Domenica, 24 Ottobre 2021

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Non tutti hanno perso

Afghanistan. La guerra infinita dell’Occidente contro un popolo tra i più poveri della Terra conclusa con migliaia di vittime civili e militari.

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La guerra in Afghanistan è stata anche una grande occasione per aumentare le spese in armamenti e forniture militari. Ne parliamo con Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Pace e Disarmo e fondatore dell’Osservatorio Mil€x (struttura dedicata all’analisi della spesa militare italiana).

«Se guardiamo l’evoluzione della performance azionaria vediamo che negli ultimi 20 anni dal 2001 in poi il rendimento delle prime cinque aziende militari statunitensi che sono Boeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics è stato dell’872%, ben superiore a quello realizzato nello stesso periodo dalle aziende del listino Standard & Poor’s che si ferma al 516%. Ma non solo».

Cos’altro?

«Dobbiamo guardare anche quello che può derivare dalle speculazioni. La Lochkeed Martin, che nel 2001 pagava dividendi per 0,44 dollari ad azione, l’anno scorso ha distribuito 9,80 dollari ad azione, che è il massimo storico. La Raytheon è passata da 56 centesimi a 2 dollari. Lo stesso vale per Northrop Grumman passata da 72 centesimi a 5,67 dollari. Questo vuol dire che non è frutto solo di speculazione in Borsa, c’è stata proprio una crescita industriale visibile anche dai fatturati. Le prime 15 aziende del settore militare, non solo quelle statunitensi, ma anche quelle europee con la britannica Bae Systems o la nostra Leonardo (in precedenza Finmeccanica) sono passate da poco meno di 200 miliardi di dollari, a poco meno di 256 miliardi di dollari in questi ultimi anni (Fonte Sipri Stoccolma, con una crescita del 30%). Queste aziende fatturano di più, producono di più perché gli Stati hanno comprato più armi. La nostra Finmeccanica è passata da 6 miliardi a 10 miliardi di fatturato. E, chiaramente, la guerra afgana ha fatto da traino al rialzo».

Eppure Leonardo è un’azienda controllata dallo Stato italiano!

«Leonardo ha deciso di investire sul militare non perché esso renda di più, ma perché il militare è più sicuro. Con la crescita delle spese militari chi fa armi è sicuro di piazzarle da qualche parte, perché sfruttando questa paura della guerra permanente sono sicuri di fare contratti a destra e sinistra. È un percorso effimero che non avvantaggia l’economia vera, l’economia reale del Paese, ma ne trae vantaggi solo il complesso militar-industriale, perché hanno le stock option, hanno i bonus e hanno un vantaggio anche in termini di potere».

Quanto ha investito complessivamente l’Italia nella guerra afgana?

non tutti hanno perso settembre 2021 2«Per il finanziamento delle missioni di questi 20 anni sono stati spesi circa sette miliardi, più i costi logistici un altro miliardo. E sommando a queste spese i 120 milioni di euro che dal 2015 lo Stato italiano ha versato direttamente alle forze afgane per sostenerle, le stesse forze che in pochi giorni si sono squagliate come neve al sole di fronte all’avanzata dei talebani, si arriva a un totale di 8,7 miliardi. Bisogna considerare che nello stesso periodo di tempo per la cooperazione civile, che poi non è sempre una cooperazione positiva, ma spesso sono altri modi per rendere presenti le truppe dispiegate nel territorio, sono stati spesi 350 milioni, meno del 4% di quello che è stato impiegato per avere una presenza militare. Ancora una volta bisogna dire che è stato sbagliato il modello di intervento basato sulla occupazione, sulla forza e sulla violenza, che, come abbiamo visto già 10 anni fa, non era riuscito a costruire niente».

Aveva dunque ragione Gino Strada.

«Assolutamente sì, così come aveva ragione tutto il mondo del pacifismo che 20 fa aveva avvisato che sarebbe stata un’avventura senza ritorno. Ma voglio aggiungere che in questi giorni i media raccontano l’Afghanistan in una maniera distorta. Da una parte perché riportano casi specifici o degli aneddoti, che possono essere utili e simbolici, ma non riescono a spiegare tutta la situazione».

Cosa non la convince della narrazione che ha fatto l’Occidente?

«Che non si può raccontare la storia dell’Afghanistan con qualche profugo, con qualcuno che scappa, perché ci sono milioni di persone in gioco. Bisognerebbe fare un’analisi per capire che cosa è successo in questi anni, quale è stato lo spostamento dei talebani, i quali non hanno conquistato l’Afghanistan, ma sono rientrati in possesso del potere senza che nessuno sparasse un colpo. Sembra che l’Afghanistan sia in una situazione drammatica dal 15 di agosto in poi, cioè da quando sono entrati i talebani a Kabul. Non è così. L’Afghanistan era il posto peggiore della Terra già prima. Il Global peace index, il forum che misura i Paesi più pacifici del pianeta, negli ultimi quattro anni ha classificato l’Afghanistan all’ultimo posto dell’indice della pace, cioè è il posto più insicuro nel mondo. Negli ultimi tre anni (2018-2020) il Paese ha registrato il maggior numero di vittime civili, e gli Stati Uniti hanno sganciato più bombe sull’Afghanistan negli ultimi tre anni di quante ne sganciarono nel 2011, anno in cui hanno avuto la presenza di truppe maggiore nel suo territorio. Stiamo parlando di un Paese in cui negli ultimi 10 anni ti svegliavi e non sapevi se venivi ucciso da una bomba improvvisata, da un bombardamento, se venivi rapito, dove regnava una grande corruzione e dove si sono persi migliaia di inviati. Questo è il problema».

Come si spiega una disfatta così veloce e totale del più potente esercito del pianeta?

«Gli Stati Uniti avevano deciso di togliersi da tempo; è chiaro che se fossero rimasti le cose non sarebbero andate così. Dal 2014 la decisione occidentale era di formare le forze armate afgane capaci di autodifendersi. Quindi in 7 anni l’Italia ha investito 840 milioni per questo scopo, ma gli Stati Uniti hanno investito 80 miliardi di dollari, e se con tutti quei soldi non si è riusciti a creare un esercito, vuol dire che quel fallimento indica che si tratta di una scelta sbagliata. Si è cercato di imporre un modello di pensiero e i meccanismi dei sistemi occidentali, ma lì non funzionano. La stessa cosa è già successa anche in Iraq, dove soldati formati da noi sono scappati davanti all’avanzata dell’Isis. Lo stiamo facendo anche in Libia e nel Sahel. Continuiamo a riproporre lo stesso metodo di addestramento delle forze locali che non funziona, perché servono tantissime altre cose. I dati del monitoraggio della presenza statunitense in Afghanistan in possesso del governo e secretati, dimostravano che già nel 2017 i talebani avevano la maggior parte del territorio sotto il loro controllo. Più del 2001».

Cosa può fare l’Occidente per aiutare l’Afghanistan a liberarsi dai talebani?

«È difficile fare previsioni. Noi possiamo sostituire la presenza militare con le organizzazioni umanitarie e ripartire così dalla società civile, fare pressione sui nostri governi perché si riducano finalmente le spese militari e si spostino tutte queste risorse da un lato per migliorare le condizioni di Paesi messi peggio di noi e dall’altro per proteggere la società civile afgana». ◘

di Antonio Guerrini


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