Lunedì, 01 Marzo 2021

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Bambini in carcere

Società

silvia romano2

Fra le mille ingiustizie che il nostro Stato di diritto legittima senza che nessuno batta ciglio, come si dice, ci sono i bambini condannati al carcere perché figli di madri giudicate colpevoli di un qualche reato. Invisibili da sempre, ancora di più durante la pandemia, dove contano i numeri: i numeri dei morti, dei contagiati, degli ammalati, dei disoccupati, dei ragazzi che non vanno a scuola… Come “vedere” anche i 34 bambini (prima del Covid erano 59) che si trovano a passare i primi fondamentali anni della loro infanzia dentro un carcere?

Qualcuno lo fa. Ad esempio a Venezia c’è una associazione che per oltre vent’anni ha seguito i bambini in affidamento e i figli di detenute. “La gabbianella e altri animali” è nata nel 1999 e in soli 21 anni ha portato avanti un lavoro corposo e importante su più fronti; innanzitutto per la riforma di leggi in materia di diritti dei minori: la legge n. 184/83, poi aggiornata con la legge 149/01, con la quale sono state modificate alcune regole riguardanti l’adozione e l’affidamento e la legge n. 173 del 2015, che ha sancito il diritto del minore alla continuità degli affetti e ha permesso, in particolari casi, la continuità fra affido e adozione per alcuni bambini all’interno della stessa famiglia.

Abbiamo incontrato Carla Forcolin, Presidente di questa Associazione e autrice del volume pubblicato recentemente da Franco Angeli Uscire dal carcere a sei anni - i figli delle detenute fra diritti che confliggono: stare con la madre o essere liberi, la quale ci ha raccontato come nel 2003 di fronte a una situazione di estrema urgenza e bisogno di famiglia da parte di due fratellini che avevano la madre in carcere, lei stessa abbia aperto la sua casa. Da allora la cura dei minori di madri detenute è divenuto un obiettivo primario per l’Associazione, che per circa 15 anni ha accompagnato all’asilo nido e alla scuola materna i bambini del carcere femminile della Giudecca, senza avere dal 2010 alcun finanziamento specifico. E veramente ancora una volta non si può fare a meno di rilevare come il volontariato supplisca ai doveri degli enti locali, che dietro l’alibi del “non ci sono soldi” lasciano scoperti bisogni e servizi primari, tanto più quando gli utenti sono bambini con situazioni familiari pesanti.

Come si possono conciliare due diritti fondamentali per i bambini: stare con la madre ed essere liberi?

«C’è un solo modo per farlo, secondo me: i bambini stanno con la mamma da piccolissimi, diciamo per i primi nove mesi, poi dovrebbero essere accompagnati all’asilo nido e alla scuola materna, possibilmente sempre dalla stessa persona. Nei festivi o quando la scuola non c’è, dovrebbero comunque uscire; e per garantire loro un ambiente esterno sicuro e la scuola della prima infanzia, a mio avviso, ci vorrebbe o un educatore pagato appositamente dal Ministero o una persona/famiglia affidataria diurna. Il bambino ogni sera dovrebbe tornare dalla mamma, ma di giorno stare fuori e fare vita normale. A tre anni al massimo dovrebbe comunque lasciare il carcere, com’era prima della legge 62/11, tornandovi solo per vedere la mamma con frequenza regolare e garantita. Poi alla fine della detenzione andare a vivere con lei».

Fino a che punto le case protette in cui vivono le madri che devono scontare una pena insieme ai loro bimbi possono essere un’alternativa valida al carcere?

«Io non ho esperienza diretta di case-famiglia protette. Nel Veneto i bambini che potevano andare con le madri in casa-famiglia venivano mandati nelle case famiglia normali, però è il Giudice di Sorveglianza a decidere se le madri possono lasciare il carcere per la casa-famiglia oppure non possono, e in qualche caso il giudice ha negato e negherà questo permesso. Ci sono diverse attenuazioni della pena. Qualche situazione non potrà essere risolta dalla casa-famiglia. Per me non si tratta di costruirne di nuove: i bambini sono pochi. Se vengono distribuiti in tante diverse strutture finiscono per vivere in isolamento».

Che cosa succede a un bambino che esce dal carcere e va in affido? Come si può rendere questo passaggio il meno traumatico possibile?

«In questo caso, l’affido va preparato per tempo e si deve fare di tutto perché sia consensuale, accettato dalla madre. Tra la madre e la famiglia affidataria si dovrebbe creare un rapporto di fiducia. Nel mio caso fu così e fu così anche in altri casi all’interno della mia associazione; purtroppo però non sempre questo è possibile. Il bambino poi deve essere accompagnato dalla madre ad intervalli regolari e ragionevoli, in modo che il loro incontro diventi una certezza. Madre e figlio si dovrebbero anche poter telefonare. L’uscita della madre deve pure essere preparata, in modo che lei possa lavorare e portare il bambino a scuola. Anche qui gli ex affidatari potrebbero dare un sostegno alla madre single lavoratrice. A volte è così».

Secondo lei che cosa si potrebbe fare per recuperare le donne in carcere come cittadine e come madri e assicurare perciò un futuro sereno ai loro figli?

«Il tempo della carcerazione dovrebbe essere un tempo di recupero della madre, che spesso è giovane. Un tempo di studio, lavoro, sostegno educativo e psicologico. In molte carceri si lavora e dovunque si può andare a scuola. La madre dovrebbe essere formata professionalmente in modo da poter lavorare, poi queste donne dovrebbero essere seguite nella ricerca di un lavoro esterno e di un alloggio (se non ce l’hanno) e aiutate nel far frequentare la scuola ai figli. Non tutte sono sole però, spesso fuori ci sono i mariti, se le hanno aspettate, e altri figli».

Pensando ai molto più numerosi bambini e adolescenti di madri e padri detenuti... Come si può restituire loro il diritto di figli? Un mare di affettività e di relazioni negate…

«I figli dei detenuti infatti non sono orfani ed è importante che il rapporto con i genitori, che nel 95% dei casi sono padri, continui. Ci sono i colloqui, che si possono avere in giorni feriali e di solito al sabato, ci sono le telefonate via skype, ci sono le rare lettere, che se arrivano danno ai detenuti un grande piacere. Ci sono anche progetti finalizzati alla prosecuzione del rapporto genitori/ figli: noi abbiamo fatto teatro perché i genitori potessero “regalare” uno spettacolo ai figli, ma anche lavori con il vetro e delle storie sono stati inventati con questo scopo. Si possono anche fare dei gruppi di genitori, che, con la guida di uno o due psicologi, possano riflettere sul loro essere padri/madri pur nella detenzione e su come dire ai figli la verità sul loro vissuto. Esiste un accordo tra il Ministero di Giustizia e l’associazione “Bambini senza sbarre” che tutela il diritto dei figli e dei genitori a mantenere un rapporto significativo. Molto dipende dalle diverse direzioni carcerarie: quando queste sono favorevoli, si possono fare progetti di crescita comune genitori/figli; quando non lo sono si può fare poco. Le leggi camminano sempre sulle gambe degli uomini e delle donne». ◘

di Daniela Mariotti


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