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Quell’11 settembre

Eventi. Premio Pieve - Città del Diario.

silvia romano2

Da quando Saverio Tutino fondò nel 1984 l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, me ne sono sentita parte, per la consuetudine che ho sempre avuto di tenere un diario. L’anno scorso ho deciso di inviare al “Premio Pieve” (concorso che raccoglie cento scritti ogni anno), la raccolta di mail che mandavo alla famiglia allargata di amici e parenti ‘oltreoceano’, negli anni tra il 2001 e il 2005, quando avevo scelto di vivere a New York.

Il mio scritto epistolare è stato selezionato da due persone della Commissione di Lettura (Gabriella Giannini e Carlo Zanelli, tristemente scomparso pochi giorni prima della manifestazione) ed è stato inserito nella rosa degli autori della “Lista d’onore”. Così il 19 settembre ho partecipato alla premiazione, vivendo l’emozione di ascoltare una delle mie lettere letta dall’attrice Donatella Allegro.

In queste lettere ritrovo una me curiosa, stupita dei piccoli eventi che osservavo dal nido di Manhattan, in cui abitavo con mio marito Breon e i nostri figli Simone e Lucia. Mi fa tenerezza quella voce, che raccontava di relazioni costruite in una lingua non madre, attraverso la quale riconoscere la stessa me in quella persona diversa che descrivevo con parole nuove. Ascolto oggi quella voce consegnata all’archivio e riprendo il filo di quella vita dalla lettera che scrissi tornando nella metropoli ferita dopo l’attacco alle Torri Gemelle, a venti anni da quell’evento periodizzante.

quell 11 settembre altrapagina ottobre 2021 2Era il 16 ottobre 2001: «Ieri sono andata con Simon e Barbara a vedere uno spettacolo per bambini a teatro intitolato “Lady of Copper”». Era la storia della Statua della Libertà, musicata e raccontata per bambini. Parlava di migranti, di poveri, del sogno americano e di chi lo ha trovato a Manhattan…

Ognuno di noi ha vissuto l’esperienza di emigrare prima o poi nella vita, o comunque andando indietro di abbastanza generazioni ognuno discende da qualche migrante. È vero certo per gli americani, ma ho pensato che anche per noi europei in fondo vale la stessa cosa. È emigrare anche andare a studiare o a lavorare altrove da dove si è nati.

Di questi tempi, lo spettacolo mi ha dato una boccata di pensieri positivi sul sogno americano che forse non è infranto del tutto, o forse lo è?

Da quando siamo tornati il patriottismo si taglia con il coltello. La città è cambiata e anche se da noi, che abitiamo così a nord nella Upper West Side, non si vedono effetti diretti della tragedia (fumo, polizia, posti di blocco, nastri colorati appesi alle ringhiere, o foto e foglietti  per ricordare gli scomparsi) comunque una su quattro finestre ha la bandiera americana esposta e tutti per strada hanno una bandiera: chi su una spilla, chi su una bandana, chi su una borsa, chi svolazzante dal finestrino della macchina. Abbiamo passato la prima settimana appena arrivati a riadattarci al fuso orario e a condividere con gli amici un dolore che ha toccato tutti, ma in special modo chi vive qui, anche se da poco tempo.

Arrivando all’aeroporto, ci aspettava la scena di un’evacuazione per un falso allarme bomba. Gente con i bagagli in piedi sull’autostrada di fronte al terminale deserto e file di macchine bloccate… Noi siamo riusciti ad arrivare a casa senza ritardi, ma questa è diventata un po’ la routine adesso, quella dei falsi allarmi. E ora cominciano queste paure per le armi batteriologiche delle quali non si sa che pensare.

Noi in fondo facciamo la stessa vita di prima, cercando di non pensare più di tanto a quello che potrebbe accadere, altrimenti non si vive e l’hanno vinta i terroristi. Ma il senso di sicurezza che si sentiva camminando per le strade di questa città o perdendosi nei meandri della metropolitana non è più lo stesso, non esiste più infatti. Ogni volta che un treno rallenta per un qualche motivo c’è sempre una certa tensione… E la presenza di polizia e guardie in massa che ti perquisiscono quando entri in una libreria o in un museo, fa sentire più insicuri che protetti. Tutto questo prima non esisteva e l’impensabile è accaduto, ma saranno davvero queste misure a poter fermare altri attacchi di questo tipo? E non sono del resto forme di violenza che il resto del mondo è abituato a vivere da tempo?

Nelle prime settimane dopo l’attacco non facevo altro che pensare in modo quasi egoistico e solo personale alle volte che sono salita sulle torri e al periodo in cui vivevo lì sotto, nelle prime settimane di vita newyorkese, tre anni fa a settembre. È assurdo ma il senso di lutto e perdita è più oggettivabile nella scomparsa dei due grattacieli simbolo, che nella morte delle oltre tremila persone. Come si fa a immaginare un numero tale di vite sparite nel giro di poche ore? Un modo è leggere ogni settimana i necrologi del “New York Times”, che raccontano in poche righe i momenti importanti della vita di ognuno di coloro che l’hanno persa l’11 settembre.

Sono rientrata in Italia da ormai molti anni ma ancora a volte qualcuno mi chiede: ti sei trasferita in Umbria da Manhattan? Non ti manca? E io che penso, oggi, a venti anni dall’attentato alle Torri Gemelle? Penso che mi mancano le due torri. Di torri da dove vivo ora ne vedo tre, quella civica, quella circolare e quella del campanile, ma non sono di vetro, non riflettono e bucano il cielo. Il cielo attraverso il quale un funambolo stese un filo. Un filo d’acciaio, da una torre all’altra, per compiere l’impresa di una vita. Una vita dedicata all’arte del funambolismo, quella di Philippe Petit. Philippe ‘Petit’ lo era forse, di statura, ma su quel filo, con il suo bilanciere, sospeso tra le due torri, era minuscolo e grandissimo a un tempo. Tempo trapassato remoto, ora che neanche le torri sono lì a ricordare. Ricordare potrebbe chi l’ha visto, quel piccolo uomo, ma la memoria è stata bucata da due aeroplani. Due aeroplani lanciati contro due torri in quella mattina di settembre. Settembre, il mese della Fall, della caduta. Caduta delle foglie, di vite ignare e di due torri… ◘

di Marta Cerù


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