Lunedì, 10 Agosto 2020

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Esperimento sociale

Lettere da Babele

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Siamo mai stati di fronte a un esperimento sociale di questa portata? Più di un miliardo di persone confinate in casa, trasporti fermi, scuole e università con attività solo online, sistema produttivo quasi azzerato, scomparso quasi ogni altro argomento nell’agenda dei media e nelle conversazioni delle persone.

La sfida è davvero di quelle imponenti. Non è un allarme che (relativamente) si ridimensiona, come l’aviaria, la Sars, la H1N1 e altri. Non è un’epidemia che ha il “savoir faire” (diciamo così) di stazionare “giù in Africa”, come Ebola. Covid-19 parte dalla Cina ma morde terribilmente anche in Europa e negli Usa, anzi in Europa e negli Usa più che altrove (al momento in cui scrivo).

L’Italia ha preso provvedimenti drastici che altri governi, soprattutto quello inglese e quello statunitense, hanno dapprima sbeffeggiato e poi rincorso. Ci limitiamo a fare una sola considerazione delle tante ppossibili. Comincia a circolare una pericolosa convinzione secondo la quale emergenze come questa sono meglio gestite da un sistema autoritario, che sa imporre decisioni efficaci e sa controllare il loro rispetto. La Cina ha usato la forza e il monitoraggio indiscriminato delle vite digitali dei suoi cittadini. Per contro le democrazie sarebbero indecise, frammentarie, inconcludenti. Premesso che una certa estemporaneità di soluzioni di troppi soggetti non coordinati c’è sicuramente stata, è proprio la gestione della comunicazione (filo conduttore di questa rubrica) che smentisce l’idea di una maggiore “efficienza” dei sistemi autoritari.

Intanto: perché il nome ufficiale dell’epidemia da Coronavirus è Covid-19? L’espressione alfabetica indica la malattia, quella numerica l’anno di identificazione: il 2019. Ma le autorità cinesi hanno riconosciuto ufficialmente il fenomeno solo nella seconda metà di gennaio 2020. Si è perso oltre un mese, tempo prezioso per mettere in atto misure che avrebbero potuto bloccarne l’espansione, e non certo per colpa dei sanitari cinesi. È noto il caso del medico che aveva dato per primo l’allarme sulla diffusione del coronavirus, ma non era stato ascoltato. Li Wenliang anzi era stato minacciato e poi arrestato dalla polizia insieme ai sette colleghi che avevano messo in guardia amici e conoscenti. Poi, naturalmente, ne hanno fatto un eroe. Meno conosciuto è il fatto che la Cina, spaventata dall’epidemia Sars del 2002, aveva creato un sistema di segnalazione delle malattie infettive all’avanguardia. Tutti gli ospedali erano stati messi in grado di inserire immediatamente i dati dei pazienti in un sistema informatico centralizzato, così che i primi focolai potessero essere spenti sul nascere. Ma non ha funzionato. Non per colpa dei medici, ma per la modalità di funzionamento delle informazioni in un sistema autoritario. I funzionari locali hanno temuto di essere accusati di eccessivo allarmismo e hanno tenuto nascosti i dati. Le autorità sanitarie centrali non hanno ricevuto l’allarme dal sistema informatico centralizzato, ma da persone che hanno rivelato al pubblico due documenti interni. E anche dopo sono stati frapposti vari ostacoli alla piena circolazione delle notizie (per un approfondimento vedi l’articolo del 29 marzo sul “New York Times” (https://www.nytimes.com/2020/03/29/world/asia/coronavirus-china.html).

Anche nei sistemi democratici le informazioni vengono negate, manipolate, fatte oggetto di propaganda politica. Lo vediamo anche nel nostro Paese, in cui non mancano le fake news legate al coronavirus e in cui alcune forze soffiano sul fuoco del disagio e della sofferenza per alimentare malcontento e, chissà, disordini sociali e mutamenti traumatici dello scenario politico. Resta il fatto che la seduzione delle soluzioni spicce e d’imperio non porta da nessuna parte, lo abbiamo visto troppe volte nella storia. 

 

Di Anselmo Grotti

 


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