Venerdì, 03 Dicembre 2021

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Quella gonna di seta bianca

Cronache d’epoca.

silvia romano2

«Era l’ultima notte del 1800 – scrive Giuseppe Amicizia – i tifernati riuniti in Piazza Vitelli celebrano il passaggio dal vecchio al nuovo secolo con una fiaccolata rallegrata da musica e canti  che percorre le principali vie della città». Il secolo che sta morendo lascia in dote al '900 il Comune tifernate con tutta la popolazione che, come si evince dal IV censimento, ammonta a 26.885 anime, così sparse: 20.789 nella campagna e 6.096 raccolte entro le mura urbiche, dove in una casupola abitava Miseria. Anche lui quella notte era in piazza a festeggiare. Miseria era nato in uno dei vicoli della città, strade anguste, povere, abbastanza dignitose, allora intrise di tanta umanità; colme di pianto di neonati, di panni stesi alle piccole finestre, di canti di ragazze, di imprecazioni e preghiere che si confondevano con l’odore dell’orzo che sostituiva il caffè, del fieno che sapeva di stalla. Odori forti e acri che pulsavano come arterie del corpo umano. Quarant’anni aveva Miseria, nome e cognome non contano. I tifernati lo avevano battezzato così, un nome che gli stava a pennello. Quarant’anni vissuti da semplice, buono, onesto fino allo scrupolo, lavorando da sole a sole in quel fondo, facendo chiodi e bullette. Se un “lusso” si permetteva, era una “righetta”, lì in fondo al vicolo, nel pomerio della città, poco distante da quella finestra dove la “Sora Laura” adescava carne fresca. Una righetta si concedeva a volte, Miseria, una miscela di rhum, mistrà, cognac e caffè, specialità di quella giovane donna che gestiva l’osteria. Bevanda ancora oggi non dimenticata. Mezzanotte era passata, la festa in piazza Vitelli terminata. Spenti i lumi, il '900 era nato. Miseria fu tra gli ultimi a lasciare la piazza. Contrariamente alle sue abitudini, aveva fatto qualche brindisi di troppo. Giunto in via San Florido vide la porta di un negozio di tessuti aperta, visitato dai ladri che nella fretta avevano perso qualche capo di abbiagliamento, tra questi una gonna di seta gialla. Miseria la raccolse…un regalo per Bettina, la vedova che qualche volta gli faceva compagnia. I carabinieri lo videro con quella gonna sotto il braccio, lo accusarono di essere complice dei ladri, lo portarono in prigione. La notizia si sparse in città. Nessuno voleva crederci, neanche lui riusciva a raccapezzarsi in quelle quattro mura della prigione, dove non c’erano chiodi e bullette, ma la vergogna, il rimorso nei confronti di tutti quelli che lo stimavano. I giorni passavano come ombre per Miseria, i minuti roteavano come stelle. Nella cella un bugliolo, un giaciglio, una coperta. Miseria trinciò la coperta, ne fece una striscia che legò attorno al collo, un cappio. Legò l’altro capo all’inferriata della finestrella su in alto. Si lasciò cadere, Miseria. Così fu trovato, in ginocchio come volesse chiedere perdono alla sua gente. Fu tolto il cappio, Miseria emise un profondo sospiro liberatorio. L’ultimo. ◘

di Dino Marinelli


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