Venerdì, 03 Dicembre 2021

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Quel cinquantenario dell’11 settembre 1860

Cronache d’epoca.

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In una di queste giornate settembrine, l’11 settembre 1860, Città di Castello è liberata dal dominio dello Stato Pontificio. Nel 1910, in occasione del cinquantenario di questa data memorabile, tante furono le testimonianze rievocative di chi visse quei giorni. Una di queste è quella di Eugenio Mannucci, figura di spicco nella Città di Castello della seconda metà dell’ '800. Avvocato, notaio, colto latinista, appassionato di Storia antica, lo è altrettanto per la Storia della sua città, alla quale dedica molte pubblicazioni tra le quali la Guida storica di Città di Castello e la traduzione dal latino de L’assedio di Città di Castello del 1538 di Roberto Orsi da Rimini.

La rievocazione del Mannucci, oltremodo originale e simpatica, è scevra da quella bolsa retorica patriottarda che spesso colpisce anche le persone dabbene.

Qui una sintesi frettolosa del discorso che il Sor Eugenio tenne quell’11 settembre del 1910: «Ho l’invidiabile vantaggio di poter ricordare le mie memorie personali di mezzo secolo fa. Sono cose che difficilmente possono farsi due volte nella vita umana, quindi se vi annoiate vi dirò “non dubitate, non lo farò mai più”. Di tutto quello che succedeva nei mesi che precedettero l’11 settembre sapevo ben poco perché ero uccello in gabbia nel patrio seminario, l’unico istituto di istruzione, non di educazione, ahimè! che allora avesse la nostra città…». Nei primi giorni di settembre, temendo il peggio, il seminario chiuse i battenti rimandando a casa i seminaristi, e nella sua casa di campagna nella valle del Nestore va l’ancora per poco seminarista Eugenio. «Quando sapemmo che le truppe piemontesi erano entrate a Castello, in sette andammo nella strada di Montecastelli, lì sarebbe passato l’esercito piemontese, dopo aver riposato a Castello per poi andare a Roma. Aspettammo poco. Ecco spuntare, in file dense e serrate che riempivano tutta la strada, il grosso dell’esercito con i suoi generali, in testa Manfredo Fanti, poi bersaglieri, granatieri e tanti tanti soldati. Belli, allegri, arditi che pareva non andassero alla guerra ma a una festa. Qualche soldato vedendomi vestito da seminarista non mancò di qualche frizzo: “Reverendo andiamo a Roma, vuole niente da Pio IX? Lo dobbiamo salutare da parte sua?”. Reverendo di qua, reverendo di là, anche con qualche parola da censurare, tanto che stimai prudente mettermi in seconda fila. La sfilata durò ore e ore. Ho pochi eroici ricordi di quei lontani giorni. Mi torna in mente un foglio stampato a Castello dove Dio padre era sostituito con Napoleone e anche il posto di Gesù Cristo era stato preso da Napoleone III. Ricordo che avendo letto questo foglio a un gruppo di contadini fui accusato dal vecchio parroco, don Gregorio Boncompagni, di essere banditore di eresie. Sono frivoli e sbiaditi i miei ricordi. Non ho altri fasti patriottici, se non aver visto passare i soldati che portano la libertà. Vero, però, che le mie gesta non sono inferiori a quelle di tanti altri che, voltata la giubba, corsero a gabellarsi per patrioti e a furia di salti, gomitate e faccia tosta arrivarono alla greppia dello Stato. Altri, se pur fecero qualcosa per la Patria, soprattutto a chiacchiere, furono svelti a presentare il conto con gli interessi composti. Ma di tutto quello che ho detto non c’è da farsi meraviglia. Vi sono dei teologi che non credono in Dio. Dei fedeli con la giaculatoria sul labbro e la bestemmia nel cuore. Dei liberali poco amanti della libertà. Dei martiri della Patria che per essa non si lascerebbero carpire un pelo. Non è così?».

È così, è così! Vedesse oggi, dottor Eugenio Mannucci, in questa fine estate 2021 che vorticoso cambio di giubbe e giubbetti, anche nella nostra beneamata Tiferno, che spericolate giravolte, girandole, capriole, piroette e salti carpiati… Sor Eugenio, scusi la confidenza che ci prendiamo! Rimanga nel 1910, non è un consiglio, ma un ordine. E riposi in pace! ◘

di Dino Marinelli


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