Mercoledì, 21 Ottobre 2020

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Un massacro

Libano L'esplosione nel porto di Beirut ha messo in ginocchio l'intero Paese

silvia romano2

Quasi 200 morti. Almeno 6000 feriti. Il risultato della deflagrazione del 4 agosto a Beirut, in Libano, ha fatto restare 300.000 persone senza casa. Sono saltate in aria 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, un materiale esplosivo altamente pericoloso, collocato da sette anni, con indulgente faciloneria, in un hangar del porto di Beirut. La devastazione ha investito l’intera città di Beirut e la detonazione è stata così potente da causare un terremoto di magnitudo del 3,5, avvertito fino all’isola di Cipro a 200 Km di distanza. La storia del potente esplosivo ha dell’incredibile e dell’inammissibile: nel 2013 una nave che trasportava il materiale esplosivo e che era diretta in Mozambico, faceva scalo nel porto di Beirut per un problema di motore. La legge libanese, proprio in base al trasporto pericoloso, mise in atto l’immediato sequestro dell’imbarcazione. Il nitrato di ammonio fu immagazzinato nell’hangar numero 12 del porto, vicino ad un magazzino dove c’era anche un deposito importante di fuochi d’artificio. Non ebbero nessuna risposta l’invio di cinque lettere dei funzionari del porto agli uffici amministrativi che dovevano occuparsi del pericoloso carico. Assenza di gestione, di autorità e competenza amministrativa, ma anche pigrizia, indifferenza e noncuranza di uno Stato che ha dimostrato di non esserci o di essere in piena dissoluzione. Oggi il Libano piange per un dramma e un trauma avvenuto, per pura coincidenza, due giorni prima del 75° anniversario delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki.

La deriva di un Paese.
libano2L’improbabile primo ministro dello Stato libanese Hassan Diab aveva annunciato, nel mese di marzo, l’impossibilità del suo governo di ripagare la somma di 1,2 miliardi di dollari di obbligazioni emesse in valuta estera. Qualche mese prima il governo dava l’annuncio che il debito pubblico era cresciuto esponenzialmente fino a situare il Libano al terzo posto al mondo per rapporto debito/Pil (170%). Contemporaneamente il crollo della sterlina libanese ha avuto un tonfo fragoroso. A tutt’oggi un difficilissimo negoziato è in  corso con il Fondo Monetario Internazionale per salvare l’economia del Libano. Ma intanto il tasso d’inflazione è cresciuto fino al 250% e metà della popolazione libanese vive sotto la soglia di povertà con un tasso di disoccupazione che supera il 25%. La pandemia da Coronavirus ha, poi, ulteriormente aggravato le condizioni economiche dei libanesi. Il dover fermare il contagio ha comportato l’imposizione del lockdown fin dal mese di marzo. È stato come far piovere sul bagnato. Il turismo è sempre stato uno dei motori dello sviluppo economico del Libano dopo i servizi finanziari. Per il Libano, economicamente boccheggiante, è stato un colpo mortale. Umiliazione, frustrazione e collera. Le piazze di Beirut e di altre città libanesi si sono riempite di un fiume di persone, nemmeno tanto intimorite dalla tragedia del porto di Beirut.

No, il Libano non è uno Stato laico.
Ogni libanese, come impone la Costituzione, fa parte della sua comunità religiosa. Perfino sulla carta d’identità sta scritto l’appartenenza religiosa di ogni cittadino libanese. Vien da dire che tale Stato confessionale assomiglia a una specie di apartheid fondato sulla confessione religiosa invece che sull’appartenenza etnico/razziale. La rivista Famiglia Cristiana, qualche anno fa, riportava il dato dell’esistenza in Libano di 18 confessioni religiose, 12 musulmane e 6 cristiane. Il 63% sono di religione islamica, il resto di religione cristiana. Da tale realtà costituzionale discende la rappresentanza nelle varie istanze politiche e fino ai meno importanti uffici pubblici. Sciiti, Sunniti, Maroniti cattolici,  Greco ortodossi, Greco cattolici, Drusi, Armeni ortodossi, Armeni cattolici, Protestanti...  Ognuno dovrebbe essere rappresentato secondo la percentuale dei suoi aderenti. Il Presidente di questa Repubblica paradossale è un maronita, il Presidente del Consiglio dei Ministri un sunnita, il Presidente del Parlamento uno sciita. Il comando dell’esercito tocca ad un maronita e via via scorrendo, sempre su base confessionale. È la Francia cartesiana, quando il Libano era una sua colonia, che ha imposto ai libanesi, fin dal 1926, questo “abracadabra” di organizzazione politico/amministrativa. È anche per questo che molti commentatori, oggi, anche se non capiscono e non sanno nulla del Libano, sono portati a dire che, in fondo, lo Stato libanese non esiste. In Libano esistono invece le grandi famiglie, il clan di appartenenza e la confessione religiosa. In questo marasma, la corruzione è rovinosa. I politici, ad essere generosi, completamente inaffidabili con scelte neoliberiste, micidiali per il popolo libanese.

Israele e i Palestinesi.
Citiamo solo alcune date e fatti che non facciano dimenticare, anche a noi, che cosa è stato il furore d’Israele per i libanesi. 1982: Israele invade il Libano con l’obiettivo di spazzare via i palestinesi, un popolo cacciato dalla Palestina 35 anni prima. Beirut viene invasa e le armi del “più etico esercito del mondo” fanno strage di 20.000 libanesi e palestinesi: donne, bambini e vecchi. Un’apocalisse di sangue e di orrore. Dopo i massacri, Israele occupa il Libano per 22 anni. 2006: Israele invade per la seconda volta il Libano. Mette in atto la nota strategia israeliana denominata “la Dahiya”. È il nome di un popoloso quartiere sciita libanese di Beirut. Il quartiere viene completamente raso al suolo con centinaia di morti e feriti. La strategia consiste nella distruzione di infrastrutture civili per impedire ai nemici d’Israele di usarle. «Si tratta di impiegare una forza sproporzionata, tremenda e asimmetrica» ripetono i generali israeliani. Anche bombe nucleari? (attenzione, a bassa intensità!). Nessuno deve illudersi. Provate ora ad andare su internet e sottolineate questi luoghi libanesi: Tal el Zaatar 16 agosto 1976 – Qarantina e Damur, 20 gennaio 1976 – Sabra e Shatila 16/18 settembre 1982 –. Migliaia di morti libanesi  di tutte le confessioni. E palestinesi cacciati dalla Palestina storica del 1947/48 per far posto all’attuale Israele. La storia non si cancella e l’immensa responsabilità del sionismo israeliano e del mondo intero non può essere depennata. Oggi è in uso un concetto, costantemente utilizzato dai media del mondo intero. Lo chiamano “Whitewashing” e Tania Hammad, su Nena-News, scrive: «È una metafora usata per descrivere la censura dei crimini, dare smalto alla propria immagine, mettere una maschera e deviare l’attenzione». Israele fa un uso continuo e perseverante di questa metafora. Il Pastore valdese Sergio Ribet, nel suo libro fondamentale per capire il Libano, “Il nodo del conflitto libanese”, - Claudiana Ed. - si sofferma a scrivere: «Le minoranze oppresse si sono spesso trasformate da perseguitate in persecutrici, (…) da predestinate al ghetto a predestinate al privilegio». È avvenuto e può succedere ancora. A noi il compito di non dimenticare.

Di Antonio Rolle


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