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Armonie del mondo

DOSSIER - Raffaello: 500 anni dalla morte

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Raffaello Sanzio è universalmente noto come sommo pittore, molto meno conosciuto come architetto, pressoché ignorato come scenografo, come topografo e perfino come ‘filologo’ umanista. Sembra strano che di un protagonista del Rinascimento si abbia una conoscenza così parziale e frammentaria; questo comunque è lo stato di fatto degli studi sul genio urbinate. Oltre alla pittura, però, Raffaello si è dedicato all’architettura, alla scenografia, alla topografia, alla versione volgare del De Architectura di Vitruvio, attività che poco o tanto, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con la le discipline matematiche. Non a caso nella Scuola di Atene l’autoritratto di Raffaello compare nel gruppo dei geometri e degli astronomi capeggiati rispettivamente da Euclide e da Tolomeo. Mentre Euclide è intento ad effettuare una misura col compasso su un’enigmatica figura geometrica disegnata nella tavoletta sul pavimento, Tolomeo, con in mano un globo terrestre, si gira verso Raffaello che fa capolino dietro ad un astronomo con le fattezze del Sodoma e punta lo sguardo dritto verso lo spettatore, quasi a volerne catturare l’attenzione.

Perché Raffaello si ritrae in mezzo ai matematici? Non è un pittore con marcati e geniali interessi matematici come Piero della Francesca, né è un genio poliedrico come Leonardo da Vinci. Raffaello si caratterizza fondamentalmente come pittore e come architetto civile, due professioni che richiedono competenze e capacità anche in scenografia e in topografia. Non scrive libri di matematica paragonabili al Trattato d’abaco e al Libellus de quinque corporibus regularibus di Piero della Francesca. Né possediamo quaderni di Raffaello che testimonino i suoi interessi geometrici e matematici, come invece accade per i numerosi fogli manoscritti in cui Leonardo dimostra non soltanto il grado di assimilazione del testo di Euclide, ma anche i suoi tentativi di risolvere i problemi di quadratura del cerchio e duplicazione del cubo, e di ideare una «geometria che si fa col moto» che si spinga oltre le colonne d’Ercole degli Elementi e consenta non soltanto di quadrare figure curvilinee ma di descrivere le trasformazioni delle forme naturali. Un’altra notevole differenza rispetto a Piero e a Leonardo sta nel fatto che Raffaello non ha scritto quasi niente di prospettiva, di architettura, di scenografia, di topografia, o di argomenti collegati, e a quanto pare non aveva nemmeno programmato di farlo. Le pochissime eccezioni rispetto a questo comportamento, tutte peraltro brevi, ne danno conferma.

armonie3Eppure Raffaello è un testimone privilegiato del ruolo e dell’immagine delle discipline matematiche nella civiltà del Rinascimento, non soltanto per il fatto che l’architetto del Papa utilizzò metodi e strumenti geometrici nel rilievo topografico di Roma antica e codificò il disegno architettonico in una celebre lettera a Leone X, ma anche perché trasfigurò in arte l’importanza dello studio delle matematiche nella ricerca della verità. La Scuola di Atene rappresenta, a questo proposito, un’icona emblematica della nuova classificazione delle scienze che emerse durante il Rinascimento e in questo rinnovato paradigma del rapporto dell’uomo con il mondo le discipline matematiche acquistano un ruolo fondamentale.

Le “matematiche” nella Scuola di Atene sono parte del dibattito filosofico, sono discipline vive, degne di essere insegnate e discusse, così come fanno i personaggi di Raffaello intorno alle due lavagnette: quella aritmetico-musicale tenuta in mano da un allievo di Pitagora rappresenta le armonie del mondo racchiuse nelle tre consonanze fondamentali della diapason (1:2), diatessaron (3:4) e diapente (2:3); quella geometrica sulla quale sta scrivendo Euclide invece raffigura un enigmatico esagramma con al centro un rettangolo diagonalizzato.

Le matematiche figurano nell’affresco divise in due gruppi posti in primo piano, alla base dello scibile umano: uno all’estrema destra, l’altro all’estrema sinistra. La divisione riprende una distinzione secondo cui l’aritmetica insieme alla musica è scienza della quantità discreta, mentre la geometria insieme all’astrologia è scienza della quantità continua. Nella parte sinistra dell’affresco Raffaello colloca i grandi filosofi presocratici ispirati dalle dottrine orfiche: mentre Pitagora è intento a scrivere, un giovane discepolo gli sorregge una lavagnetta con la rappresentazione dei rapporti armonici e della tetrade; alle spalle di Pitagora, Filolao annota i detti del maestro; completa il gruppo un personaggio con le fattezze arabe, indicativo dei legami tra filosofia greca e filosofia araba.

Sul lato opposto dell’affresco, sempre a livello del pavimento, il gruppo dei geometri è raffigurato nel momento culminante di una lezione tenuta da Euclide che, compasso alla mano, sta spiegando il significato della figura disegnata sulla lavagnetta. L’ultima arte del quadrivio, l’astrologia, relegata vicino al bordo dell’affresco, è affidata a Zoroastro, il leggendario fondatore, che sorregge un globo celeste. A fronte di Zoroastro sta Claudio Tolomeo, l’astronomo-astrologo e geografo più famoso, con un globo terrestre.

La presenza di questi personaggi e degli oggetti ad essi associati è senza dubbio conforme alla fama di cui godevano al tempo di Raffaello. La loro collocazione risponde all’idea che le arti del quadrivio siano propedeutiche a più alti studi filosofici, simboleggiati dalle figure di Aristotele e Platone verso cui converge la scena prospettica.

Sia come topografo, sia come architetto e coeditore della versione volgare del De Architectura di Vitruvio contenuta nel codice It. 37 della Bayerische Staatsbibliothek di Monaco, Raffaello ebbe modo di dimostrare la sua dimestichezza con discipline matematiche, ma l’immagine che dipinse di queste scienze nella Scuola di Atene costituisce senza dubbio la trasfigurazione pittorica più riuscita della concezione che di queste scienze era maturata nell’ambiente umanistico e scientifico della Roma di inizio Cinquecento.

Di Argante Ciocci


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