Lunedì, 19 Aprile 2021

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La riscoperta della vulnerabilità

Dossier. L'avventura educativa. Intervista a Paolo Crepet, psichiatra e sociologo

silvia romano2

«È successo all’improvviso, un virus ha sconvolto il mondo intero e, in un attimo, ci ha tolto la nostra libertà. Tutto è cambiato, ci hanno detto di rimanere a casa e lì abbiamo scoperto quanto sia difficile convivere, resistere, mantenere viva la speranza». La frase scritta nel retro-copertina del nuovo libro di Paolo Crepet Vulnerabili ne anticipa il contenuto e il senso di novità che ha cambiato il nostro mondo: il modo di concepire la realtà, noi stessi, i giovani.

E allora come si può parlare dei giovani oggi, in tempo di pandemia, chiediamo al noto neuropsichiatra?

«Non si può più parlare di questo problema come se ne parlava un anno o due fa. È cambiato tutto. Non avrebbe senso oggi fare discorsi prescindendo dalla realtà. La pandemia ha avuto l’effetto di una droga: le storture che c’erano già sono state amplificate enormemente».

Eppure pare che questa consapevolezza non sia così evidente, se l’obiettivo maggiormente invocato è quello di ritornare prima possibile alla normalità, come se nulla fosse accaduto.

«Questo virus ha distrutto per sempre la nostra idea di onnipotenza. Eravamo convinti, uomini e donne, che lo scopo di tutto fosse nella prestanza fisica, nella esibizione del proprio status. Abbiamo creato un nuovo mito fondato sull’apparenza, sul successo più che sul talento. Per questo le palestre sono piene e le biblioteche vuote. Anche la libertà in questo clima non è stata più intesa come libertà di pensiero, ma come illimitato modo di fare ciò che si vuole. Guardiamo le nostre città, per esempio: sono diventate delle aree di puro acquisto e consumo e se qualcuno provasse a chiedere di fermare questa corsa, sarebbe considerato un reazionario. Avevamo stabilito una equazione: più merci circolano uguale a più felicità. Questa perversione universale del modello di sviluppo che oggi chiamiamo globalizzazione, Pier Paolo Pasolini l’aveva denunciata quaranta anni fa».

La macchina pubblicitaria, tuttavia, ci spiega ogni giorno che quello in cui stiamo vivendo è il migliore dei mondi possibili.

«Certo perché oscura il fatto che le guerre non si sono placate o che, se ci sono, non ci riguardano; che le donne continuano a essere massacrate per “passione”, come si è sempre fatto; ai giovani regaliamo la playstation per tenerli buoni. Possiamo anche dire che viaggiamo di più e meglio, con un clic possiamo parlare con chiunque, possiamo avere informazioni globali in tempo reale, abbiamo ridotto le distanze. Ma ci nascondiamo che tutto ciò che noi chiamiamo progresso o civilizzazione ha un costo altissimo».

Qual è lo sbocco della sua analisi?

«È venuta meno progressivamente l’idea di un destino comune e quindi di un “bene comune”. L’Umanità nel corso dei secoli ha perso la sua identità collettiva. Siamo diventati tutti delle monadi vaganti, individui, autarchici, pregiudizialmente avversi l’uno all’altro, convinti delle proprie irrinunciabili ragioni».

Come si esce da tutto questo?

«Occorre recuperare il senso di una nuova spiritualità. Intendo di una spiritualità laica, un’inedita summa morale capace di rovesciare il paradigma dominante basato sul consumo illimitato. Bisogna rovesciare tutto, ripensare in profondità le radici dell’umanesimo, un compito irrinunciabile delle nuove generazioni».

Torniamo ai giovani per capire come la pandemia ha cambiato il loro status e soprattutto quello delle agenzie educative: scuola e famiglia in primo luogo.

«Sono stato promotore e direttore scientifico, circa 15 anni fa, di una iniziativa nazionale che si chiamava “Scuola per genitori”. Il progetto partiva da un dato economico e anche sociale: le piccole e medie aziende non riuscivano a trasmettere conoscenze ai loro figli. I giovani non sapevano fare niente, per il miserevole abbassamento qualitativo della scuola italiana e anche perché il mondo era diventato più complicato. In una situazione così complessa i genitori hanno sviluppato la tendenza ad abbassarsi alla dimensione dei figli, a essere loro amici, cercando di evitare lo scontro comunicativo, a tranquillizzare più che a stimolare, a evitare quei “no” costitutivi che concorrono alla formazione della personalità adulta. Piano piano ci siamo convinti che una anticipazione dei tempi di maturazione, tra i 13, 14, 15 anni a fare la vita quasi di un adulto, comprese le serate con alcol, droga, sesso e rock and roll, fosse una cosa accettabile. Una leggerezza che si è manifestata in forma clamorosa in quella triste disgrazia di un paio di anni fa in discoteca a Corinaldo, vicino ad Ancona, con genitori che portavano i figli neanche adolescenti, ma pre-adolescenti, alla discoteca a mezzanotte. Ciò evidenziò in forma plastica che c’è una responsabilità generale che è certamente dei genitori, ma di tutto il sistema».

Ma adesso, come lei dice, è arrivata la pandemia che ha cambiato le cose.

«La pandemia ha aggravato la situazione perché ha significato dire dei “no”. Ci sono stati dei genitori che per la prima volta hanno dovuto pronunciare la frase “non si può”. Una cosa inaudita, che non si era mai sentita e quindi dei giovani, anche molto giovani, che avevano qualche possibilità di uscire, di fare tutto, si sono trovati davanti uno stop non voluto dalle loro famiglie ma dallo Stato. E questo lo ha reso incomprensibile: ha creato disagio, ha creato addirittura rabbia ed è successo che nel momento in cui sono state allentate le maglie della rete, questa estate, sono scappati tutti con la complicità dei genitori che dicevano “poverini, sono stati in galera, adesso hanno bisogno di sfogarsi, di avere tutte le libertà come se ci fosse una sorta di risarcimento sociale da fare».

E la scuola come se la sta cavando alle prese con la pandemia?

«Sta emergendo con evidenza che non c’è consapevolezza di cosa significhi educare. Gli ultimi governi e in genere la classe dirigente hanno dimostrato di considerare la scuola l’ultima ruota del carro, perché produce solo conoscenza che è libertà e cultura, cose che in questo Paese non stanno ai primi posti. Quando la scuola ha deciso che la ripartizione dei finanziamenti dipendeva da una graduatoria che si basava sul numero dei promossi, si capisce l’impatto che una tale concezione può aver avuto sul sistema educativo. Qual è quel dirigente così scemo che si diverte a bocciare i ragazzi! Prende meno soldi, ha meno opzioni per cui anche l’asino più asino viene portato al sei. Si è pensato che tutto questo non fosse poi grave. Così abbiamo allevato giovani che poi sono diventati adulti, ceto medio, classe dirigente figli di un abbassamento spaventoso delle capacità culturali e di responsabilità».

Quali sono secondo lei i presupposti per un cambiamento negli orientamenti educativi?

«Nessuno finora si è domandato: quando saremo usciti da questa situazione, dovremo educarci a una diversa vita emotiva e affettiva, ad impostare i rapporti secondo nuovi codici? Dovremo forse ripensare le città post-Covid? Continueremo a lavorare o insegnare in smart working da casa? Oppure riaffolleremo i centri storici di uffici come è accaduto negli anni Sessanta, sfrattando i vecchi abitanti e i negozi di vicinanza, spostando, come allora, persone e mercati quasi fossero mattoncini di Lego, facendo il percorso inverso fatto con le città satelliti, enclave di soli consumi? Dobbiamo ripartire da queste domande di progetto e di speranza».

Entrambe le agenzie educative, scuola e famiglia, in questa prospettiva dovranno subire un ripensamento radicale?

«Il ruolo degli adulti e degli insegnanti dovrebbe essere quello di trasmettere prioritariamente l’arte del vivere, attraverso il linguaggio delle emozioni durature, indicando dei percorsi e lasciando che i figli crescano secondo i loro tempi, le loro capacità, le loro possibilità, di maturare sogni: ognuno ha i propri. Ma con delle regole precise, perché le regole contribuiscono a sviluppare il senso di sicurezza; essere per loro dei punti di riferimento permanenti: stabilire insomma dei contorni ben definiti».

Quali sono in sintesi le evidenze che emergono da questa situazione inedita?

«Sono molte come ho cercato di scrivere nel libro Vulnerabili. La prima. Nel corso della sua evoluzione, e grazie ai progressi della scienza, nell’uomo si è sviluppata quasi l’idea illusoria di onnipotenza, ossia di poter superare i limiti fisici e biologici imposti dalla natura. La pandemia ha finalmente aiutato l’umanità a misurare la propria vulnerabilità, a guardarla senza cedere alla tentazione di rimuoverla in tutta fretta; ha fatto capire che c’è una debolezza nell’arroganza e una forza nella debolezza. La vulnerabilità ci ha fatto scoprire di essere meno soli e più belli, perché la bellezza del mondo altro non è che rappresentazione della fragilità e dolcezza. La seconda in risposta a una accorata lettera di una maestra, Marika, che lamentava il modo in cui sono stati trattati e trascurati i bambini durante la pandemia. Stiamo correndo il rischio di crescere una generazione di bambini coltivati nel terreno dell’incubo del contagio, della paura dell’altro, dell’evitamento del contatto affettivo. Li stiamo crescendo così fragili perché domani possano diventare cittadini più ricattabili e asserviti? Paura e terrore, come fa notare la maestra, non si riferiscono a un oggetto o a un’azione imprudente, ma alla vita tout court dei bambini, alla loro quotidianità: il rischio reale è che crescano col timore di vivere, quindi con una insicurezza interiore che potrà avere conseguenze negli anni successivi, quando dovranno cominciare a prendere decisioni sulla loro esistenza e cercheranno un adulto a cui delegarle, non si fideranno del prossimo e alla prima frustrazione torneranno indietro, nel confortante nido domestico. Questa ondata di terrore dovrebbe aiutarci a progettare con più creatività e più coraggio come ci hanno insegnato Maria Montessori, Mario Lodi, don Milani, Margherita Zoebeli, Loris Malaguzzi e tanti altri straordinari pedagogisti. È l’infanzia stessa che ce lo chiede». ◘

di Antonio Guerrini


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