Lunedì, 27 Settembre 2021

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I Draghi nel Paese di Lilliput

Politica. Il cambiamento atteso non c’è ancora stato, ma le cause sono antiche

silvia romano2

La luna di miele del governo Draghi è durata poco, come avviene in tempo di guerra. Non poteva essere diversamente con la pandemia. E così, quando le enormi aspettative addensate sul premier si sono scontrate con la realtà, i sondaggi hanno cominciato a calare. Sulla sua sorte, la platea si è divisa in parti uguali tra detrattori o conciliatori: gli uni a chiedere le ragioni della discontinuità, gli altri a rivendicare il “nulla di nuovo sotto il sole” rispetto al governo precedente. E ancora: questo governo è di Destra o di Sinistra? La “coazione a ripetere”, male strutturale del Paese, non si è fatta attendere. La radicalizzazione dei campi politici tanto era presente ante-Draghi quanto post-Conte. Le categorie di giudizio sono sempre le stesse e ognuno dalla propria trincea continua a sparare nel campo avverso. Il cambiamento atteso ancora non c’è stato, perché, come afferma la legge della conservazione della energia: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Anche per conservare quindi bisogna cambiare. Cosa che allo stato attuale non pare possibile per evidenti motivi. Il governo Draghi è nato dalla sconfitta della politica, per la manifesta incapacità dei partiti di risolvere i problemi del Paese e per evitare elezioni politiche che avrebbero segnato una svolta a Destra. Lo stallo ha indotto il Presidente Mattarella a passare il testimone a Draghi con tre precisi obiettivi: traghettare il Paese oltre la pandemia con un piano di vaccinazione adeguato, spendere bene i soldi del Recovery Plan e rilanciare l’economia assicurando un minimo aiuto a fasce sociali sempre più stremate. Archiviate queste pratiche (si fa per dire), si arriverà alla elezione del Presidente della Repubblica (Draghi) e la politica tornerà a scorrere nel suo alveo naturale. Tutto scritto, e a tavolino i conti tornano. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come si dice. E il mare in questo caso è un oceano, ovvero la composizione di questo governo. Dopo aver fatto uscire i partiti dalla porta per manifesta litigiosità, sono tutti rientrati nel governo dalla finestra, tranne la Meloni, per manifesta avidità. Risultato, come si è visto al primo Consiglio dei ministri: condono, piano vaccinale, rapporti con le Regioni… quella litigiosità è stata internalizzata assieme all’avidità. Partiti, uomini e mentalità sono sempre gli stessi, ognuno orientato al proprio particulare: Salvini il più esplicito. Il secondo limite è costituito dalla sua stratificazione: alla base c’è una pletora di sottosegretari assortiti col manuale Cencelli, sopra di essi una famelica schiera di Ministri, segue un ristretto nucleo di tecnici e in cima al cono c’è lui, Draghi, l’orologiaio che dovrà sincronizzare i movimenti di tutte queste ruote e rotelline. Con tale impianto il premier dovrà uniformare i comportamenti di un sistema regionalistico i cui bilanci sono per il 75 per cento soldi della Sanità. Ne deriva che i partiti e i politici hanno costruito il loro potere regionale sostanzialmente sulle politiche sanitarie. Senza Sanità, quindi, le Regioni non avrebbero alcun peso specifico. Per forza di inerzia lo scontro tra centro e periferia è stato e rimane il nodo gordiano da sciogliere: lo è stato con Conte e lo è con Draghi, perché ogni Regione corre per conto proprio (vedi Lombardia). Contemporaneamente si dovrà sostenere l’economia e le famiglie con pochissimi soldi disponibili (i ristori e sostegni coprono solo il 10-20 per cento delle perdite subite in un anno da aziende e famiglie) e si dovranno prorogare i mutui, la cassa integrazione, sapendo che tutto questo finirà. L’uscita di sicurezza è costituita solo dalla ripresa economica, l’unica che può rimettere in piedi il Paese. Ma per realizzarla occorrono tre riforme essenziali: giustizia, fisco, lavoro e ammortizzatori sociali, cardini senza cui non c’è partita. Giova ricordare che Conte è caduto sulla giustizia, tanto per capire quali sono le Forche Caudine per il governo. Dunque sia chi santifica Draghi a prescindere, sia chi si impegna a ridimensionarlo, non ha forse ben chiaro qual è lo stato dell’arte. Draghi, e anche Letta, sono persone serie e competenti nelle loro materie; hanno storie politiche più o meno condivisibili alle spalle. La loro sovraesposizione, dovuta sicuramente alle qualità di entrambi, è tuttavia ingigantita dal fatto che questo è diventato il Paese di Lilliput, dove tutto ciò che è normale viene deformato dalla lente rimpicciolita con cui guardiamo la realtà. Come potrà darsi una discontinuità nel governo se i partiti rimangono in perfetta continuità con se stessi? Si potrà rilanciare il sistema-Paese senza una trasformazione della politica e dell’intera classe dirigente, imprenditori inclusi? Per rilanciare l’economia, bisogna cambiare la politica. Questa è la sfida innaturale di ogni governo tecnico: potrà Draghi riuscire nell’impresa di cambiare la politica rimanendo nel proprio alveo tecnico?  ◘

di Antonio Guerrini


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