Giovedì, 13 Agosto 2020

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Il trionfo del virtuale

  DOSSIER

il paradigma della forza3

Serge Latouche è un economista controcorrente che non si è accodato al neoliberismo imperversante e si preoccupa più del destino del pianeta che della crescita del Pil. Le sue esperienze in Africa e in Asia gli hanno insegnato che il mondo attuale ha imboccato un strada sbagliata. Andiamo a sbattere contro il muro?

Partiamo dal coronavirus. Cosa ci insegna questa epidemia sotto il profilo umano e relazionale? Come si difendono le società più fragili e più in difficoltà?

«Per le società più fragili e in difficoltà, non ho “lumi” particolari. Essendo abituate a cavarsela in condizioni molto dure, è possibile che non se la passino così male. Il dramma per loro potrebbe venire dal fatto che sembrano voler affrontare la pandemia con la logica occidentale ormai dominante, mentre la loro cultura e la loro realtà sono molto diverse dalle nostre.

Per noi, sul piano umano e relazionale, uno degli effetti più sconvolgenti che dovrebbe farci riflettere è il fatto che la socialità elementare e fondamentale, salutarsi con una stretta di mano, abbracciarsi, viene soppressa a vantaggio di un trionfo del virtuale. In passato, la gestione delle pandemie portava alla quarantena, ma mai a una tale scomparsa dall’incontro con l’altro. La viralità non solo epidemica, ma anche elettronica, economica e finanziaria, terrorista, accelerata dalla globalizzazione favorisce il trionfo del virtuale sul reale, come aveva visto bene, a suo tempo, il sociologo Jean Baudrillard».

L’epidemia ha messo in luce la fragilità dell’impianto economico su cui è costruita la società della crescita. Pensa che sia possibile spingere sulla crescita infinita oppure bisogna fermarsi e cambiare rotta?

«La risposta è nella domanda. Molto tempo fa ho dimostrato che la società di crescita stava andando a sbattere contro il muro dei limiti ecologici del pianeta terra. Quanto più la società di crescita sviluppa la sua potenza tecnica, tanto più aumenta la sua fragilità. L’eruzione di un vulcano islandese, qualche anno fa, l’aveva già ben dimostrato. Allo stesso modo i blackout generali ricorrenti, tsunami e altri cataclismi naturali. Quanto più l’interconnessione e l’interdipendenza degli uomini e delle nazioni aumenta per effetto delle logiche economiche e tecniche, tanto più diminuisce la resilienza.

La ragione ci impone di cambiare strada, ovviamente, ma è poco probabile che la pandemia basti a vincere l’inerzia di un sistema che combina gli interessi dei potenti e la complicità passiva delle sue vittime. Una volta passato l’allarme, si rischia di tornare come dopo la crisi economica e finanziaria del 2008 al business as usual».

La terra è malata e non regge più l’impatto delle crisi ecologiche e ambientali. La politica se ne accorge oppure continua sulla stessa scia?

«Stiamo assistendo a quello che James Lovelock ha chiamato “la vendetta di Gaia”. Abbiamo dichiarato guerra alla natura con la modernità, invece di vivere al suo interno in armonia con essa. Essa reagisce per difendersi e, invece di ritirarci, lanciamo una nuova offensiva. Questo atteggiamento guerresco (molto pronunciato nei discorsi del presidente Macron) è detestabile e controproducente. Certo, si possono prevedere alcuni piccoli cambiamenti, come una certa ri-localizzazione delle aziende farmaceutiche, ma la rinuncia alle politiche neoliberali, di cui non ci si può che rallegrare, rischia di essere solo provvisoria e la necessaria “metanoia” resta da fare. La rinuncia alla religione dell’economia e della crescita non è ancora all’ordine del giorno».

Quale rapporto esiste tra l’epidemia attuale e l’agricoltura intensiva praticata dalle multinazionali?

«L’agricoltura intensiva partecipa alla guerra contro la natura e traduce un comportamento da predatore e non quello di un buon giardiniere, come nella permacultura e anche nei contadini tradizionali. Contribuisce alla deforestazione, a metodi di allevamento intensivi senza rispetto per gli animali, tutte cose che favoriscono il passaggio dei virus tra le specie e la loro mutazione. L’influenza aviaria, la peste suina, l’Aids e lo Sars ne sono un esempio. Nel caso dell’attuale pandemia, ciò è meno evidente e, in ogni caso, meno diretto, ma il legame è probabile».

Il sistema sanitario italiano sembra molto in difficoltà di fronte all’epidemia. Quali sono le pecche del sistema e in quale direzione è andato?

«In Italia, come in Francia, il trionfo delle politiche neoliberali e le cure di austerità hanno ampiamente smantellato lo Stato assistenziale e i sistemi sanitari costruiti dopo la seconda guerra mondiale, a favore di un abbandono al settore privato e alle logiche di redditività. Di conseguenza, abbiamo dovuto affrontare questa pandemia con personale sanitario, scorte di materiale di protezione, attrezzature e un numero insufficiente di letti negli ospedali, nonché una carenza di farmaci essenziali. Ciò detto, non bisogna accecarsi sulla contro-produttività della medicina moderna, come ha dimostrato Ivan Illich (malattie nosocomiali, abbassamento delle barriere immunitarie sotto l’effetto dell’abuso di medicinali, ecc.). La crisi dello Stato sociale ha anche fondamenta molto reali. Il fatto è che la spesa sanitaria nella logica della medicina di punta diventa tendenzialmente esponenziale e non controllabile. La salute per tutti in questo contesto diventa un obiettivo sempre più difficile da raggiungere. Prima di tutto dovrebbe essere curata la patologia sociale, piuttosto che i suoi effetti sempre crescenti sulla salute dei cittadini. Sarebbe più efficace rimediare agli effetti negativi della società di crescita con una rottura radicale piuttosto che con una fuga in avanti tecnica. Il programma della decrescita preconizza giustamente un ri-orientamento della ricerca scientifica, in particolare in campo medico».

Il virus si è inserito nel rapporto tra animali e uomini. Come mai e perché?

«Non sono un esperto di virologia. Sembra che il Covid 19 provenga da pipistrelli, come molti altri virus, e sia passato all’uomo direttamente (i cinesi ne consumano nella farmacopea tradizionale) o indirettamente attraverso altre specie selvatiche pure da loro consumate, come il pangolino. Come si è visto in precedenza – e questo vale soprattutto per altri virus – la deforestazione e l’allevamento intensivo possono favorire il passaggio dall’animale all’uomo, mentre la globalizzazione alimenta una diffusione senza precedenti». 

A cura di Achille Rossi e Antonio Guerrini

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