Mercoledì, 12 Agosto 2020

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LES ADIEUX

Cultura. Reportage

cammino

Mi mancherà questo angolo del Café Poët dove m’accingo a stendere le ultime note del diario. Per i baffuti proprietari sono ormai un habitué e basta un’occhiata o un cenno del capo perché mi servano premurosi l’amato kyr. S’è abituato a me e mi saluta anche il segaligno eritreo che vende ombrelli ai turisti, ma oggi ha sostituito il turbante con una cuffia di lana sormontata da 2 paia di specchianti occhiali da sole che gli conferiscono un’aria esaltata da sciamano. In assenza di pioggia bisogna sapersi arrangiare. Non passa inosservata neanche la mia papalina nera perché mi si accosta una ragazza che, presentandosi come attrice di teatro, mi chiede dove può trovare un simile copricapo. Perfetto per il ruolo di Pierrot che deve mettere in scena. Rispondo che è stato fatto a mano all’uncinetto in Italia e non saprei come aiutarla. Dalla sua espressione delusa intuisco che aveva sperato in un mio gesto generoso. Ma la prende con filosofia e mi saluta cinguettando: “Au revoir, mon ami de bonnet!”.

Mentre scribacchio mi transita davanti una robusta ragazzona americana, in bermuda e zoccoli, che regge in spalla una sacca in tela con la scritta “Crazy cat lady” (“Matta per i gatti”) che trovo molto spiritosa. Sarebbe il regalo ideale per un’amica di Città di Castello, Gabriella, che vive esclusivamente per i mici. Per fermarla però ci vorrebbe una disinvoltura, quella della giovane attrice, che io non ho. E con rammarico la guardo scomparire tra la folla.

Con Carlo prendiamo il solito trenino per raggiungere Beaulieu-sur-Mer, che nei primi del Novecento era la stazione balneare della Costa Azzurra più alla moda per la frequentazione dell’alta aristocrazia europea. Rimane un’elegante cittadina in stile Belle époque, col celebre Hôtel Bristol che s’affaccia sulla promenade disegnata da palme californiane e da cespugli di sterlizie regine che t’ammutoliscono con quel fiore stravagante, viola e arancione, a cresta d’uccello del paradiso. E lungo tutto il viale impeccabili aiuole curatissime, quasi un orto botanico di piante succulente: cactus giganteschi, enormi mamillarie spinose, cespi di aloe con grappoli di florescenze rosse e arancioni, echeverie messicane, astrofiti a forma di stella, agavi americane in attesa del fiore bellissimo e “assassino” che le pugnalerà. Quanto vorrei qui con me l’amico Paperino (al secolo Claudio Sgaravizzi) innamorato collezionista di euforbiacee, cactacee e crassulacee sulle colline di Los Angeles! Accanto c’è la Rotonda che si dice appartenesse a Lénôtre, il celebre giardiniere di Luigi XIV, e poi il Casino che mostra dalle vetrate una selva sospesa di lampadari di Murano a goccia e sotto una quinta orrenda di volgari e rumorose slot-machine.

TRA SOGNO E REALTÀ

reportage2La nostra meta è la celebre Villa Kérylos che in greco è il nome dell’alcione, la rondine di mare, messaggera per i naviganti di buoni presagi. A idearla e costruirla, a partire dal 1902, fu l’architetto Emanuel Pontremoli che prese ispirazione dalle dimore aristocratiche dell’isola di Delos del II sec. a. C. Gli ci vollero 6 anni per terminarla e un budget di 9 milioni di franchi-oro. Il visionario e generoso committente era Théodore Reinach, discendente d’una famiglia di banchieri ebrei tedeschi. Personaggio poliedrico, era docente di filologia al Collége de France, archeologo, esperto numismatico, musicologo amico intimo di Gabriel Fauré, e per due volte anche deputato al Parlamento francese. Il suo sogno era di trapiantare nell’era moderna, e di riviverli, lo spirito e gli ideali dell’antica Grecia. A cominciare dall’abitazione. Che poggia su un massiccio contrafforte in pietra e si sporge in mare come la prua d’una nave con un esotico giardino a terrazze. Strutturata su linee essenziali e geometriche la villa s’apre con un peristilio di 12 colonne di marmo di Carrara e le pareti affrescate di episodi mitologici dai pittori Jaulmes e Karbowsky. Vigila all’ingresso il busto severo di Omero che incute rispetto al visitatore. L’effetto è un ritorno al passato vertiginoso. Una trance temporale che azzera 20 secoli e ti fa sentire, mentre percorri il salone, la biblioteca e la sala da pranzo, un abitante dell’epoca, circondato da pitture pompeiane e coi triclini, gli sgabelli e i poggiapiedi perfettamente riprodotti in rovere. Alle pareti motivi ornamentali della Domus Aurea, le greche, gli amorini e le grottesche della Casa dei Vettii. Si prova quasi timore a calpestare i pavimenti in marmo e i delicati mosaici che disegnano un Mediterraneo abitato da pesci e animali fantastici, gli stessi che nuotano sottovetro nella Villa del Casale a Piazza Armerina. E come ti giri, sulle mensole, le nicchie e le vetrine, i vasi attici, i porta-profumi, le statuette votive, i piccoli lari e i gioielli dei corredi funerari. Sei nel vortice d’un delirante pot-pourri di stili ed epoche, tra reminiscenze egizie, inserti parietali etruschi, suggestioni di mosaici ravennati e persino un po’ di Alhambra di Granada nella preziosa sala da bagno, uno scrigno di marmi e ori, a metà tra l’hammam e la terma romana, premessa di delizie e voluttà da pittura orientalista.

Al piano superiore la zona-notte, con un luminoso salone, le camere da letto separate e i rispettivi bagni dei coniugi Reinach. Digressione biografica: rimasto precocemente vedovo e con 2 figlie, Théodore si risposa con Fanny Kann da cui avrà 4 maschi. La nuova consorte è cugina di Maurice Ephrussi che, con una punta di invidia e rivalsa, si fa costruire Villa Ephrussi Rothschild sul promontorio di fronte, Cap Ferrat, ben visibile da queste finestre perché d’un implacabile rosa pastello e in stile palazzo sul Canal Grande.

Ammoniva saggiamente l’Ecclesiaste: “Vanitas vanitatum, et omnia vanitas”. Quando la Francia subì l’occupazione nazista Villa Kérylos fu requisita dalla Gestapo e spogliata delle cose più preziose, i quadri, l’importante biblioteca, gli archivi e i disegni relativi alla costruzione. L’allora proprietario, Léon, nipote di Théodore, con la moglie Béatrice de Camondo e i 2 figli, furono internati a Drancy e poi deportati a Auschwitz dove morirono nel 1943. Oggi la villa appartiene all’Istituto di Francia ed è considerata monumento storico nazionale.

COMMIATO

reportage3Una fitta acquerugiola per tutto il mattino ci ha impedito di raggiungere Eze. Il cielo ha ascoltato le preghiere del vecchio eritreo. Nel primo pomeriggio raggiungiamo in taxi la fine della Croisette dove si staglia l’isola Sainte-Marguerite da sempre utilizzata come luogo di reclusione. Nel Forte Reale che oggi ospita il Museo del mare fu incarcerato il misterioso personaggio detto “La maschera di ferro” che tanto m’aveva affascinato da ragazzo con Il visconte di Bragelonne di Dumas padre. La vicenda era venuta alla luce dalle ricerche di Voltaire, che con Dumas individuava nel prigioniero il fratello gemello o il fratellastro di Luigi XIV, fatto sparire per evitare problemi di successione dinastica. Gli studi storici recenti lo smentiscono, si parla del conte italiano Antonio Mattioli, ma preferisco l’avvincente versione romanzesca. L’altra isoletta che non si vede perché coperta dalla prima, è quella di Saint-Honorat, fratello di Margherita, che una pia leggenda medievale dipingeva come asceta scorbutico e terrorizzato dalla presenza femminile. Il più classico dei topoi! Alle suppliche reiterate della sorella per vederlo aveva risposto che le avrebbe fatto visita una volta all’anno, alla fioritura dei mandorli. Margherita doveva avere il pollice verde perché i mandorli piantati sulla riva presero a fiorire ogni mese. Davanti al prodigio il burbero si arrese. Ma l’isola è davvero un piccolo eden, interamente ricoperta di boschi di eucaliptus, di pini e cedri del Libano. E i miracoli avvengono perché ci credi.

Ripercorriamo a piedi la Croisette fino a casa, dove ci aspetta l’incombenza di rifare i bagagli perché domani si riparte. Col treno fino a Nizza, dove Carlo si fermerà un giorno per consultare un’agenzia immobiliare mentre io ho il volo diretto per Roma. Andiamo a cena nel Suquet, che è la collina dove ha origine Cannes, con in cima la Torre che faceva da vedetta per le incursioni corsare o saracene. E’ il nucleo medievale della città con la ragnatela dei vicoli acciottolati, che s’inerpica tra le case di pietra e le deliziose piazzette fino al Castro. Rue Saint-Antoine è la strada dei ristoranti e impressiona la serialità degli arredi, dei déhors e del servizio che riflette un’omologazione della cucina, di media qualità. Ci fermiamo al ristorante “Le Marais” per un risotto alla pescatora e una crème brulée alla vaniglia. Il digestivo, un bicchierino di rhum, lo sorseggiamo appollaiati sugli sgabelli del “Charli’s bar”, che a naso odora di ritrovo di gigolò. Non ci siamo sbagliati. Sono armeni e georgiani i giovanotti che in piedi hanno creato un capannello dove si scambiano birre e sigarette, si girano a guardarti toccandosi il sesso, e se li fissi corrispondono, pupille languide e vellutate e l’increspatura, mentre si lisciano i baffetti, d’un sorriso. La situazione è bizzarra perché alla nostra destra c’è un bar di tutt’altro segno. Giovani e disinibite ragazze baltiche e romene, carine e sensuali, si propongono allegramente ai passanti e a chiunque posi loro addosso gli occhi. Quindi anche a Carlo e me. Che sorpresi e lusingati d’essere bersaglio d’un fuoco incrociato, alla fine decidiamo a malincuore ma saggiamente di rincasare, con un inclusivo e squillante saluto: “Bonne soirée à tout le monde!”. 

di Ivan Teobaldelli


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