seconda ragione, più importante, fu per ristabilire il diritto di guerra esercitandolo in nome di quelle stesse Nazioni Unite che l’avevano abrogato; e quella del 1991 fu la guerra per riabilitare la guerra agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Ci vollero alcuni mesi non solo per preparare l’armata ma per sviluppare una imponente campagna di persuasione; si trattava di rovesciare il sentire comune che Paolo VI aveva quindici anni prima icasticamente proclamato dalla tribuna dell’Onu: mai più la guerra. E infatti Giovanni Paolo II le si oppose.

un nuovo inizio altrapagina mese ottobre 2021 4Nel 1999 toccò alla Jugoslavia. La guerra era stata ormai richiamata in servizio, era “libera all’esercizio”. Anche per quella guerra si parlò di petrolio, della necessità di aprire un corridoio per gli oleodotti dal Caspio. Ma la vera ragione fu politica. La ragione fu di uscire dall’ordine delle Nazioni Unite, dove la guerra era ancora formalmente bandita, e comunque sottoposta a limiti e condizioni, ed entrare, ormai senza altre remore, nell’ordine della Nato; la Nato diventava essa la nuova comunità internazionale, la parte per il tutto, assumeva prerogative sovrane, si investiva in proprio del diritto e del potere sovrano di guerra. Per far questo cambiava i suoi statuti. Il 24 aprile 1999, nel vertice atlantico di Washington, la Nato cambiava finalità e natura, dichiarava non più operanti i limiti degli articoli 5 e 6 del suo statuto che restringevano l’ipotesi di uso della forza armata alla difesa contro un’aggressione, e rompeva perciò anche i limiti dell’art. 51 della Carta dell’Onu; inoltre la Nato infrangeva i limiti della sua competenza territoriale e si assegnava come campo d’azione tutto il mondo; teorizzava la pace e la sicurezza non più come indivisibili per tutti, ma solo per sé e per i 19 Paesi membri, e individuava nuove minacce alla sicurezza: terrorismo, sabotaggio, criminalità organizzata, interruzione di approvvigionamenti, movimenti migratori, fattori politici, economici, sociali, ambientali, rivalità etniche, religiose, riforme mal pensate o fallite, violazione di diritti umani, dissoluzione di Stati.

Per la prima volta il ricorso alle armi, cioè la guerra, veniva contemplato come risposta a crisi politiche, sociali, economiche, religiose di ogni tipo. Non a caso la prima delle nuove minacce alla sicurezza era individuata nel terrorismo. Quest’ultima era una profezia destinata ad autorealizzarsi. Se il mondo doveva restare pietrificato nella sua ingiustizia costitutiva, se la guerra diventava il mezzo universale per gestire ogni genere di contraddizioni o di crisi, e se l’esistenza di un’unica superpotenza militare faceva sì che la guerra restasse prerogativa e risorsa di una parte sola, agli altri non restava che il terrorismo.

In tal modo terrorismo e guerra erano assimilati come due variabili della stessa fattispecie, come due surrogati dello stesso bene perduto: la politica.

La conferma giunse ben presto, l’11 settembre 2001, con gli attentati al Pentagono e alle Torri gemelle. Il giovane Bush li riconobbe subito come atti di guerra. E infatti rispose con la guerra, perché questa ormai era diventata l’unica lingua della politica. Nascono così la guerra e l’invasione in Afghanistan durate fino a ora, e subito dopo la seconda guerra del Golfo, giunta fino alla distruzione dell’Iraq e all’uccisione di Saddam Hussein, sulla base della menzogna, poi ufficialmente riconosciuta dal rapporto Chilcot del Parlamento inglese e dallo stesso Tony Blair, della minaccia delle armi di distruzione di massa. E nel 2002 il delirio teorizzato dalla destra neoconservatrice secondo cui la sicurezza americana stava nel dominio del mondo veniva formalizzato nella “Nuova strategia della sicurezza nazionale americana” che arricchiva con le armi spaziali gli arsenali a disposizione della Casa Bianca.

È tutto questo che è finito nel neo-

isolazionismo di Trump, nell’ideo-

logia dell’ “America First”, nella “débâcle” di Biden, nell’abbandono americano dell’Afghanistan e nella tragedia dei presi e lasciati nell’aeroporto di Kabul.

Ed è da qui allora che deve partire l’altra risposta, che in un altro modo deve coinvolgere la totalità degli attori che agiscono sulla scena del mondo, Stati e popoli, dagli Stati Uniti alla Cina, dai curdi ai palestinesi, dagli ebrei ai musulmani; è in questo quadro che si innalza la proposta universale e inclusiva di papa Francesco, la sua proposta di una fraternità umana nella pluralità di diritto divino delle religioni, ed è qui che si leva la proposta laica di una ricomposizione della società umana sotto la sovranità del diritto, di una Costituzione della Terra. ◘

di Raniero La Valle


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