Giovedì, 06 Maggio 2021

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Etiopia smembrata

silvia romano2

Filippo Ivardi Ganapini, direttore di “Nigrizia”, è molto preoccupato per questo enorme Paese che sembra precipitare verso la dissoluzione, dietro la spinta dei nazionalismi e delle rivalità etniche.

Che cosa succede davvero in Etiopia?

L’Etiopia vive una situazione tragica, ancora si combatte nel Tigray, anche se il governo federale ha dichiarato che la guerra ufficialmente è finita con la presa della capitale Macallè il 28 novembre scorso; l’intervento armato era iniziato il 4 novembre. Questo rappresenta l’apice dello smembramento dell’Etiopia per una profonda crisi di identità.

Potrebbe spiegarci i motivi?

Sono trascorsi trent’anni dalla fine della dittatura di Menghistu e anche dall’avvio di quel processo che aveva portato alla nuova costituzione del ’94 che voleva inaugurare una forma inedita di federalismo etnico, per cercare di tenere insieme gli 84 gruppi del Paese. Oggi questa scelta di federalismo etnico è messa in grave discussione da questa disintegrazione, perché le rivendicazioni etniche si fanno sempre più forti. Il Tigray rappresenta solo l’apice del conflitto, ci sono rivolte anche in Oromia, nell’Ogaden, vicino alla Somalia, e in Benishangul, vicino al Sudan. Quattro milioni di tigrini (su una popolazione di sei milioni) necessitano di un aiuto urgente. Il 10 per cento dei bambini è afflitto da severa malnutrizione. Si combatte nelle campagne perché le autorità e l’esercito ben consolidato del DPLF (Fronte di liberazione del Tigray) sono disperse negli altipiani e lì continuano i combattimenti. La popolazione è allo stremo, avvengono incursioni e gravissime violazioni dei diritti umani. È in corso una pulizia etnica, una sorta di rivendicazione da parte del governo federale contro i tigrini. Ci sono 60mila profughi in Sudan, 2,2 milioni di sfollati interni nella regione del Tigray.

Cosa raccontano i rifugiati che sono fuggiti in Sudan?

etiopia smembrata altrapagina mese febbraio 2021 2Teniamo conto delle testimonianze dirette dei rifugiati che riescono a parlare, perché ancora oggi nel Tigray le comunicazioni sono bloccate, alcuni giornalisti sono stati arrestati, uno è stato ucciso. C’è una stretta sull’informazione, come se non si volesse far sapere al mondo quello che sta accadendo. Le testimonianze che ci arrivano dai profughi in Sudan parlano di violenze sistematiche sulle donne, sui bambini, una vera e propria pulizia etnica, come avvenne nei Balcani. Molte donne restano incinte, altre si ammalano di malattie sessualmente trasmesse e riportano danni psicologici. Vengono compiuti saccheggi. Qui sono intervenuti militari eritrei, anche se il governo smentisce. L’Eritrea è rimasto l’unico alleato dell’Etiopia.

Come mai questa presenza di eritrei in quella zona?

Tra l’Eritrea e il fronte di liberazione del Tigray, in una coalizione con altri gruppi, hanno sostenuto un conflitto che dura da anni. Una guerra proprio al confine tra i due paesi, che ha portato a vent’anni di chiusure, di opposizioni, tra questi due gruppi. L’ascesa al potere del premio Nobel per la pace Abiy Ahmed nel 2018 aveva fatto rinascere la speranza con l’accordo di pace con l’Eritrea e la riapertura delle frontiere, anche se solo parziale. Il premier Isaias Afewerki, discutibilissimo perché aveva chiuso il suo Paese al mondo, è diventato il maggior alleato di Abiy Ahmed. I militari quindi hanno passato la frontiera, approfittando del fatto che i soldati etiopi sono impegnati sul fronte del Sudan e hanno compiuto crimini sul territorio del Tigray. I fronti sono diversi e c’è tensione alla frontiera nord ovest, tra Sudan ed Etiopia per la terra di Al Fashaga, una terra fertilissima, da sempre molto contesa e il Sudan ha cominciato a rivendicare quel territorio approfittando dell’impegno dell’Etiopia nel Tigray. Ci sono stati alcuni scontri nel dicembre scorso. È un conflitto che sta interessando l’intera regione del corno d’Africa.

Come giudichi la politica di Abiy Hamed e quali sono i suoi obiettivi?

Nel numero di “Nigrizia” di gennaio abbiamo dedicato un dossier proprio a questo problema. Lo abbiamo intitolato “Lo Zelig al potere”, il trasformatore o colui che si trasforma, perché ha un trascorso inedito: lui è un Oromo, ha suscitato molte speranze nel suo gruppo etnico di appartenenza, che è il più consistente. Fin dall’inizio aveva aperto agli oppositori, ai prigionieri politici, il suo primo discorso al parlamento è stato proprio un annuncio di riconciliazione nazionale. Ci si azzardava già a definirlo come il nuovo Mandela d’Africa, ma gradualmente ha iniziato a stringere su ogni tipo di dissidenza, anche di natura etnica; sono scoppiati degli scontri molto forti anche in Oromia, lo scorso anno, dopo l’uccisione di un musicista molto conosciuto. Le rivendicazioni sono state principalmente sui territori, l’Etiopia è uno dei paesi più interessati dall’accaparramento di terre. La sua posizione è controversa, ci sono alcuni nostri missionari che ritengono che i tigrini si siano irrigiditi respingendo le sue proposte, altri pensano che abbia mostrato il suo vero volto di dittatore feroce.

Nella regione del Tigray in questo momento c’è una guerriglia strisciante o un conflitto dichiarato?

etiopia smembrata altrapagina mese febbraio 2021 3Come detto prima, il governo federale etiope ha dichiarato la guerra chiusa nel novembre scorso con la presa di Macallè, ma i tigrini stanno continuando a combattere sugli altipiani, e sono fortemente armati. Sembra che il più grande sostegno internazionale che ricevono, oltre che dal Qatar, sia da parte dell’Egitto perché è coinvolto nel conflitto per la grande diga della rinascita, sul Nilo azzurro. È il più grande progetto idroelettrico africano, a pochi chilometri dalla frontiera con il Sudan. Un progetto che impatta sull’acqua del Nilo Azzurro. Etiopia ed Egitto sono due potenze da oltre cento milioni di abitanti. Dalle informazioni che abbiamo sembra che l’Eritrea stia preparando un intervento con oltre duecentomila uomini per soffocare definitivamente la guerriglia.

Sarebbe una catastrofe umanitaria?

Evidentemente. Il timore è che si protragga a lungo, mentre la popolazione è allo stremo. Ci sono già morti per fame, diversi ospedali sono stati saccheggiati e anche gli aiuti umanitari sono stati bloccati dalle autorità etiopi. Ricordiamo anche la tragedia dei profughi eritrei, ce ne sono 96mila in quattro campi gestiti dalle Nazioni Unite, due sono stati rasi al suolo, altri due sono stati isolati. Alcuni sono stati ricondotti forzatamente in Eritrea, la quale li considera disertori, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.

È ancora possibile una riconciliazione tra due etnie cristiane che rappresentano la storia del cristianesimo copto?

Questa è la risposta più sofferta. Questi cristiani messi gli uni contro gli altri sono la ferita più grave. Il conflitto viene acuito da questa tensione; sembra che i soldati amhara sono stati i primi a intervenire nella guerra del Tigray; le due etnie sono in conflitto da tanto tempo per questioni di terra. Potrebbe essere stata una mossa del premier per dividere i cristiani copti, che hanno sempre giocato un ruolo non molto chiaro all’interno del Paese, già sotto Selassié. Nonostante gli appelli di cessate il fuoco da parte dei vescovi cattolici dell’Eritrea e la lettera del cardinale Berhanejesus Souraphiel di Addis Abeba, il conflitto non si ricuce, la questione della terra viene anteposta a ogni altra. È una crisi che lascerà segni molto profondi nella storia di quel Paese. ◘

Di Achille Rossi


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