Venerdì, 03 Dicembre 2021

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La scuola dopo il Covid-19

silvia romano2

Siamo alla conclusione del secondo anno scolastico (e universitario) dominato dal Covid, che in alcune regioni non ha risparmiato neppure i ragazzi della primaria. È possibile (e necessario) riflettere sugli effetti provocati dalla pandemia sul sistema educativo italiano e attrezzarci (scuola, famiglia, società) per la desiderata ripartenza, auspicabile con l’a.s. 2021-2022.

È stato scritto che «dopo la pandemia nulla tornerà come prima» (Alfonso Rubinacci). Sono state sperimentate nuove modalità di insegnamento con la Didattica a distanza, certamente molto utili in tempo di pandemia, ma «non sostitutive della didattica in presenza» (Anna Ascani). Si sa che centinaia di ragazzi si sono persi in questi due anni (200 mila/300 mila?). Quanti ragazzi sono a rischio dispersione? Quanti ragazzi avrebbero bisogno di specifici, immediati interventi di recupero? Dobbiamo partire dalla consapevolezza che l’Italia, negli ultimi venti anni, è stato il Paese europeo «che meno ha investito in educazione, ed in particolare in educazione superiore e tecnica» (Patrizio Bianchi). E i risultati sono sotto gli occhi di chi vuol vedere. L’autonomia scolastica è un fantasma. Il personale, docente e no, è abbandonato a se stesso. Gli studenti hanno dismesso ogni forma di protagonismo. Le famiglie hanno riassunto l’antico ruolo di spettatrici.

Eppure, come è stato largamente riconosciuto, il biennio dominato dal Covid ha assistito a un’azione di resistenza delle scuole e dei dirigenti, e ad una ripresa di ruolo da parte degli insegnanti, che hanno sviluppato innovative strategie di insegnamento, hanno utilizzato con sapienza gli strumenti messi a disposizione dal mondo digitale con la nota DAD. Anzi, si può affermare che le scuole hanno partecipato con impegno (e successo) all’attività di digitalizzazione dell’insegnamento, che ha riscontrato – tuttavia – carenze e gravi difficoltà soprattutto nella ricezione e nella partecipazione degli studenti, spesso non attrezzati per il coinvolgimento digitale a causa di ragioni economico-sociali.

Il tempo della Didattica a distanza non finirà con la pandemia. La DAD accompagnerà la didattica anche nel futuro; anzi, costituirà un arricchimento dell’insegnamento frontale e sarà promossa nelle situazioni di bisogno e nelle occasioni di arricchimento culturale a distanza. Non ci sarà un ritorno alla “normalità” degli anni pre-Covid: «quella normalità è finita e bisogna costruire una nuova normalità» (Patrizio Bianchi). Il Ministro in carica sostiene che la scuola, l’istruzione, l’università, la formazione permanente devono tornare al centro dell’attenzione del Paese e che lo sviluppo culturale e sociale, «da troppo tempo stagnante», passa attraverso tre misure: 1. Un grande piano per vincere la crescente povertà educativa.

2. La valorizzazione dell’autonomia scolastica e dei patti educativi di comunità per sviluppare stretti legami con i territori. 3. Un oculato investimento nelle persone (studenti, insegnanti, dirigenti) per ripristinare il primato della competenza e della conoscenza come antidoto all’individualismo e al populismo.

Cosa pensano gli studenti che hanno sperimentato il biennio della pandemia? Da un’indagine recente, realizzata dall’Istituto “Giuseppe Toniolo”, emerge con chiarezza il giudizio espresso sulla scuola frequentata, sui docenti, sulle riforme necessarie e sull’esperienza didattica nel biennio della pandemia. Se una percentuale modesta degli intervistati (15%) sostiene che “la scuola non serve a niente”, la grande maggioranza, pur rilevando l’inadeguatezza di una parte dei docenti sul terreno digitale, riconosce alla maggioranza degli insegnanti un’adeguata preparazione culturale insieme al possesso delle conoscenze disciplinari e assegna voti elevati alla DAD praticata negli ultimi due anni.

Il futuro della scuola (e dell’università) – dopo il biennio pandemico – in Italia dipenderà soprattutto dalle scelte del Governo, a cominciare dalla realizzazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, approvato dal Parlamento il 28 aprile 2021, e dal contributo che sapranno apportare le Regioni, che non sembrano particolarmente attente ai bisogni dei ragazzi, degli insegnanti e delle famiglie. Il PNRR, comunicato all’Europa il 30 aprile 2021, dedica alla scuola un’attenzione particolare, riserva al tema dell’istruzione l’intera Missione 4 e prevede l’utilizzo di 30,88 miliardi (il 17% delle risorse totali). Il Piano sottolinea le criticità del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca, evidenzia le carenze strutturali dell’offerta dei servizi di educazione e istruzione e segnala il grave divario rispetto agli standard europei. Il Piano, in particolare, riconosce: 1. La grave carenza di servizi educativi per l’infanzia, soprattutto al Sud. 2. Il gap delle competenze di base, i forti divari territoriali, l’alto tasso di abbandono scolastico. 3. La bassa percentuale di adulti con un titolo di studio terziario. 4. L’inadeguatezza dei servizi residenziali per gli studenti universitari e la grave insufficienza di borse di studio rispetto agli standard europei. 5. Il basso livello di spesa in ricerca e sviluppo. E indica come obiettivi: a. Il potenziamento dell’offerta formativa dagli Asili Nidi all’Università; b. L’adeguamento dei processi di reclutamento e formazione del personale; c. L’estensione del tempo pieno; d. L’adeguamento delle infrastrutture e l’intervento sugli scompensi territoriali; e. La riforma dell’istruzione tecnica e professionale e il potenziamento degli ITS; f. La revisione dell’organizzazione del sistema scolastico e della metodologia di orientamento; g. La riforma delle classi di laurea e delle lauree abilitanti; h. La revisione del sistema di reclutamento dei docenti e del processo di selezione e di formazione dei Dirigenti scolastici; j. L’adeguamento e lo sviluppo delle competenze digitali dei docenti. k. Un efficace piano di accesso al paradigma della cultura scientifica con la promozione dell’integrazione all’interno dei curricula; l. La digitalizzazione dei processi educativi e delle operazioni amministrative; m. La messa in sicurezza e la riqualificazione dell’edilizia scolastica; n. La riforma e il potenziamento dei dottorati.

Come è agevole osservare l’elenco delle necessità è ampio, ma per ora non si percepisce, nel PNRR nazionale come nei Piani elaborati dalle Regioni, né una metodologia né una precisa procedura negli interventi previsti: non emerge un’idea organica della formazione; non sono indicati i processi necessari, i percorsi di recupero, le responsabilità e le modalità di attuazione. Il rischio è immaginabile: si spendono gli oltre 30 miliardi di euro, nessuna azione viene promossa per il recupero dei tanti dispersi, il sistema formativo di base, l’organizzazione e la qualità della formazione a livello secondario e universitario non subiscono alcuna ristrutturazione né il necessario elevamento. La scuola e l’università, la formazione e le specializzazioni, dopo i due anni dominati dal Covid-19, più che essere collocate in un “nuovo spazio-tempo educativo” (Andrea Principe), rischiano di essere sottoposte alle stesse logiche di conservazione che sembrano ispirare le scelte di tutela ambientale. ◘

di Matteo Martelli


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