Mercoledì, 21 Ottobre 2020

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Il Medio Oriente vicino

Medio Oriente. Intervista ad Ali Rashid, scrittore e analista italo-palestinese

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Alì Rashid è uno scrittore e analista italo-palestinese, già vice ambasciatore dell’Autorità Nazionale Palestinese in Italia. Gli abbiamo posto alcune domande sui recenti fatti accaduti in Medio Oriente: l’accordo Israele-Egitto-Emirati e la crisi libanese.

L’esplosione nel porto di Beirut è solo una delle tante, materiali e politiche, che stanno devastando e ridisegnando la mappa del Medio Oriente ?
Per capire quello che sta avvenendo in Medio Oriente dobbiamo alzare lo sguardo in un’area dove tutto si tiene. La questione libica condiziona gli sviluppi di oggi e di domani, in tutto il Mediterraneo e non solo. Lo scontro per il controllo delle aree geostrategiche e delle risorse, dentro un quadro di illegalità e di ingovernabilità porterà a nuove guerre e a nuovi esodi umani.

È stata enfatizzata la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati ed Egitto, alcuni hanno parlato di evento storico, altri di “accordo di guerra”.
Niente di nuovo né di storico, è un bluff. Il rapporto tra Israele ed Emirati va avanti da anni. Viene enfatizzato oggi per fare un favore elettorale a Trump e per isolare la Turchia. Si può dire di tutto della Turchia, ma se guardiamo la storia di questo Paese vedremo che l’autoritarismo e la repressione non sono una prerogativa solo di oggi e una attitudine solo di Erdogan. I Kemalisti che hanno governato il Paese nel passato, fortemente caratterizzati da un nazionalismo e da pratiche che una volta avremmo definito fasciste, non erano da meno. Hanno represso i Curdi, come hanno sterminato gli Armeni.

La Turchia non ha mai perdonato gli Stati Uniti di essere dietro al tentato colpo di Stato?
Mai. I turchi sono sempre stati convinti che dietro al tentato colpo di Stato di Fethullah Gulen ci fossero gli Stati Uniti. E gli Emirati. E senza una autorizzazione degli Stati Uniti gli Emirati non si alzano neppure dal letto la mattina. Due settimane fa il Ministro della Difesa di Ankara, in una conferenza stampa, ha presentato le prove del coinvolgimento degli Emirati chiedendo che la monarchia del Golfo sia chiamata a risponderne.

medio oriente2In caso di vittoria di Biden nelle elezioni di novembre, pensi cambierà qualcosa?
Biden ha dichiarato che se vince tornerà al riconoscimento del trattato con l’Iran, e questo è positivo. Sulla questione palestinese niente di nuovo, le solite dichiarazioni “due popoli due Stati”. Non dice niente su Gerusalemme e arriva a definire l’accordo tra Usa, Emirati e Israele un fatto positivo. Cosa c’è di positivo in un accordo che parla di pace senza coinvolgere le parti in conflitto? L’epicentro del conflitto mediorientale non è più la Palestina, oggi lo scontro è contro la Turchia e l’Iran. Ma questi due Paesi sono imprescindibili, se si vuole il dialogo e soluzioni utili per tutti.

Un altro fronte si è aperto con l’accordo tra Egitto, Israele e Grecia sulla perimetrazione di larghi spazi marittimi del Mediterraneo per attività estrattive.
È un accordo senza base giuridica, pericoloso e la complicità dell’Europa rappresenta una scelta ingiusta e autolesionistica. È finalizzato a privare la Turchia di vasti territori marittimi che non sono acque nazionali. Gli egiziani da questo accordo hanno tutto da perdere, ma ci sono dovuti entrare per forza, costretti da Trump.

D’altra parte senza i finanziamenti americani non esisterebbe né Al Sisi né l’esercito egiziano.
Quello che sta avvenendo in Egitto è una tragedia: a loro è consentito fare quello che non sarebbe consentito in altri Paesi. L’esercito ha in mano l’intero Paese, ha messo le mani su tutte le attività economiche e difende i propri privilegi con la repressione. Per le strade del Cairo puoi persino vedere soldati in divisa che vendono polli, semplicemente perché tra i tanti settori dei quali si sono impossessati c’è anche l’industria avicola. Hanno preso tutto: il Canale di Suez, il porto, gli aeroporti, le costruzioni, le strade, le autostrade….tutto. Un regime feroce ma garantito da un sistema di impunità imposto dai protettori americani.

E l’Italia?
L’Italia obbedisce e si adegua. Basta vedere la vicenda delle cinque fregate vendute ad Al Sisi di nascosto e il più in fretta possibile. O la sudditanza sul caso Regeni. Recentemente, dopo l’accordo con Israele ed Egitto, la Grecia ha fatto grandi concessioni all’Eni e all’Italia. In cambio di una posizione favorevole alla Grecia, a Israele e all’Egitto nello scontro con la Turchia. Una posizione irresponsabile e pericolosa. Se le dinamiche non si modificheranno credo che lo scontro tra Egitto, Grecia e Turchia sarà inevitabile. L’Europa non vuole una Turchia democratica, vuole una Turchia autoritaria e corrotta, una Turchia fascista.

C’è una dimensione anche legata alle identità religiose dei diversi contendenti in campo?
Sì, c’è. Bisognerebbe studiare la storia per capire quello che sta avvenendo oggi. I conflitti di ieri dovrebbero essere compresi e metabolizzati nell’epoca contemporanea da sistemi democratici laici che nella loro autonomia si evolvono interiorizzando e rispettando tutte le fedi religiose e chi religioso non è. Purtroppo non è così, l’Europa punta a ricostruire alleanze “bianche”, cristiane e occidentali. Dinamiche folli e pericolose, che non tengono conto degli insegnamenti, spesso tragici, della storia. Nessuno vuole ricordare quali tragedie e sofferenze questa concezione ha determinato nella ex Jugoslavia. Con ferite purulente ancora tutte aperte.

L’Europa ha una strategia in politica estera?
In questo scenario l’Europa non ha alcuna politica estera, non solo dal punto di vista della agibilità organizzativa e strategica, ma anche dal punto di vista di una iniziativa che legittimi un suo ruolo internazionale. Che è inesistente. I francesi si muovono in totale autonomia, fanno tutte le guerre che ritengono funzionali ai loro interessi, in Libia, in Siria, in Africa. Questa crisi determinerà una divisione ancora più netta all’interno dell’ Europa. Alcuni paesi dell’UE rispondono a Trump e rappresentano gli interessi americani, sono cavalli di Troia che infettano l’Europa dal di dentro e che rischiano di minarla alla radice.

Tutto lo scenario libico, oltre che tragico, appare paradossale per le alleanze asimmetriche in campo, alleate in Libia e in conflitto in altre aree.
La Libia è un paradosso tragico. Un governo, quello di Al Serraji, riconosciuto dall’Europa, dall’Onu e da questa entità dello spirito chiamata “comunità internazionale”. E sono in guerra con l’altra componente, quella di Haftar, sostenuta da Paesi che fanno parte dell’Europa, come la Francia, da Paesi alleati, come l’Egitto, i quali però in questo scenario sono alleati con il “nemico” russo. E succede che il governo sostenuto dall’Europa e dall’Onu non venga salvato dall’Europa e dall’Onu ma dalla Turchia. Senza quell’intervento la partita sarebbe già chiusa. E il primo accordo tra Turchia e Libia è stato quello sulla perimetrazione di nuovi confini marittimi per le attività estrattive, per annullare o contrastare quelli precedenti tra Grecia, Israele ed Egitto. Con queste dinamiche non passerà molto per arrivare al primo incidente capace di innescare un’altra guerra.

Ma possono i russi e i cinesi accettare una alleanza militare tra Usa, Israele, Emirati, Arabia Saudita, con basi nei diversi Paesi, senza reagire?
Se Trump vince le elezioni non si fermerà. Tenterà di fare la Nato del Medio Oriente. E questo rischia di far esplodere tutto, a partire dagli stessi Paesi che parteciperanno a questo piano, le cui società civili sono in fermento e momentaneamente fermate dalla inaudita repressione che caratterizza questi regimi. Negli Emirati il potere è gestito da una famiglia di delinquenti mafiosi che controlla tutto. Persino la prostituzione importata dai Paesi dell’est, un fenomeno tristissimo, con migliaia di ragazze giovanissime, molte minorenni, totalmente schiavizzate, senza diritti né protezione. E il porto di Dubai è uno dei centri più importanti del mondo per il riciclaggio di denaro sporco.

Quali saranno gli sviluppi futuri del Libano, un piccolo Paese incastrato tra cento guerre, esterne e interne, e da una crisi che sembra irreversibile?
Anche in Libano il ruolo dei francesi, storicamente e ancora oggi, è del tutto negativo. Come quello degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita. Macron che va in Libano dopo l’esplosione al porto suona come l’assassino che partecipa al funerale della sua vittima. L’obbiettivo è Hezbollah, anche se le indagini hanno confermato che non c’entra nulla con quell’evento. E anche se la Corte Penale Internazionale ha sentenziato che Hezbollah non ha responsabilità nell’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri. Ma l’obbiettivo era anche il governo di Hassan Diab, che si è dimesso dopo l’esplosione, frutto dell’intesa tra la componente sciita Amal-Hezbollah e il principale movimento cristiano, il Movimento Patriottico Libero del presidente della Repubblica Michel Aoun. La crisi economica è il prodotto della gestione di Saad Hariri, l’uomo di Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita. È lui, non Hezbollah, che ha gestito il governo fino all’inizio del 2020 e che ha sprofondato l’economia e il Paese nel baratro di una corruzione senza fine. Saad Hariri non è solo l’uomo dell’Arabia Saudita, è egli stesso cittadino saudita, ha passaporto saudita.

Quali erano le caratteristiche di quel governo?
Innanzitutto non era il governo di Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita come era quello di Hariri. Era guidato da un docente universitario rispettato e non da un premier corrotto come Hariri, che ha continuato a rubare nonostante sia uno degli uomini più ricchi del mondo. E non era retto da un partito corrotto come quello di Hariri, il Mustaqbal (Il Futuro). Appena entrato in carica Diab ha dimezzato di un terzo i ministri di governo, e tra questi per la prima volta ha nominato sei donne, assegnando loro ministeri fondamentali come la Difesa, l’Ambiente, la Giustizia e la Comunicazione. L’obbiettivo di Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita non è quello di salvare il Libano, ma di isolare Hezbollah e di rimettere il governo nelle mani di Hariri e dei partiti della sua coalizione, il Partito Falangista e le Forze Libanesi. Stiamo parlando dei partiti che hanno scatenato la guerra civile negli anni ’80, i responsabili dei massacri di Sabra e Chatila, tanto per capirci. Ma sarà un obbiettivo difficile da realizzare.

Perché?
Perché gli sciiti Hezbollah – Amal sono i partiti più votati del Libano, perché alle ultime elezioni il partito di Hariri si è dimezzato e perché il Movimento Patriottico Libero del Presidente della Repubblica Aoun è il partito largamente maggioritario nella comunità cristiana libanese. Credo che Aoun sia una garanzia di equilibrio. Ha dimostrato di essere veramente indipendente, sia dalla Siria che dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall’Arabia Saudita. Gli stessi Paesi responsabili della crisi economica, della conflittualità settaria e della guerra civile. E quello che hanno fatto nel passato vogliono farlo anche oggi. Questa è la vera tragedia e il rischio più grande per il Libano.

Di Redazione


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