Lunedì, 18 Gennaio 2021

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Satira e Laicità

Editoriale: La Calabria è divenuta lo specchio di tutti i mali del Paese

silvia romano2

Il dibattito sviluppatosi in Italia (ma ancor di più in Francia) sulla stampa e sui media dopo i recenti attentati in un sobborgo di Parigi, a Nizza e Vienna, ha riproposto all’attenzione il tema della libertà della satira.

È stato sostenuto che la satira estrema e irrispettosa, tipo Charlie Hebdo, provoca e alimenta la reazione dei credenti delle varie religioni fino a mettere in atto azioni terroristiche. Ed è stato scritto che le vignette su Maometto e l’Islam mancano di rispetto verso la religione degli islamici e provocano reazioni estreme e irrazionali, fino ad atti di terrorismo contro cittadini inermi, francesi o austriaci, europei o americani. Nessuna fede giustifica la soppressione violenta di cittadini inermi di altre comunità. E il grido “Dio lo vuole” è una bestemmia. Ma anche le vignette inutilmente offensive rimandano a un integralismo irrispettoso di sensibilità altrui.

D’altra parte, nell’acceso dibattito internazionale è stato affermato che le vignette su Maometto e l’Islam per i capi del terrorismo sono poco più di un pretesto ideologico, perché sono altrove le ragioni di fondo, tra cui è da segnalare la presunta volontà di rivalsa di frange delle élite dominanti islamiche contro i crimini coloniali dei Paesi occidentali (la «guerra preventiva» e i bombardamenti americani sull’Irak ne sono una delle ultime prove), nel quadro di una delirante contro-strategia di stampo teocratico e neo-imperiale, che contrappone agli orrori del colonialismo gli orrori del terrorismo. Pagata, in entrambi i casi, dal sangue di innocenti. Ricordiamo che il terrorismo islamico fa il suo exploit sulla scena dell’Occidente l’11 settembre 2001, con l’attentato alle Torri Gemelle (3 mila morti). Bin Laden, principe saudita capo di Al Qaeda, lo rivendicò in nome di Allah («Il verdetto di Allah è stato eseguito!»), quale inizio di una lunga «guerra santa» antioccidentale. Proseguita in Europa con una scia inarrestabile di feroci sanguinosi attentati (da quelli di Madrid, 2004 e Londra, 2005 fino agli attuali di Nizza e Vienna), rivendicati, oltre che da Al Qaeda, dal Califfato dell’Isis e da altre organizzazioni minori. Si tratta di veri e propri atti di guerra politico-religiosa, che hanno investito anche la Cecenia (strage di Beslan, 2004, 300 morti, adulti e bambini), e alle cui spalle non è difficile vedere le frustrate e corrotte petro-oligarchie miliardarie del Golfo, che finanziano e armano califfati e terroristi per ricattare e indebolire la già debole Europa. Per una parte dell’opinione pubblica mondiale è necessario garantire la convivenza civile, pacifica e culturale con l’Islam, perché ci sono tanti islam: nostro compito è rafforzare l’ala «moderata» e isolare l’ala «estremista».

Torniamo alla questione della laicità, essenza delle moderne democrazie europee nate dall’Illuminismo e dal 1789 francese. Occorrerebbe che le comunità islamiche e i loro gruppi dirigenti si schierassero apertamente contro il teocratismo, combattessero e denunciassero coloro che predicano e praticano e impongono la sharia (poliginia, reato di apostasia, inferiorità della donna, omofobia, infibulazione, ecc.), rinchiusi nei confini delle loro enclave, spesso piccoli anti-Stati reazionari nel cuore dell’Europa. Lo fanno e in che misura? La Dichiarazione del Cairo del 1990 afferma di accettare la Dichiarazione dei diritti del 1948, tranne che nei casi in cui tali diritti sono contrari alla sharia. Cioè quasi mai. L’euro-islam «moderato» sarà tale solo se si democratizza e laicizza, se accetta, innanzitutto al suo interno, in teoria e in pratica, il pluralismo, la libertà e l’uguaglianza dei diritti, affrancandosi dall’«humma» teocratica, che della democrazia e della laicità è l’esatta negazione. Gli arabi, diceva la scrittrice marocchina Fatema Mernissi, della «democrazia» non hanno nemmeno la parola. Figuriamoci della laicità.

Molti in Europa ritengono che la satira alla Charlie Hebdo, atea e provocatoria, offenda l’Islam, ma non ricordano che la satira, fin dalla notte dei tempi, è provocazione, altrimenti non è satira: un Charlie Hebdo dell’antico Egitto raffigurò il faraone con una testa di topo; Seneca nell’Apokolokyntosis paragonò a una «zucca divinizzata» l’imperatore Claudio dopo la morte.

La critica e il dileggio del Potere è la linfa vitale della satira. Ma, fino a che punto può essere irriguardosa, “offensiva” per le religioni, i loro cleri, i Profeti e i Testi Sacri? Il limite della libertà di stampa lo stabilisce la legge, che punisce i trasgressori (nella fattispecie, i diffamatori). Altrimenti si scivola nella Censura e nell’Inquisizione. Si comincia col divieto della blasfemia, si finisce col rogo. ◘

di Michele Martelli


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