Mercoledì, 12 Agosto 2020

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Iconografia della epidemia

silvia romano2

Testimonianza
All’indomani della tanto paventata “fase 2”, chi il Covid lo ha visto e conosciuto da vicino sta ancora facendo i conti con l’eredità fisica ed emotiva della “fase 1”, quella della battaglia alla pandemia. Battaglia, guerra, sono i termini più usati dai lavoratori del settore sanitario, ma anche dai pazienti ospedalizzati e guariti e, di più, dai familiari di coloro che non ne sono usciti. Mentre il fantasma della recessione investe il Paese, concentrando l’attenzione dell’opinione pubblica sulla crisi del sistema economico, si perde di vista ancora una volta la crisi più profonda, quella di un sistema valoriale che antepone le dinamiche del profitto a quelle della sopravvivenza e della tutela della salute e considera la morte un prezzo necessario, inevitabile, da pagare per potersi garantire la propria dimensione materiale, irrinunciabile. E poco importa l’entità del sacrificio richiesto: l’impossibilità di prenotare la vacanza al mare assume lo stesso valore del fallimento della piccola attività, del piccolo imprenditore e del piccolo commerciante, livellando il dramma e anteponendolo, in ogni caso, a quello reale della morte di più di 30mila persone, non ancora tumulate e già dimenticate.

L’infezione da Covid-19 ha gli occhi di una solitudine spietata, dell’isolamento e spesso dell’impotenza, ma ha anche lo strano potere dell’oblio e della dimenticanza, tanto da scordare in fretta le immagini dei mezzi militari che conducevano via le salme, sulle stesse strade che percorreremo in una normalità frettolosa, più urgente della necessità di capire contro cosa abbiamo a che fare.

L’iconografia del coronavirus, degli intubati nei parcheggi degli ospedali, dei pronto soccorso stipati e delle terapie intensive collassate, ha creato una filmografia che ha allontanato l’opinione pubblica dalla realtà del dramma. Lo ha, paradossalmente, isolato dalle coscienze. Chi lo ha sperimentato, chi lo ha potuto toccare e vedere, sa che tipo di carnefice ha avuto di fronte. Multiforme. Impietoso. Osceno.

Un mostro pluricefalo con manifestazioni contraddittorie e mutanti, così come è nelle caratteristiche naturali di un virus, dall’aspecificità dei sintomi alle complicanze irreversibili, che lo ha portato dal livello di una “semplice influenza” a un pericolo potenzialmente e rapidamente mortale, in mancanza di armi cliniche realmente efficaci al di là della prevenzione e del distanziamento sociale, così inviso ma di efficacia certa.

Una progressione di malattia che conduce spesso il paziente a presentarsi in ospedale autonomamente, riferendo appena un po’ di affanno e di difficoltà respiratoria, per mostrare contestualmente un quadro polmonare devastato alle immagini radiografiche e necessitare di un supporto ventilatorio progressivamente più invasivo fino all’intubazione orotracheale. Le procedure richieste sono intensive e protratte, in una doppia guerra compiuta all’interno dall’organismo e all’esterno da operatori sanitari per combattere un nemico che non conoscono, che non hanno mai visto. Guerra che vede cadere sotto i colpi non soltanto quel paziente, ma a volte anche chi lo ha assistito e coloro con cui ha convissuto fino all’esordio della malattia.

Il processo comporta una ritualità del dolore del tutto particolare, dalla complicata vestizione del personale in tute scafandrate o camici pesanti, visiere, maschere, copricalzari e guanti a quella del paziente, spesso a faccia in giù sul letto perché la posizione prona agevoli la ventilazione polmonare, con farmaci somministrati in continuo attraverso le cannule in vena, fili di monitoraggio che lo legano a tracce sui monitor sempre meno incoraggianti, sonde, cateteri e il circuito di ventilazione a-veicolare, il prezioso ossigeno a polmoni che non riescono più a utilizzarlo, fino alla morte. La morte è l’epilogo di questo climax dantesco: un corpo pianto da lontano, chiuso dentro un sacco imbevuto di disinfettante e stoccato nell’attesa di essere smaltito. Di umano c’è solo l’unica parte visibile del personale di assistenza: uno sguardo, di giorno in giorno sempre più dolorosamente consapevole, indurito più della pelle martoriata continuamente dalla rigidità dei dispositivi di protezione, ferito più delle mani ulcerate nei guanti, stanco più del corpo nel convulso succedersi dei turni.

Chi si giova dell’intervento ventilatorio non invasivo sente la battaglia coscientemente, lo sforzo sovrumano del proprio sistema respiratorio di svolgere la sua funzione, la fame d’aria quando questa fatica non è sufficiente, nonostante i supporti. Vede fantasmi che dal bianco delle tute e oltre le visiere cercano di comunicare con gli occhi coraggio e speranza, le parole sono troppo ovattate dalle maschere, non si sentono. I toni si perdono e la paura è comunque troppa per poterli cogliere. I contatti sono limitati, asettici, schermati dal lattice. Le famiglie sono lontane, a casa, ad attendere una telefonata in cui “stabilità” è già una speranza e “miglioramento” un termine ancora di là da venire.

E l’iconografia investe anche la parabola organizzativa della grande macchina sanitaria di gestione del Covid: dall’indicazione del Presidio Ospedaliero di Città di Castello come riferimento di rete perché considerato centro idoneo, ma solo in seguito al perentorio diniego da parte del Presidio di Gubbio Gualdo Tadino, identificato primariamente come struttura adatta.

iconografia3A fronte dei comunicati incoraggianti, dopo solo due giorni dall’articolo di giornale che ufficializzava la decisione da parte della governatrice Tesei e dell’assessore Coletto, un intero reparto dell’ospedale è stato chiuso per la presenza di pazienti risultati infetti. Contestualmente si è ammalata anche la maggior fetta percentuale degli operatori risultati positivi nell’intero periodo nel Presidio: quegli stessi operatori che, come riferito da più fonti, sicuramente in linea con le indicazioni dell’Oms, ma forse con una valutazione del rischio non puntuale, indossavano al massimo camici di tessuto-non tessuto e mascherine chirurgiche come unica protezione individuale all’interno dell’unità operativa e nulla nei corridoi, come riporta da più parti l’utenza che aveva ancora un ampio accesso alla struttura. Un problema talmente evidente da portare la cittadinanza a donazioni spontanee di dispositivi di protezione individuale alle Unità Operative, nonostante i rassicuranti interventi ufficiali sui media che attestavano la piena disponibilità degli stessi. Macchina organizzativa che ha portato in una tempistica estremamente ridotta a convertire strutture come l’rsa in pneumologia e malattie infettive o a sdoppiare la rianimazione o a ampliare ed adattare i locali del Pronto Soccorso con un esito positivo decretato soprattutto dalla completa abnegazione dei lavoratori all’interno del Presidio, piuttosto che una vicinanza istituzionale verso una struttura ritenuta idonea forse più per esclusione che per caratteristiche concrete.

Al termine della prima fase, in cui l’Umbria è stata graziata più per meriti geografici e sociali che hanno limitato l’espressione pandemica maggiormente rispetto ad altre realtà, che per una lungimirante visione di contrasto, l’iconografia si conclude con l’immagine di un completo successo da primi della classe, convincendoci che è andato tutto bene e quindi andrà sempre bene. Che il Covid è solo un lungometraggio durato due mesi, quasi un’invenzione, non qualcosa che ci condizionerà ancora per molto tempo, con le sue sequele, con le sue molte facce, con le troppe sicurezze che si rivelano tagliole nel nostro frettoloso, superficiale, continuo correre. Che il dramma, la tragedia, non ci hanno davvero colpiti e nemmeno ci colpiranno, in questo non problema che è stato reso un problema solo a fini politici, per chissà quale intento vessatorio e complottista, negando la realtà più ovvia: che si tratta di una pandemia virale, potenzialmente letale, che non ha ancora chiuso la sua partita.

L'infezione da Covid-19 ha gli occhi di una solitudine spietata, dell'isolamento e spesso dell'impotenza, ma ha anche lo strano potere dell'oblio e della dimenticanza

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