Lunedì, 18 Ottobre 2021

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Rotta balcanica fuori controllo

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«La Turchia è la piattaforma logistica di tutto il flusso migratorio proveniente dal Medio Oriente e dall’Asia. Questo flusso poi si dipana in tutta Europa. La stragrande maggioranza sono profughi afghani che hanno vissuto a lungo nei campi sia in Turchia che in Iran e in parte in Pakistan», afferma Nello Scavo, giornalista di “Avvenire”, da anni impegnato a documentare e denunciare quanto avviene sulla rotta balcanica.

Da quanti anni dura l’odissea di queste persone?

«Dal 2001, da quando è stata dichiarata la falsa guerra-lampo americana contro i talebani in Afghanistan, con la speranza di vendicarsi degli attacchi delle torri gemelle e allo stesso tempo riportare stabilità e sicurezza in quell’area. In realtà questa guerra-lampo va avanti ancora adesso. I flussi sono aumentati enormemente nel 2011 con la guerra in Siria; a quel punto tutta la rotta si è ingolfata con arrivi via terra dalla Turchia, al confine con la Bulgaria da una parte e la Grecia dall’altra. Così i numeri si sono moltiplicati e i trafficanti hanno stabilito nuove rotte, soprattutto verso le isole greche. Dal 2011 la situazione è sostanzialmente fuori controllo. Nel 2016 l’Europa ha dichiarato chiusa la rotta balcanica come se il problema fosse stato risolto; in realtà non è così e siamo lì a documentarlo».

Ma da quali Paesi provengono?

rotta balcanica fuori controllo altrapagina gennaio 2021 2«Alle provenienze elencate prima bisogna aggiungere i pakistani, che stanno aumentando molto nell’ultimo periodo, a cui è più difficile riconoscere lo status di rifugiati perché formalmente non vengono da un Paese in guerra, per quanto fra loro vi sia una quota di cristiani che in Pakistan vive in una condizione di emarginazione. Nell’ultimo anno si è registrata una presenza di bengalesi, e questa è una cosa particolare perché abbiamo osservato lo stesso aumento anche in Libia. Attraverso organizzazioni specializzate questi migranti, pagando parecchie migliaia di euro e grazie a vari passaggi, riescono a raggiungere Paesi come l’Egitto o la Turchia con visti turistici o di lavoro periodico e da lì la loro intenzione è raggiungere l’Europa. Quindi si sommano profughi da Paesi in guerra, istanze da Paesi poveri e la situazione è diventata esplosiva, questa è la situazione generale».

Quante persone si trovano stipate in questi campi di sosta?

«È difficile fare delle stime. Se parliamo di Bosnia, in questo momento al confine con la Croazia ipotizziamo tra 6 e 9 mila persone, di cui mille uomini adulti vivono nel campo ufficiale di Lipa; poi ci sono due strutture per donne e bambini con alcune centinaia di persone e gli altri vivono letteralmente in accampamenti di fortuna, nei boschi, in edifici abbandonati, senza controllo né assistenza. C’è un altro campo grande alla periferia di Sarajevo, con 3500/4000 persone. Quindi complessivamente sono più di diecimila persone. C’è poi una quota di profughi in transito, in Macedonia, che l’attraversano per raggiungere la Serbia. Altre rotte si sono aperte in Albania e infine c’è un numero imprecisato di persone che attraversano la Bulgaria – dico imprecisato perché molto spesso le autorità statali cercano di minimizzare, sia per non creare allarme che per disincentivare il transito sul proprio territorio –. Non sono i numeri del 2011/2012, ma è un flusso costante che non accenna a fermarsi, anche per effetto delle politiche della Turchia, a cui l’Europa ha versato sei miliardi di euro per arrestare il flusso, e ha capito che i migranti sono un’arma di ricatto formidabile, come è accaduto anche in Libia».

Quello che ci ha colpito è la violenza della polizia bosniaca.

rotta balcanica fuori controllo altrapagina gennaio 2021 4«La violenza è praticata in particolare dalla polizia croata, più che dalla polizia bosniaca. Ricordiamo che la Croazia fa già parte dell’Europa e ha sottoscritto tutti i trattati, compreso quello di Dublino, mentre la Bosnia è in attesa di adesione. Il trattamento è crudele oltre che illegale, perché i richiedenti asilo hanno il diritto di vedere esaminato il proprio status, ma questo viene loro impedito. In tutta la Croazia ci sono solo due centri di permanenza per la richiesta di asilo, in cui sono presenti presumo meno di mille persone e i respingimenti sono molto violenti: l’abbiamo documentato con foto, immagini satellitari, network di organizzazioni umanitarie che si occupano di attività d’indagine forense. Vengono praticati torture, abusi sessuali; i migranti vengono derubati dei pochi soldi che hanno, dei telefonini, lasciati senza scarpe; vengono distrutti i documenti, vengono lasciati al freddo, nella neve, in condizioni assurde, documentate da decine e decine di medici legali, che tra l’altro hanno verificato la rispondenza delle accuse.»

Quali responsabilità ha il nostro Paese?

«Esiste un accordo di riammissione tra Italia e Slovenia del ’96, che è un accordo dell’epoca della guerra, per cui i migranti intercettati sul confine tra Slovenia e Italia vengono riammessi in Slovenia informalmente, vale a dire senza determinare il loro status. L’Italia riconosce la Slovenia come Paese appartenente all’Unione Europea e conforme agli standard internazionali dei diritti umani, facendo finta di non sapere che a sua volta ha un accordo di riammissione in Croazia, che poi li respinge fuori dal confine dell’Unione con le modalità che abbiamo descritto».

Di fronte a questa situazione, come si giustifica il silenzio dell’Europa?

rotta balcanica fuori controllo altrapagina gennaio 2021 5«L’Europa non solo tace, ma sostiene e finanzia questo meccanismo, benché vi siano inchieste giornalistiche e denunce delle organizzazioni umanitarie. Lo finanzia perché tiene sul posto gli ufficiali di Frontex per la sorveglianza dei confini, che tra l’altro non possono non vedere e non sapere quello che gli attivisti denunciano e documentano, e continua a versare denaro alla Bosnia perché trattenga queste persone. In altre parole chiede a questi Paesi di fare il lavoro sporco per evitare che ci sia un ingresso continuo di migranti nel continente. Non contesto che esista il problema e meriterebbe un dibattito serio, ma è inaccettabile che si dia mano libera alla violenza per affermare la scelta dell’Europa di attenuare il flusso migratorio».

Pensa che con il governo Draghi e l’influenza che ha in Europa la situazione possa cambiare?

«Non mi faccio molte illusioni. Bisognerà vedere quanto peso avrà in Europa, anche perché non riguarda solo i Balcani, è una questione di principio e di metodo che vale per altre realtà, come ad esempio la Libia, dove il governo Gentiloni è stato il primo a finanziare le milizie libiche, travestite da guardie costiere, per trattenere lì le persone, pur sapendo quali abusi subiscono, abusi che sono stati denunciati dalle Nazioni Unite, non da giornalisti dal cuore tenero. L’Italia ha continuato a finanziare questi meccanismi e a sostenere queste milizie per questioni strategiche. Oggi l’Italia è in difficoltà perché non può chiedere che si faccia nei Balcani quello che non si fa in Libia. Se il nostro Paese avrà il coraggio di ridefinire le relazioni con le istituzioni locali incaricate di filtrare il flusso migratorio, allora potrà esserci qualche risultato, ma se continuerà a chiedere alla Bosnia e alla Croazia di fare quello che l’Italia non può fare in Libia, difficilmente avremo dei risultati tangibili nel giro di pochi mesi».

Le organizzazioni umanitarie sono presenti? E come riescono a operare in queste condizioni?

«Bisogna dire che ci sono tanti cittadini europei e associazioni che ci danno speranza, perché si presentano spontaneamente per offrire un aiuto, anche economico, tanto che le organizzazioni umanitarie riferiscono di non aver mai ricevuto così tante offerte di aiuto come nelle ultime settimane. Ci sono anche dei politici di collocazione trasversale che sono sensibili all’argomento. Mi è capitato di ricevere tanti messaggi da parte di politici di destra, scandalizzati da quanto hanno appreso e dichiaratisi indisponibili a rivotare il finanziamento della guardia costiera libica: penso alla Polverini e non solo a lei. La speranza è che, riportando la politica concreta al centro, tornino al centro anche i valori fondamentali per riportare sviluppo economico e umano sullo stesso piano». ◘

Di Antonio Guerrini


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