Mercoledì, 22 Settembre 2021

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Distanza, relazione, prossimità

Sansepolcro. Intervista alla professoressa Donatella Pagliacci, filosofa, docente all’Università di Macerata, vincitrice del Premio Nazionale di Filosofia «Le figure del pensiero»

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Il 27 giugno 2021 a Certaldo (Palazzo Pretorio), nell’ambito della XV edizione del Premio Nazionale di Filosofia “Le figure del pensiero”, è stato conferito a Donatella Pagliacci il Primo premio nella sezione Saggio edito. Il volume premiato: L’io nella distanza. Essere in relazione, oltre la prossimità è stato edito da Mimesis a Milano. Donatella è un’intellettuale di punta della Valtiberina. Attualmente è docente presso l’Università di Macerata dove insegna Antropologia filosofica ed etica della persona.

Alla Prof.ssa Pagliacci chiediamo: cosa intende con termine distanza?

Il termine distanza può essere immediatamente colto nella sua accezione topografica, nel senso di un intervallo tra un oggetto e un altro; esso rinvia ed evoca qualcosa di lontano, una realtà o una meta verso la quale tendere; ancora, può essere assunto in modo negativo per sottolineare la volontà di mantenersi separati da una persona o un oggetto che percepiamo come pericoloso o anche semplicemente contrario al nostro bene. Essere distanti può anche esprimere uno stile, un modo di essere di chi vuole mantenere un distacco dalla vita, dalle cose che lo circondano e dagli altri, come se non ci fosse nulla per cui valga veramente la pena di vivere. Questo atteggiamento, nel mostrare un apparente disinteresse, tradisce una sofferenza e una paura del legame che vengono mascherate con un distacco emotivo o personale. Nel volume uso un racconto di Martin Buber per cominciare a mettere in valore un significato più positivo del 2 distanza relazione prossimita mese lugllio 2021termine distanza, nel quale emergono le dimensioni della cura e della fiducia, che si esprimono nel lasciare che l’altro possa allontanarsi da noi. Si definisce in questo modo la possibilità di pensare la distanza come un benefico rapporto con l’alterità, benefico perché capace di esprimere una prossimità non egoistica e fagocitante, ma rispettosa e riconoscente, in grado di salvaguardare la dignità e libertà propria e altrui.

Lei ha riflettuto a lungo sulla storia dell’essere umano, sull’origine e sull’evoluzione dell’umanità, sul suo destino. Come vivono la donna e l’uomo nel nostro tempo la loro condizione di essere fragili e contraddittori?

La condizione delle donne in molte parti del globo terrestre è ancora molto squilibrata rispetto ai loro compagni maschi. Una società dove regnano ancora delle diseguaglianze tra uomini e donne non potrà mai essere in grado di garantire un equilibrio nei rapporti interpersonali e istituzionali, dunque non potrà che dirsi teoricamente ma non praticamente democratica. L’esistenza di norme sociali patriarcali e binarie ha ieri relegato le donne a essere l’altro dell’anthropos e oggi esclude altri esseri umani a essere meno che umani, reietti e per questo non meritevoli di accedere al discorso pubblico. Il che rimette in discussione l’accessibilità allo spazio pubblico, precluso e negato alle soggettività che eccedono qualsiasi forma di normativizzazione. È la messa in discussione che rende possibile un accesso al riconoscimento, per molto tempo precluso e negato alle soggettività altre da quella maschile, riconoscibile e riconosciuta come unica e come referente, per determinare e riconoscere tutti gli altri esseri umani, comprese le donne.

Un tema che ha esaminato con cura nei suoi studi è quello del dolore, della sofferenza, della fragilità. Quali aspetti ha assunto il dolore nei lunghi mesi del Covid 19?

Tutto, durante il lockdown, è stato reinventato: abbiamo dovuto pensare a cosa fare, a come riempire le nostre giornate, svuotate del tutto pieno, che le caratterizzava prima, per evitare di sprofondare, improvvisamente, nel loro tutto vuoto. Ma l’assenza della solita vita, delle solite cose avrebbe dovuto ricordarci che l’amore non si sospende, il desiderio e il bisogno d’amore non va in quarantena e l’altro chiede, oggi come ieri, di essere amato riconosciuto, rispettato, accolto. Ho, tuttavia, il sospetto che, sulle note malinconiche o festose che hanno risuonato sui balconi delle nostre città deserte 3 distanza relazione prossimita mese lugllio 2021durante la pandemia, abbiamo e stiamo solo imparando a vivere nel timore, pensando che il male provenga sempre da un nemico che sta fuori e che, per preservare la nostra incolumità, dovremmo, di nuovo – se mai li avessimo abbattuti – erigere dei muri, tra noi e gli altri, barriere di protezione e di difesa, fatte di sospetto e di indifferenza, quando non anche di disgusto e di disprezzo.

Abbiamo vissuto due anni difficili. Abbiamo assistito a lungo inermi alla sofferenza e alla morte di amici e congiunti non risparmiati dalla pandemia. Quale insegnamento trarre?

Io temo quella che definisco la minaccia strisciante che si annida dentro e non fuori i recinti della nostra vita: siamo dinanzi al pericolo di un io che torni, in altro modo e sostenuto dalle potenti prestazioni della tecnologia, a fagocitare tutto, che ponga tutto in funzione di sé; temiamo che le campagne sull’ambiente e l’appello alla sostenibilità, che con audacia ci avevano convinti a riposizionare lo sguardo sui bisogni dell’altro, oggi possano essere definitivamente abbandonate. La speranza è sempre rivolta al meglio e cioè alla possibilità di riscoprire la ricchezza e la bellezza di un io che non teme l’altro e che anzi si misura con lo sguardo del prossimo, anche se sconosciuto, un io che tiene l’altro a distanza ma solo per potergli manifestare più rispetto, più accoglienza, più condivisione, più amore, che lo tiene ad una giusta e buona distanza, perché non intende controllarlo e addomesticarlo, renderlo docile e mansueto, ma che attraverso la distanza diviene più capace di ascolto, di sentire e riconoscere i bisogni altrui, percepire l’altro nella verità del suo essere, per ospitarlo entro lo spazio prezioso della propria vita. ◘

di Matteo Martelli


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