Mercoledì, 08 Aprile 2020

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Quel mercoledì cambiò la mia vita

Africa: storie di mirgranti
liberta per patrick

Era un mercoledì come tanti altri quando Bakary prese la decisione di andare via dal suo Paese d’origine, il Mali. Lo fece perché era diverso o forse semplicemente perché si sentiva diverso rispetto agli altri ragazzi del suo villaggio.

Fu così che messi quindici anni di vita in uno zaino, a piedi, ha iniziato il viaggio che lo ha portato lontano dalla sua terra. Un viaggio che, giorno dopo giorno e a seguito della scoperta della crudeltà umana, ha cambiato per sempre la sua vita. Non sapeva, quel mercoledì mattina, che stava per affrontare un viaggio verso l’inferno; non sapeva che l’uomo potesse essere così crudele verso i suoi simili e non sapeva che tale gesto avrebbe segnato, marchiato la sua innocenza al punto da non essere in grado ancora oggi di uscire dai cattivi pensieri che la notte lo assalgono.

Ha vagato senza una meta pensando solo a quello che avrebbe voluto per se stesso un’istruzione, un lavoro, una vita serena senza il rischio di poter essere rapito dai ribelli del nord e costretto a diventare un ragazzo soldato, una vita lontano da un padre tiranno e da quella del villaggio, ingiusta per il suo nobile animo. Il suo viaggio percorre tappe incerte, attraverso dieci Paesi africani, che gli mostrano la crudeltà dell’uomo, il dolore e la fame. Le violenze indiscriminate e la morte che gli si rivelano attraverso i giochi macabri dei trafficanti di esseri umani e dei carcerieri libici. La paura di non farcela e la voglia di vivere. L’amore per la madre, compagna di viaggio onnipresente nei suoi pensieri, forte e saggia che col suo spirito l’ha sempre protetto e gli ha dato la forza di andare avanti. Lei, la donna che ha ferito con la sua partenza e che condivideva con lui le infamie di un padre e di un marito dispotico, che la picchiava solo per dimostrare la sua “insignificante” posizione gerarchica all’interno della famiglia e dell’inetta società del piccolo villaggio africano.

bakaryRacconta di aver lavorato in Costa D’Avorio nelle miniere di carbone, trasportando pesanti sacchi sulle spalle dalla notte alla mattina. Parla del Ghana, dove le difficoltà linguistiche lo hanno costretto a vivere per strada solo, senza alcun riferimento, rischiando di perdere l’unica cosa che ancora lo teneva in vita: la speranza. Poi il Benin e il Togo, luoghi dei quali ricorda solo gli interminabili viaggi sui tetti degli autobus, carcasse a quattro ruote, sulle strade dissestate che facevano sentire la loro durezza sul suo giovane corpo che sbatteva tra le valigie e i rami degli alberi che graffiavano il suo fisico e il suo animo impaurito. E ancora nuovi Paesi, la Nigeria e il Camerun, posto quest’ultimo che gli ha fatto comprendere il dramma della tratta di esseri umani, la cattiveria dei trafficanti della povera gente e di quanto lo sconforto possa confondere le menti spingendoti verso quello che tutti i giovani migranti ritengono sia il Paese dei balocchi: la Libia. Ha affrontato il deserto e visto la pazzia che le privazioni scatenano nelle teste dei disperati fino a portarli ad abbandonarsi alla morte.

Eppure la sua voglia di farcela e di vivere lo porta oggi a raccontare delle bellezze di quei luoghi. Racconta del coraggio che il deserto di notte infondeva, rumori e luci in lontananza che davano la speranza di essere vicino alla salvezza e, anche se di giorno tutto si allontanava, lui aspettava la notte per ritrovare la fiducia necessaria per continuare a sopravvivere.

È in questo modo che è sopravvissuto. È stato consegnandosi alla polizia libica che oggi può raccontare di se stesso e della sua intensa storia, troppo grande anche per il suo candido coraggio.

La terra promessa, la Libia, però, lo ha accolto legandogli mani e piedi e incarcerandolo con altri disperati come lui. I tre mesi in carcere a Sehba furono, a dire di Bakary, quanto di più orribile un uomo possa vedere, mostrandogli nuovi volti della malvagità umana verso i suoi stessi simili. Ragazzi picchiati senza motivo dalle guardie per gioco, ragazze che subivano atroci mostruosità a causa della loro condizione di donne. Bakary racconta: «Ogni notte una di loro veniva presa e condotta altrove. Al suo rientro in cella era come se fosse morta, tanto era traumatizzata dalle violenze di gruppo subite. Le guardie si divertivano anche con gli uomini, usando con loro qualsiasi gingillo in loro possesso in quel momento. Oltre ai traumi psicologici provocavano loro anche danni fisici, terribili da vedere anche per chi, al loro rientro in cella, doveva medicare le ferite. Passare inosservato in quel posto era la prima regola, essere magro e apparire emaciato nel fisico era la seconda. In questo modo nessuno avrebbe provato la minima attrazione o interesse per te».

bakary2Il giovane eroe di questa piccola storia ha subito il carcere libico di Sehba per tre lunghi mesi e liberato solo per un fortuito motivo insieme ad altri duecento maliani, ma a causa delle rivolte contro il regime di Gheddafi non era libero di ritornare in Mali. Nessuno poteva uscire dalla Libia se non in rotta verso l’Italia e così è stato. Ha preso quel barcone insieme ad altre 350 persone. Uomini, donne, bambini e ragazzi come lui, in mare per tre giorni senza cibo né acqua pensando sempre di non farcela. Ricorda il posto dove lo avevano stipato (dove si trovava il motore). Ricorda i morti accanto a lui e i soli 175 superstiti. Ricorda una ragazza che gli parlava in una lingua che non capiva, ma di cui adorava già il suono. Ricorda lo sbarco a Lampedusa come l’inizio della sua nuova vita, il luogo che lo ha riconosciuto minore e da proteggere.

Qui scopre di essere diventato anzitempo uomo, comprende di avercela fatta pagando il prezzo con la rinuncia alla sua adolescenza, ma ritrova i suoi sogni e la forza di dare voce alle esperienze vissute nel suo vagare per 19 mesi in un pezzo d’Africa. 

di Luisa Concetti


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