Mercoledì, 22 Settembre 2021

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Missione luppolo

Agricoltura. Alla ricerca di alternative colturali sostenibili. Intervista a Stefano Fancelli

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Il nostro viaggio nel mondo dell’agricoltura ci ha fatto riscontrare le molte pecche di un sistema produttivo gravato da imperativi di mercato che condizionano gli operatori e hanno ripercussioni pesanti su lavoratori e ambiente. Si registrano tentativi di diversificazione delle produzioni e di creazione di filiere che molto spesso rispondono alle stesse logiche, senza incidere significativamente su ambiente e lavoro. Dopo quello della nocciola si affaccia il progetto della filiera del luppolo. Ne parliamo con il responsabile Stefano Fancelli.

Due parole sulle peculiarità del luppolo, sia botaniche che commerciali.

Il luppolo è un prodotto agroindustriale ad alto valore aggiunto con una tecnica colturale complessa e una conduzione ad alto livello di meccanizzazione. Il mercato del luppolo mondiale sviluppa un valore di oltre 3 miliardi e mezzo di euro. Ha una produzione lorda vendibile difficile da riscontrare in gran parte delle altre produzioni agroindustriali. È una cannabacea dioica, in natura è un infestante: i nostri fiumi e laghi sono pieni di piante di luppolo selvatico autoctono. L'utilizzo più conosciuto è nella produzione di birra, in particolare di birra artigianale. Grazie al movimento dei birrifici artigianali il luppolo è diventato un prodotto protagonista della produzione innovativa dei 'mastri birrai' con una creatività e una libertà di ricerca straordinarie. La birra italiana aumenta di volumi e di valore ed è sempre più un prodotto di punta della nostra produzione agroalimentare in tutto il mercato globale, è divenuta un prodotto “glocale”.

Il luppolo italiano può contribuire a questa crescita permettendo la produzione di birra al 100% italiana; inoltre è un prodotto molto interessante nel settore fitoterapico.

Come è stata progettata la filiera in Umbria?

luppolo2La filiera del luppolo deve essere costruita a partire dall'aggregazione e dalla cooperazione dei produttori, solo così è possibile raggiungere gli standard di quantità e qualità della produzione necessari ad operare nel mercato globale nel canale B2B (commercio interaziendale, transazioni commerciali elettroniche tra imprese) e B2C (le relazioni che un'impresa commerciale detiene con i suoi clienti per le attività di vendita e/o di assistenza). Stiamo costruendo una filiera fondata sul concetto di sostenibilità: economica, sociale, ma soprattutto ambientale, plasmata sulla visione del Green New Deal e della strategia “Farm To Fork” dell'Unione europea, in cui l'attività agricola sia capace di migliorare l'ambiente e il contesto sociale in cui opera, che produca valore e lo distribuisca sul territorio, che porti reddito ai lavoratori e alle imprese. Pensiamo anche ad un’economia circolare per il recupero di tutti gli scarti, per il riciclo e il riutilizzo di ogni componente della produzione, sperimentando la strada della produzione di tessuti e cordame e di agro-energie.

In questo contesto il contributo di ABOCA è particolarmente prezioso: è infatti un esempio di azienda certificata B-corp, che ci indica una nuova via di cultura e visione imprenditoriale che vogliamo seguire nella costruzione della filiera.

Quanta superficie avete previsto di utilizzare e quanti sono i produttori interessati?

Il nostro piano di sviluppo è molto misurato, perché la domanda di mercato di luppolo italiano è forte, ma per crescere in maniera sana e sostenibile dobbiamo partire da una solida prospettiva di sbocco nel mercato e di redditività per i produttori.

Il Piano di sviluppo ha una durata di 15 anni, gli obiettivi sono di coltivare 100 HA di luppolo nei prossimi 3 anni e di accrescere le superfici fino a 1.000 HA nel corso dei primi 10 anni. Stiamo approntando accordi per la coltivazione di varietà coperte da brevetto in collaborazione con le principali multinazionali nel settore della produzione di luppolo.

Inoltre, grazie al progetto di ricerca sui luppoli autoctoni, con la registrazione di varietà di luppolo Made in Italy, di proprietà esclusiva della rete dei produttori italiani, potremo raggiungere una percentuale compresa tra il 3.5 e l’8% del mercato globale, pari a circa 5.000 HA. Il valore del luppolo italiano potrà, a regime, superare i 300 milioni di euro. Oggi la nostra rete è costituita da 12 aziende, ma si sta rapidamente espandendo, abbiamo molte richieste di adesione, non solo in Umbria.

Considerando che il luppolo è una pianta che predilige climi freddi o freschi e che è vulnerabile a numerose fitopatologie fungine, c’è oculatezza nella scelta varietale e del metodo di coltivazione? È stata eseguita una sperimentazione nel biologico?

La coltivazione ci ha dato risultati molto positivi, sia in termini di resa ad ettaro che di qualità della luppolina. Stiamo perfezionando il nostro Manuale delle Buone pratiche agronomiche, che sarà disponibile per tutti i nostri produttori. La nostra filiera scommette sulla produzione biologica come modello centrale di sostenibilità, con il progetto “luppolo Valley Bio” che è teso a fare dell'Umbria il primo distretto per produzione biologica nel mercato globale. Peraltro la sperimentazione della coltivazione biologica del luppolo ci ha dato ottimi risultati.

L’agricoltura sconta, ormai da decenni, le penalizzazioni del mercato e la prevaricazione delle multinazionali, con conseguente spinta sul metodo intensivo e sulla riduzione della manodopera. Nella produzione e trasformazione del luppolo quanto è il rapporto tra superficie (volume produttivo) e numero di addetti, se questo dato è facilmente rintracciabile?

Ci preme sottolineare che il nostro modello produttivo è cooperativo e consortile, di rete, fondato sull'aggregazione dei produttori con un governo condiviso della catena del valore e l'imperativo di chiudere la filiera, per garantire la massima redditività possibile agli agricoltori.

Ogni anno i nostri associati potranno condividere gli utili della nostra attività, perché la sostenibilità sociale risiede anche in un modello di redistribuzione dei risultati economici, nella condivisione della strategia di sviluppo a lungo termine, nella costruzione di una vera e propria comunità del luppolo italiano.

L'integrazione tra la nascente filiera del luppolo e quella del tabacco ci permette di avere già oggi nel nostro territorio una capacità organizzativa e di trasformazione del prodotto più che adeguata.

In che modo la filiera del tabacco è funzionale a quella del luppolo?

Sono due colture molto simili: presentano una produzione lorda vendibile molto alta rispetto alla media di altre coltivazioni, un processo produttivo complesso, fortemente meccanizzato, competenze agronomiche e di trasformazione compatibili. Nella nostra sperimentazione abbiamo verificato che il forno da tabacco può essere impiegato anche per l'essiccazione del luppolo. Avere una filiera già organizzata che può differenziare le proprie attività con una nuova produzione è un vantaggio competitivo. È improbabile immaginare una semplice sostituzione del tabacco con il luppolo, ma le due colture si possono affiancare, riducendo la presenza del primo a favore del secondo.

Sono certamente previsti, a livello comunitario, nazionale e regionale dei contributi per gli agricoltori che intendono avviare questa produzione; ci sono ulteriori incentivi per il biologico o non è prevista alcuna discriminante nella destinazione dei fondi?

Il Progetto “luppolo Made in Italy” sviluppato nell'ambito della Misura 16.2.1 del PSR della Regione dell'Umbria sulle reti di nuova costituzione ci ha permesso di costruire il modello di filiera più avanzato e competitivo presente oggi nel nostro Paese. L'Assessore regionale Morroni è attento a questo progetto, perché condivide con noi l'opportunità di portare in Umbria il cuore economico, produttivo e organizzativo di una nuova filiera in grado di assicurare reddito alle imprese agricole, lavoro, ma anche innovazione e soprattutto sostenibilità ambientale. ◘

di Romina Tarducci


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