Lunedì, 18 Gennaio 2021

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Il dovere perduto della memoria

Cultura

silvia romano2

In occasione del 500nario della nascita del grande urbinate, Città di Castello 37 anni fa era al centro dell’interesse non solo nazionale, con la mostra “Raffaello giovane a Città di Castello”; oggi, in occasione dell’anniversario della morte del celeberrimo artista, si stenta a trovare qualche seppur vaga citazione del capoluogo altotiberino nelle innumerevoli iniziative mediatiche susseguitesi in questi mesi al riguardo.

Al netto infatti di ciò che potrà rappresentare la prossima primavera, l’annunciata rassegna che avrà luogo dunque in coda a tutto, resta lo sgomento per l’assenza sostanziale della città, in cui il Sanzio divenne Magister, da ogni evento sin qui realizzato. Sicuramente la valenza professionale di Laura Teza e dei suoi collaboratori garantisce il livello dell’esposizione, ma è (al solito come per tanti altri aspetti locali) il versante promozionale a essere così carente da condizionarne lo stesso esito, pur nell’inappuntabilità del profilo scientifico. Persino l’appello agli imprenditori, perché fruiscano dell’art-bonus e consentano quindi un maggior finanziamento alla mostra, risulta parziale e tardivo: tale appello ai privati facoltosi (oltretutto mai chiamati a collaborare prima su snodi determinanti per lo sviluppo culturale della vallata) doveva avvenire molto prima e in ben altra maniera, coinvolgendoli da protagonisti, data l’importanza di questo progetto per l’immagine della città e per la risonanza che la loro stessa attività avrebbe potuto riscuotere nel sostenerlo.

A tali gravi lacune si è aggiunta la totale assenza di lungimiranza nell’interessare i principali media al ruolo che la città ha storicamente e inequivocabilmente ricoperto nella maturazione di Raffaello; e così il soggiorno tifernate del pittore, che pure ha prodotto opere fondamentali, è stato spesso totalmente ignorato dai media o assolutamente minimizzato.

Esempio lampante la sempre affascinante trasmissione di Alberto Angela, che si è limitata a un fuggevole riferimento… ci fosse stato ancora Dino Marinelli a custodia della Pinacoteca avrebbe senza dubbio invitato (col dovuto anticipo) il divulgatore-principe della Tv a visitare palazzo Vitelli alla Cannoniera: ma di questo, come di altre opportune mosse relazionali (indispensabili in circostanze simili), chi se ne sarebbe dovuto occupare, data la cronica mancanza di un direttore alla guida del museo comunale, secondo in Umbria per importanza di opere esposte ma malinconicamente fuori dalle top-ten dei più visitati in regione? Peggio ancora, in altri documentari abborracciati e in ulteriori ricostruzioni approssimative, ma veicolate dalle principali emittenti nazionali, dove hanno troneggiato squarci magnifici di diversi luoghi e città umbri (tranne ovviamente Città di Castello), è stata addirittura scippata la primogenitura dell’opera raffaellesca, da sempre attribuita al Gonfalone della Trinità (unica opera ancora in sede), con farneticazioni eugubine che hanno però avuto eco e seguito; nessuna nota su quel capolavoro assoluto che è Lo Sposalizio della Vergine accreditando la sensazione che fosse stato dipinto a Milano, assurta a improbabile crocevia dei tre giganti del Rinascimento, data la presenza nel capoluogo lombardo del Cenacolo leonardesco e della Pietà Rondanini di Michelangelo che, come noto, lì non è mai transitato. Oppure più recente: il Direttore di Brera, in Tv, lo ha definito come ultimo dipinto di Raffaello a Urbino! Rabbrividente e inescusabile, ma ciò accade quando non si dà visibilità alle proprie eccellenze!

Analoghe considerazioni potrebbero essere fatte per il 100nario di Maria Montessori: nei servizi dedicati da testate ed emittenti nazionali il soggiorno a Villa Montesca (dove venne alla luce il famoso “Metodo”) è stato costantemente ignorato.

‘Un popolo che non ha memoria non ha futuro’: quante volte si sente dire questo ritornello sacrosanto (ma divenuto quasi stucchevole per la ripetitività), ma qui chi si occupa di salvaguardare la memoria storica, collettiva, popolare della vallata (al netto delle lodevoli iniziative in favore della valorizzazione delle tradizioni della municipalità di Monte Santa Maria Tiberina)? Un solo gesto si evidenzia, quello di Luigi Amadei, che ha esposto un busto in marmo di Carrara (opera di GF. Giorni) all’esterno della sua Galleria delle Arti. E dove sono i sedicenti intellettuali e le cosiddette associazioni culturali: amabili conversazioni ok, simpatiche passeggiate va bene, ma il ruolo di tutela e quindi di denuncia del degrado culturale, che pure sarebbe nei compiti statutari almeno delle sezioni locali di realtà nazionali, chi lo svolge? Come già in occasione dello sciagurato sventramento dell’antico secondo teatro cittadino, del triste tramonto delle manifestazioni un tempo caratterizzanti e di altre circostanze analoghe, emerge solo un silenzio assordante davanti all’inerzia del Comune, all’ostracismo della Regione, all’immobilismo della Fondazione Carisp, all’autoreferenzialità della Fondazione Palazzo Albizzini.

E, d’altronde, per venire ad amnesie istituzionali molto più recenti, c’è qualcuno cui è venuto in mente di intitolare una via a Corrado Rosini (fondamentale la sua opera per l’identità cittadina), Eliana Pirazzoli (eclettico esempio di emancipazione femminile), Nemo Sarteanesi (senza di lui i Musei Burri sarebbero stati inimmaginabili)? E l’elenco non è certo esaustivo a partire dagli artisti di vasta fama del secondo Novecento, quali De Rigù, Bruscoli, Araf.

Attenzione, in tempi di fake news imperanti e di post-verità dominante sentire definire Alberto Burri un oriundo texano o Monica Bellucci una figlia della banlieue marsigliese è un attimo… D’altra parte a Marietta Alboni (tra le più grandi cantanti liriche della storia, considerata il maggior contralto rossiniano dell’ '800) Parigi ha intitolato una via ben più importante, ampia e centrale (e molto tempo prima) che Città di Castello. ◘

di Massimo Zangarelli


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