Mercoledì, 22 Settembre 2021

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La violenza sulle donne

Società. Durante il lockdown sono aumentate le richieste di aiuto al numero verde

silvia romano2

Il problema è molto grave: nel 2020, complice la pandemia, si è registrato un impressionante aumento di telefonate al 1522, il numero verde del Dipartimento per le Pari opportunità attivato per le donne vittime di violenza e stalking. Il picco nei mesi del lockdown, quando le donne si sono ritrovate costrette in casa con i loro partner maltrattanti: dal primo marzo a metà aprile del 2020 ci sono state 5.031 telefonate, il 73% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. E del resto i tanti femminicidi, 112 nel 2020, di cui le cronache ci danno conto, sono notoriamente soltanto la punta di un iceberg che nasconde una montagna di piccole e grandi violenze quotidiane,  stupri e molestie nei luoghi di lavoro, esperienze di soprusi e dolore che fanno parte della vita di tantissime donne (almeno una su tre secondo recentissime statistiche), che non emergono, che non si vedono.

Per guardare più da vicino questo fenomeno abbiamo incontrato Laura Saracino, responsabile del settore accoglienza della Casa delle donne di Bologna.

Cominciamo dall’inizio. Dalla causa o dalle cause della violenza di genere.

«Le cause della violenza – non smettiamo mai di ribadirlo – sono culturali: viviamo in una società in cui sono ancora molto forti il maschilismo e il patriarcato; atavicamente ci portiamo dietro una cultura improntata sulla prevalenza del maschile; e nonostante la grande evoluzione del costume degli ultimi decenni, tutti, uomini e donne risentiamo ancora di questo condizionamento».

Eppure la violenza fisica sembra avere dei connotati che pur stando dentro questo perimetro, lo attraversano, altrimenti tutti gli uomini sarebbero violenti…

«Certo, dentro questo quadro generale, nelle singole situazioni vi sono sicuramente uomini che hanno fragilità emotive, difficoltà a gestire la rabbia, vissuti personali e familiari faticosi… Tutto questo aggrava il quadro, ma noi stiamo sempre molto attente ad individuare la causa prima, per non correre il rischio di psicologizzare o di giustificare i comportamenti violenti con una patologia… mentre il problema di fondo è culturale. Del resto è vero che ci sono uomini che possono aver maturato una capacità di mettersi in discussione, di desiderare un rapporto paritario con le donne, per cui hanno già fatto un passaggio importante rispetto ai parametri più comuni relativi alle dinamiche uomo – donna nella nostra società».

Chi sono le donne che chiedono aiuto alla vostra casa?

«Sono donne che hanno le più diverse esperienze di violenza subita: a volte scappano da situazioni estreme, oppure in altri casi hanno bisogno di fare dei percorsi di consapevolezza: la loro relazione non è arrivata a un limite insopportabile, ma stanno prendendo coscienza delle violenze psicologiche, dei soprusi, delle dinamiche di prevaricazione che hanno subito. Anche le età sono molto diverse. Negli ultimi due o tre anni sono aumentate le richieste di aiuto delle giovanissime, fascia 18 – 25 anni, ma il nostro range più corposo è nella fascia dai 40 ai 55 anni. Anche le appartenenze sociali coprono un po’ tutte le classi; la maggior parte di donne che si rivolgono al nostro centro sono italiane, il 68%, contro il 32% di donne straniere. Rispetto all’immaginario che colloca la donna che subisce violenza nell’area sociale più povera, devo dire che una buona parte di queste appartengono al ceto sociale medio e medio-alto. La violenza è trasversale».

2 la vilenza sulle donne mese lugllio 2021Qual è l’aiuto che offrite alle vostre utenti?

«Le modalità di accesso al nostro centro sono diverse, a seconda dei casi. Offriamo percorsi di ospitalità nelle nostre case, perché noi abbiamo case rifugio ad indirizzo segreto sia per l’emergenza che per il lungo periodo, oppure percorsi di fuoriuscita dalla violenza per donne che non necessitano di un rifugio, ma che hanno bisogno di un percorso di consapevolezza ed empowerment per uscire dalla violenza. Oltre a ciò abbiamo uno sportello specialistico di orientamento al lavoro e un servizio specialistico di psicologia e di psicoterapia».

E dalla vostra vetrina… anche gli uomini che esercitano violenza sono i più diversi…

«Esattamente. Non c’è una categoria standard, non c’è un profilo unico. La cultura patriarcale più radicale e violenta è trasversale e colpisce tutte le fasce sociali. Abbiamo anche uomini che sono laureati, professionisti, imprenditori, dirigenti, appartenenti alle forze dell’ordine paradossalmente».

Come si finisce vittime di violenza? C’è un momento in cui si può intuire che il rapporto sta diventando pericoloso? Ci sono segnali che possono mettere in guardia ogni donna?

«Sì, ci sono dei segnali, e purtroppo sono ambivalenti, come per esempio la gelosia. La gelosia è un campanello d’allarme. Questi uomini all’inizio sono molto presenti, premurosi e gelosi, appunto. Questo comportamento viene scambiato per attenzione, per un attaccamento positivo, poi diventa controllo ossessivo e coercitivo. Un altro segnale è la velocità nei tempi della dinamica del rapporto: voler subito una convivenza, un legame molto stretto, dichiararsi e mostrarsi follemente innamorati. Purtroppo si può confondere l’uomo aggressivo con il principe azzurro che viene a salvare la principessa. Inoltre bisogna fare attenzione a essere rispettate nella conversazione, nei rapporti sessuali… In generale la mancanza di rispetto non deve essere accettata mai. Noi aiutiamo le donne anche a non cadere nelle recidive, in un nuovo rapporto con un uomo maltrattante, proprio riconoscendo questi segnali prima di essere agganciate affettivamente».

Perché è tanto difficile uscire da un rapporto di violenza?

«Perché c’è sempre un rapporto molto forte. Le donne che subiscono violenza hanno relazioni amorose o comunque affettive con i loro partner che sono anche i loro maltrattanti, che in passato si sono presentati molto bene, che hanno fatto un corteggiamento di un certo tipo…. per cui è difficile per loro tagliare nettamente da un giorno all’altro la loro relazione. Di solito le donne incontrano questi uomini in momenti particolari della loro vita, momenti di fragilità, di solitudine. In questi casi si è visto dagli studi effettuati che il livello di guardia nella relazione si abbassa, per cui non ci si rende conto della pericolosità e dei rischi che si stanno incontrando. L’ambivalenza è legittima, dobbiamo sottolinearlo perché si è all’interno di una relazione affettiva. Spesso le donne arrivano da noi con tanti sensi di colpa per non essere riuscite ad uscire prima dalla relazione di violenza. Le donne hanno la legittimità a riconoscersi in difficoltà, perché non è così facile, non è così evidente l’urgenza di interrompere un rapporto. Non dimentichiamo che i condizionamenti ad accettare, a subire… per noi donne, tutte, nessuna esclusa, anche per chi ha potuto studiare e possiede strumenti critici, sono fortissimi. Il prototipo di Cenerentola o di Biancaneve ci appartiene anche a livello inconscio. Però alcune, molte, ce la fanno, e quindi è possibile. È possibile dire no alla violenza».

Quanto incide anche la paura in questi casi?

3 la vilenza sulle donne mese lugllio 2021«Moltissimo. L’ambivalenza sta anche nella paura, sia rispetto all’incolumità fisica, perché il fantasma del femminicidio è sempre presente, sia rispetto a tutta una serie di conseguenze possibili rispetto alla interruzione del rapporto: lo stesso suicidio annunciato da parte del compagno, le sue minacce di ritorsioni sui figli, perfino la fuga con loro. Quando le donne arrivano da noi spesso sono in condizioni disastrose, massacrate di violenze anche soltanto psicologiche, che non sono meno gravi delle violenze fisiche, con somatizzazioni patologiche. La paura conseguente a un prolungarsi di un rapporto di violenza è stata paragonata ai traumi di guerra. Quando leggiamo di un femminicidio, ricordiamoci che non è mai il raptus, come a volte gli omicidi vogliono far credere. Per la mia esperienza le violenze sono ripetute e sistematiche prima di arrivare all’omicidio».

Quanto siamo responsabili noi, che vediamo ma non denunciamo, quanto sono responsabili i genitori che assolvono indiscriminatamente i loro “bravi ragazzi”, gli educatori che utilizzano messaggi e comportamenti dissimili fra maschi e femmine?

«Siamo tutti assolutamente responsabili. La violenza di genere è diffusa a macchia d’olio e può colpire chiunque, anche la vicina di casa, anche nostra sorella; siamo chiamati in causa: dobbiamo cercare di vederla e dare a questa il giusto peso. Il lavoro contro la violenza sulle donne deve essere fatto da tutti gli uomini e da tutte le donne insieme, non possiamo salvarci da sole. Anche per questo sono nati i centri per maltrattanti, perché gli uomini violenti possano essere rieducati. Il sistema patriarcale inonda tutte le istituzioni, tutti i luoghi sociali, gli ambienti formali e informali. Per uscire da questo schema, bisogna fare un lavoro nelle scuole, nelle famiglie, nei media. La violenza è una dinamica di potere, che legittima la superiorità fisica dell’uomo rispetto alla donna e in base a questa superiorità autorizza tutta una serie di abusi e di prevaricazioni».

Quanto pesa ancora oggi la cultura di massa, compresa la pubblicità?

«Moltissimo. Pensiamo solo ai giochi che vengono regalati alle bambine e ai bambini, pensiamo ai colori degli abiti. Ci sono tanti stereotipi che inducono a marcare differenze atte a confermare il maschilismo. Nell’immaginario collettivo fin da bambini si induce a pensare all’uomo virile, forte e carismatico e alla donna carina, accogliente, disponibile… Questa dualità è una gabbia. Ogni essere umano ha le proprie capacità, le proprie risorse e i propri difetti. Le differenze devono essere viste come un contributo, una opportunità e non come una disparità. La differenza fra uomini e donne all’interno della coppia è una possibilità per costruire una alleanza, una complicità, e in ogni caso una parità di opportunità di vita familiare, sociale e lavorativa per ciascuno dei partner… Se consideriamo soltanto la televisione, vediamo confermata ancora oggi la celebrazione dello stereotipo della donna giovane, bella e sexy. È una svalutazione delle donne oggetto ma anche degli uomini, che non possono fare altro che desiderarle. La conseguenza per le nostre figlie e figli è quella di diventare vittime spesso inconsapevoli di questa cultura anche sui social, compreso il fenomeno del cyberbullismo».

Come si può contrastare tale fenomeno? Quali sono le azioni di prevenzione che mettete in atto?

«Come Casa delle donne per noi è molto importante l’impegno politico, la sensibilizzazione rispetto a questo tema. Con le scuole abbiamo dei progetti ad hoc, dei laboratori che vengono rinnovati di anno in anno con le nostre psicologhe: sono progetti di educazione alla sessualità e all’affettività di genere. Spesso veniamo chiamati dagli stessi insegnanti o dai rappresentanti degli studenti a partecipare alle assemblee di istituto per dibattere sul tema in oggetto. Ogni anno facciamo un festival, un Festival della violenza illustrata: per 25 giorni durante il mese di novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 Novembre) organizziamo una rassegna di eventi culturali e artistici rivolti a tutta la cittadinanza».

Qual è il bilancio di questo anno e mezzo di confinamento?

«L’anno scorso abbiamo avuto nel mese di marzo un calo vertiginoso di chiamate, in concomitanza con lo shock per la pandemia, ma poi durante l’estate abbiamo raddoppiato i contatti e i conseguenti percorsi. Il 2020 si è chiuso con una richiesta di 643 nuovi contatti, più 240 casi di donne già prese in carico negli anni precedenti. A questo riguardo vorrei aggiungere che noi contiamo le donne che arrivano qui. Ci sono tante donne che non arrivano qui né in altri centri-antiviolenza. C’è un sommerso che è altissimo. La violenza di genere è la prima causa di morte al mondo per le donne». ◘

di Daniela Mariotti


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