Venerdì, 03 Dicembre 2021

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Il senso della vita e...

Libri. Colloquio con Vincenzo Sorrentino.

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Per parlare del libro che mi ha fatto compagnia in questi ultimi tempi, Senso della vita e abbandono di Vincenzo Sorrentino - Castelvecchi editore - decido di procedere a quattro mani, come si usa dire, in una sorta di riflessione guidata proprio dall’autore.

Come spesso mi accade inizio dalla fine, dalla nota di Elmar Salmann che Sorrentino pone a conclusione del suo libro. Salmann prende in prestito i versi di Ungaretti per rafforzare una similitudine, quella che nel senso della vita traccia una apertura verso l’infinito, verso una dimensione che, se a volte ci sfugge, a volte ci è presentata chiara e definita tra le pieghe della vita.

Chiedo all’autore di tratteggiarci il profilo di Salmann e del rapporto che li lega.

«Elmar Salmann è un teologo di grandissimo spessore e di un’apertura intellettuale rara. È stato mio professore al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, dove nella seconda metà degli anni '80 ho studiato Teologia, mentre studiavo contemporaneamente Filosofia all’Università di Tor Vergata. Ricordo ancora bene i suoi bellissimi corsi, che spaziavano dalla teologia, alla filosofia, alla letteratura, alla storia».

Chissà se è stata proprio la strana e inedita situazione che stiamo vivendo a portare Sorrentino a riflettere sul senso della vita, se nasce tutto da una circostanza precisa o dalla necessità di tutta una vita?

«Il libro nasce da una riflessione sul senso dell’esistenza che è sempre stata viva dentro di me, anche se il mio lavoro accademico mi ha portato a lavorare su temi distanti. Per anni ho raccolto appunti, fino a quando ho deciso di provare a scrivere un testo sull’argomento».

Personalmente non riesco a non associare due parole: abbandono e affidamento, al destino, a Dio o ad una forza superiore.

«Se consideriamo l’affidamento una disposizione che presuppone non il subire passivamente quel che accade dentro e fuori di noi, ma piuttosto il riconoscere che non siamo padroni e artefici della nostra vita, allora possiamo dire che affidamento e abbandono sono strettamente connessi».

Trovare il senso della vita non è automatico, non è qualcosa che l’uomo può darsi da sé; essere credente aiuta in questa ricerca?

«No, non credo. Nel libro propongo di distinguere il senso dal significato della vita. Il significato di un’esistenza, come quello di una parola, dipende dalla sua collocazione all’interno di un sistema di relazioni. La vita ha significato quando è integrata nella rete delle relazioni che costituiscono il mondo. Un significato ultimo è possibile soltanto in una prospettiva religiosa: la capacità di legare (religare), propria della religione, è da concepire anche come capacità di connettere la vita umana a un fuori che la sostenga (ad esempio, la vita oltre la morte), dandole così un significato. Per un ateo la vita non potrà mai avere un significato ultimo. Egli può appartenere a contesti (ad esempio, la famiglia) in grado di dare un significato “locale” alla sua esistenza. Tuttavia, mi sembra che questo tipo di significati possa restare in piedi solo grazie all’oblio della mancanza di un significato ultimo».

Ho bisogno di capire meglio dove sta la differenza tra significato e senso.

«La questione del significato porta a chiedersi: “perché viviamo? Per quale ragione?”. Quella del senso, invece: “la vita è bella? Merita cioè di essere vissuta?”. Così come accade con le opere d’arte, la vita può sembrarci bella anche se non ha un significato. Così come può avere un significato senza apparirci bella. Credo che sia questo il motivo per cui può capitare che persone con una vita ricca di relazioni, che hanno un posto stabile nel mondo, ossia persone la cui esistenza non manca di significato, possano essere tormentate dal senso del vuoto, dalla depressione, e arrivare addirittura a suicidarsi. Nel libro propongo la seguente ipotesi: se la vita di una persona ha uno scopo quando è volta alla realizzazione di qualcosa e un significato quando appartiene a un mondo, essa ha un senso quando è percepita come bella. Bella non significa perfetta. La percezione della bellezza della vita può coesistere con una certa esperienza del dolore. A mio avviso tale percezione si ha quando si dà condivisione di sé. L’esperienza del senso presuppone dunque la capacità di “perdere se stessi” nell’unione con l’altro.

Se questo è vero, allora un individualismo esasperato ostacola la nostra percezione del senso: esso ci impedisce di dimenticare noi stessi aprendoci alla condivisione. È forse questo il motivo per cui nelle nostre società, così fortemente individualistiche, l’esperienza dell’insensatezza della vita è tanto diffusa. Il senso si dà nel presente e coincide con la percezione di una pienezza di vita che rompe gli argini della nostra identità. In quanto tale, a mio avviso non dipende dall’esistenza o meno di Dio».

Il senso dell’esistenza umana è anche nella sua interazione con il mondo, con l’altro, una sorta di tridimensionalità nella quale l’uomo deve stare in equilibrio tra sé, Dio e il mondo. Come si arriva a questo stato di grazia?

«Nel libro propongo una riflessione sulle tre dimensioni del senso, del significato e dello scopo. L’equilibrio tra queste dimensioni può forse talvolta darsi spontaneamente in alcuni, ma credo che più frequentemente richieda un certo lavoro su di sé per governare paure, desideri, disposizioni che, se lasciate a se stesse, possono portare a profondi squilibri interiori».

La compassione, l’attenzione all’altro, aiuta ad uscire dal sé e trovare una dimensione pacificata con noi stessi e con il mondo?

«La compassione, o pietà, ha un grande valore sociale, oltre che etico. Oggi, in settori consistenti dell’opinione pubblica, sono radicati sentimenti e atteggiamenti che ostacolano, piuttosto che favorire, l’insorgere della compassione. Pensiamo alla crescente spietatezza, ossia mancanza di pietà, nei confronti della tragedia di milioni di migranti, a cui sempre di più si nega non solo l’accoglienza ma persino il soccorso. Credo, però, che la compassione non conduca a una dimensione pacificata con noi stessi e con il mondo. Sentire come propria la sofferenza ingiusta degli altri ci conduce piuttosto al cuore tragico dell’esistenza».

Mi piace concludere e ringraziare Vincenzo Sorrentino “rubando” una citazione: “il non-pensare è pericoloso perché rende l’individuo incapace di giudicare”. ◘

di Sabina Ronconi


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