Mercoledì, 30 Settembre 2020

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Raffaello «tifernate» e «inedito»

Raffaello l'incanto della bellezza

A Città di Castello – in data da definire – sarà allestita la discussa mostra nei locali della Pinacoteca comunale? Rinviato sicuramente il Convegno di studi incentrato sull’attività svolta in Umbria (tra il 1499 e il 1504) e su aspetti poco noti dell’attività e degli interessi culturali dell’Urbinate. Le indagini promettono di indagare il tempo della formazione e intendono soffermarsi sulle opere realizzate in Umbria, concentrando l’attenzione sulla circolazione artistica tra Marche, Umbria e Toscana dalla seconda metà del Quattrocento ai primi del Cinquecento. È necessario mettere al centro i rapporti del giovane pittore di Urbino con gli intellettuali e gli artisti operanti in Umbria, ma anche in Toscana, nel primo decennio del XVI secolo, senza dimenticare la ricchezza delle suggestioni vissute nella città natale, che in quegli anni aveva ospitato Piero della Francesca e Luca Pacioli, Leon Battista Alberti e Donato Bramante, Evangelista da Pian di Mileto e Luca Signorelli, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini, Luca della Robbia e gli scultori e intarsiatori fiorentini, Giusto di Gand e i fiamminghi.

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Il Cinquecentenario della morte di Raffaello (1483-1520) - nonostante il Covid19, la vicenda dell’esposizione romana e il preoccupante destino di quella tifernate - brilla di luce propria, incastonato tra due celebrazioni che fanno la storia: il 2019 dedicato al Genio di Vinci, il 2021 che onorerà il Divino Poeta della Commedia. L’agenda delle celebrazioni era ricca di appuntamenti e di esposizioni. A cominciare dalle Mostre urbinati, mi riferisco alle due mostre di Berlino, alle esposizioni varie nelle Marche, in Francia, a Londra, senza dire dell’appuntamento principale, la grande esposizione allestita a Roma, alle Scuderie del Quirinale dal 2 giugno 2020 al 30 agosto 2020. Attendono i visitatori oltre 200 opere, prevalentemente degli anni fiorentini (1504-1508) e dei dodici anni trascorsi a Roma (1509-1520). A parte vanno considerati i film e le pubblicazioni realizzate e annunciate sull’artista urbinate e sulle sue opere.

Il giovane Raffaello arriva in Umbria (1499) dopo aver appreso in famiglia e nel contesto urbinate gli strumenti di base della sua scelta di arte e di vita. Perugia, tra Quattrocento e Cinquecento, è un centro universitario noto e frequentato da giovani e da studiosi. La ricerca artistica - in città - può contare su protagonisti dell’arte pittorica come Perugino e Pinturicchio. Ma Raffaello frequenta anche il capoluogo tifernate, Città di Castello, che dopo l’esito drammatico dell’assedio nell’estate del 1474 (ordinato da Sisto IV ed eseguito da Giuliano della Rovere, futuro Giulio II) continua a riconoscere ai Vitelli il ruolo di protagonisti della vita civile e culturale cittadina, di abili tessitori di rapporti e scambi con le aree più vive della Penisola, in particolare con Urbino, le Marche, la Toscana e Firenze.

Raffaello si forma tra Urbino, Perugia e Città di Castello, dove realizza le prime opere della sua straordinaria carriera di grande artista del Rinascimento. I committenti riconoscono le alte qualità del giovane urbinate, ammirato e valorizzato in un tempo fondamentale della sua breve, ma ricca esistenza. E Raffaello lavora intensamente. All’attività degli anni tifernati (1499-1504) vengono ascritte opere fondamentali come lo Stendardo processuale per la Confraternita della Santissima Trinità (Pinacoteca Comunale di Città di Castello), l’Incoronazione di San Nicola da Tolentino (Museo di Capodimonte a Napoli, Pinacoteca Tosio Martinego a Brescia), la cosiddetta Crocifissione Mond (National Gallery a Londra), lo Sposalizio della Vergine (Pinacoteca di Brera a raffallo martelli2Milano). Senza dire dei dipinti realizzati da Raffaello per committenti perugini: 1502 – Pala Oddi/Incoronazione della Vergine; 1503/05 – Pala Colonna; 1503 – Trinità; 1505 – Pala Ansidei; 1507 – Pala Baglioni.

È maturo il tempo per riconoscere l’importanza del Raffaello «umbro» e dedicare la giusta attenzione al Raffaello «inedito». Si può leggere Raffaello poeta sulla scia di Francesco Paolo Di Teodoro, che ha curato recentemente la pubblicazione dei Sonetti dell’Urbinate, osservando che non solo Michelangelo, bensì anche Leonardo e Raffaello hanno sentito in vario modo il bisogno di esprimersi in versi, «incisi» in pagine arricchite di disegni e appunti vari. Di Teodoro osserva che le prove poetiche di Raffaello «si collocano all’interno del più ampio recupero dell’Antico» e sono costituite da «sonetti petrarcheschi», come testimonia il Sonetto I, riportato di sèguito.

Sonetto I

Amor tu m’envesscasti co(n) doi be’ lumi

 de doi beli ochi dov’io me strugo, e face

da bianca neve e da rose vivace,

 da un bel parlar in doness[ch]i costumi.

 Tal che tanto ardo che né mar né fiumi

 spegniar potrian quel focho,

ma no(n) mi spiace

poi che ’l mio ardor tanto di ben mi face

c’ardendo onior più d’arder me cons[umi].

Quanto fu doce el giogo e la catena

 de’ toi candidi braci al col mio [in]vo[lti]ù

 che sogliendomi io sento mortal pen[a].

 ho vangi mei pensir in me rivolti

considerade la beltate amena

D’altre cose i’ nno(n) dicho, che fòr m[olti],

 ché soperchia docenza amor [c]e mena

e però tacio a te i pensier rivolti.

Oltre a Raffaello poeta, un’attenzione particolare dovrebbe essere dedicata a Raffaello “architetto” e “matematico”, per non dimenticare il contributo offerto al linguaggio architettonico del Cinquecento (Cappella Chigi, Villa Madama), il suo rapporto con gli “ingegneri” come Donato Bramante, Baldassarre Peruzzi, Jacopo Sansovino e i Sangallo. E per sviluppare la conoscenza dei riferimenti ai “pittori matematici” come Piero della Francesca e al “magistero matematico” di Luca Pacioli, sulla scia delle intuizioni di Enrico Gamba, che in un suo recente saggio ha osservato che nella Scuola di Atene «tanto i pitagorici quanto gli euclidei sono muniti di lavagnette» (con le figure oggetto dei loro studi e dei loro insegnamenti): queste lavagnette richiamano quelle del Doppio ritratto (Jacopo de’ Barbari - 1494, Museo di Capodimonte, Napoli) raffigurante il matematico del Borgo, che potrebbe essere stato “maestro” dell’Urbinate, considerato che la matematica dell’affresco «collima con le idee in merito del Pacioli». 

Di Matteo Martelli


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