Lunedì, 21 Settembre 2020

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Per una panoramica sulle implicazioni per la salute delle onde elettromagnetiche ci rivolgiamo al dottor Paolo Orio, medico veterinario, ricercatore, presidente dell’Associazione Italiana Elettrosensibili.

Quali sono i danni accertati o potenziali di queste onde sulla salute umana?

«La letteratura scientifica internazionale a supporto di una correlazione tra esposizioni a radiazioni non ionizzanti ed effetti biologico-sanitari a breve e lungo termine è suffragata da migliaia di pubblicazioni su autorevoli riviste, spesso peer review. Gli effetti sanitari degli standard di telefonia come il 2/3/4G,il wi-fi ed il wi-max, sono rappresentati da forme neoplastiche (tumori cerebrali e del nervo acustico,della parotide) malattie neurodegenerative, disturbi cognitivo/comportamentali, infertilità, alterazioni immuno-endocrino-metaboliche. Per il 5G, che emette frequenze sia centimetriche che millimetriche, gli effetti sulla salute umana sono quelli sopra descritti per le radiazioni centimetriche, per le millimetriche si aggiungono: aumento della temperatura cutanea, alterazioni dell’espressione genica, stress ossidativo, processi infiammatori e metabolici, danni oculari ed effetti sull’apparato neuro-muscolare».

Può indicare quali istituti hanno realizzato le sperimentazioni più efficaci riguardo alle ripercussioni sulla salute umana e animale?

«La letteratura al riguardo è sconfinata. Ricordo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (I.A.R.C) nel 2011 classificò le radiofrequenze come agenti possibili cancerogeni per l’uomo (livello 2B), grazie alla pubblicazione di studi epidemiologici sugli effetti cancerogeni a livello cerebrale oltre ad altri studi, non conclusivi, sulla cancerogenesi animale. Il cerchio si è chiuso di recente, per la ricerca sull’animale, grazie alla pubblicazione di fondamentali ricerche come quella condotta dal National Toxicology Program negli Stati Uniti e quella italiana dell’Istituto Ramazzini di Bologna. In entrambi i casi il dato di cancerogenesi è acclarato sia per un aumento dei tumori miocardici che per quelli cerebrali. Alla luce di questi importanti dati sperimentali, in aprile 2019, il gruppo Advisory della IARC ha previsto la rivalutazione della classificazione delle radiazioni non ionizzanti».

La sua esperienza personale in merito?

«La mia esperienza personale è strettamente legata alla condizione sanitaria di cui soffro: l’elettrosensibilità. Definita come reazione avversa multiorgano caratterizzata da una moltitudine di sintomi che variano molto per intensità, frequenza e durata e che si manifestano ogni qualvolta un soggetto elettrosensibile è in prossimità di sorgenti che emettono radiazioni sia di alta (smartphone,wi-fi,antenne di telefonia mobile,ecc) che di bassa frequenza (linee elettriche e relativi applicativi per uso domestico ed industriale). Il dato epidemiologico è in forte aumento e cresce di pari passo con l’implementazione delle tecnologie wireless negli ambienti di vita quotidiani. Nel 2004 l’Organizzazione Mondiale della Sanità riportòche il 2/3% della popolazione mondiale potesse soffrire di elettrosensibilità. Oggi possiamo ritenere che il dato del 2004 sia fortemente sottostimato. I medici appartenenti alla nostra associazione sono sommersi da richieste di aiuto provenienti da tutto il territorio nazionale. I sintomi: cefalea, disturbi del sonno,deficit di concentrazione, acufeni, alterazioni del ritmo cardiaco, sono diretta espressione del coinvolgimento del sistema nervoso centrale e periferico, il cardiovascolare ed il tegumento (cute).Cosa accadrà con l’implementazione di una tecnologia che prevede l’installazione di 1 milione di sorgenti a livello ambientale, più droni e satelliti?».

Che tipo di accoglienza ha trovato nella scienza medica la vostra esperienza?

«L’elettrosensibilità è indubbiamente una malattia ambientale scomoda, in quanto collide con i giganteschi interessi economico/finanziari delle industrie del settore (telefonia mobile ed elettrica). Il fatto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non l’abbia ancora riconosciuta come entità nosologica (malattia) ne è la riprova. Un fatto di gravissima omissione sanitaria. Nonostante le raccomandazioni da parte di enti internazionali autorevoli come il Parlamento Europeo e l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, solo la Svezia è giunta a riconoscere l’elettrosensibilità come danno funzionale (disabilità) garantendo varie forme di tutela. La nostra Associazione sta lavorando alacremente con enti internazionali per giungere ad un doveroso riconoscimento».

Sono note modalità di attenuazione o schermatura delle onde millimetriche che possano proteggere gli esseri viventi da tali effetti?

ScreenHunter 08 Jul. 31 18.43«Per chi soffre di elettrosensibilità il miglior rimedio è rappresentato dall’allontanamento delle sorgenti elettromagnetiche. Questo vale anche per la popolazione generale.Il problema non si configura tanto nel cercare di attenuare l’impatto, bisogna agire a monte,come richiama con forza quella strategia sovente dimenticata che prende il nome di Prevenzione Primaria.Serve dare seguito alle numerose richieste di moratorie nazionali ed internazionali per il blocco dei processi implementativi della tecnologia 5G elo studio, in laboratori indipendenti, e sottolineo indipendenti, dei potenziali effetti biologici.Una domanda sorge spontanea: se le sperimentazioni condotte dal National Toxicology Program e dall’Istituto Ramazzini, hanno evidenziato in modo acclarato cancerogenesi nell’animale con l’esposizione in condizioni controllate di una o due frequenze (2/3G), cosa accadrà quando i ratti verranno esposti contemporaneamente a 3 frequenze (700 MHz,3,7 Ghz e 27 GHz) con modalità di irradiazione come il beamforming tipiche del 5G? E a noi tutti quando saremo sottoposti incessantemente ad una sommatoria multipla di oltre 10 frequenze?»

Che tipo di richiesta o sollecitazione ha fatto o farebbe alla comunità scientifica e a quella politica per contrastare questa minaccia?

«Purtroppo la comunità scientifica, per quanto concerne gli effetti biologico/sanitari derivanti dalle esposizioni ai campi elettromagnetici non ionizzanti è dicotomizzata su posizioni inconciliabili. Da un lato la posizione conservativa/negazionista, incarnata da svariate istituzioni, enti e associazioni che pervicacemente identificano come unico effetto dei campi elettromagnetici, quello termico. Su questo effetto l’ICNIRP (commissione internazionale per la protezione contro le radiazioni non ionizzanti) ha definito i limiti di esposizione bombardando manichini di plastica riempiti di gel proteico, per un tempo brevissimo, pretendendo di simulare la fisiologia di un corpo umano. Dall’altro la posizione cautelativa incarnata da migliaia di ricercatori, scienziati, medici indipendenti che invece hanno dimostrato l’esistenza di effetti biologici non termici o a basso livello di intensità.Quindi vengono fortemente messi in discussione gli attuali limiti di legge che di fatto non proteggono nessuno da effetti biologici a bassa intensità e a lungo termine. La comunità scientifica indipendente da anni mette sotto pressione i ricercatori, gli enti e le istituzioni svelando contemporaneamente i gravissimi conflitti di interesse che caratterizzano il loro agire. La salute non può essere sacrificata sull’altare di giganteschi interessi economico/commerciali». ◘

di Romina Tarducci

 


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