Mercoledì, 08 Aprile 2020

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Coronavirus, criminavirus e crisi di civiltà

Salute. Epidemie, pandemie e malattie infettive ci sono da sempre e hanno accompagnato la vita dell'uomo nella sua evoluzione

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Per evitare qualsiasi incomprensione premetto che considero le iniziative prese dal governo per contenere e sconfiggere il Coronavirus assolutamente giustificate e giuste. Le malattie infettive sono tra noi, ovunque, da sempre, all’interno delle complesse reti biofisiche che regolano le nostre vite e negli ecosistemi. Tra queste i virus sono i patogeni che danno più problemi. Soprattutto le zoonosi, infezioni umane di origine animale. Sono pericolose perché sono facilmente trasmissibili, si evolvono con rapidità e non sono sensibili agli antibiotici. E tutte le campagne e le iniziative finalizzate al contenimento e alla sconfitta del virus sono da accogliere, da sostenere e da mettere in pratica. E proprio per quello che non voglio ingenerare alcun dubbio sull’indispensabile necessità e urgenza di non sottovalutare e di agire contro la diffusione del Coronavirus. Assolutamente. Ma una emergenza di queste proporzioni non può non indurci anche a riflettere, a tentare di leggere il senso degli eventi e di quello che ci sta accadendo. Non può non mettere in discussione categorie di pensiero e azioni umane. E disumane.

Tutti oggi conoscono il Coronavirus, tutti ne parlano. Ma quanti conoscono e parlano di Marburg, Machupo, febbre emorragica del Nilo, vaiolo delle scimmie, Chikungunya, febbre gialla, Ebola, Dengue, Nipah, Hendra, Hantan, Junin, Borna? Anche questi sono tutti virus, esattamente come il Coronavirus, e ogni giorno fanno molte ma molte più morti del Coronavirus. Ma colpiscono popolazioni lontane da noi, in altri continenti, persone che sono ogni tanto contabilizzate come numero e che vivono per lo più in aree nelle quali medicine o ospedali semplicemente non esistono. Al massimo sono considerati da noi come pericolo, come potenziali “untori”. Ma oggi che siamo noi a essere trattati da “untori” e a essere respinti alle frontiere di mezzo mondo, sperimentiamo per la brutale legge del contrappasso l’ingiustizia e l’umiliazione sulla nostra pelle. C’è voluto il bellissimo monologo dell’attore Stefano Massini a rappresentarci la comica assurdità di sentirci protetti vivendo nel nostro cerchio di un metro di raggio nel quale non deve entrare l’altro. E di come abbiamo vissuto il diffondersi del Coronavirus. Quando è scoppiato il virus non ci interessava, perché era in Cina, lontano. Poi il virus si è esteso a Corea del Sud e Iran. Sempre lontano. Poi è arrivato nel Nord Italia, e lì continuerà a restare, abbiamo pensato. Poi è arrivato nella nostra Regione, e poi nella nostra città, nel nostro isolato. Ma non è arrivato nel nostro piccolo cerchio, che è la cosa di cui ci frega veramente, non turba la nostra relativa e squilibrata forma di equilibrio. “Caro virus – conclude Massini – tu mi stai profondamente sulle palle perché racconti la nostra epoca meglio di qualunque altro”. È vero, è l’epoca dei “tempi bui” come avrebbe detto Hannah Arendt, l’epoca nella quale noi, potenze civili e occidentali, facciamo affari vendendo armi che uccidono bambini e popolazioni civili per poi lavarci le nostre vergogne e salvarci la coscienza con buoniste opere di volontariato o donando tre euro per opere benefiche sollecitati da qualche show televisivo.

Dobbiamo far crescere la consapevolezza, la responsabilità e l’indignazione, non la rassegnazione. Se una cosa il Coronavirus ci deve insegnare è che i problemi di altri mondi devono essere affrontati e sentiti come i problemi del mondo, come problemi di tutti noi umani, consapevoli della nostra comune carta di identità terrestre. I problemi globali riguardano il pianeta nel suo insieme. Dobbiamo recuperare la connessione vitale di ogni vivente, umano e sociale con l’ambiente che ci ospita. Dovremmo sviluppare cooperazione ed empatia, e invece crescono antagonismi e conflitti, ad ogni livello, geopolitico, etnico, culturale, religioso. A livello internazionale e all’interno delle nostre stesse società. Siamo passati dall’homo sapiens all’homo demens, come prolungamento e degenerazione dell’homo oeconomicus, che si nutre della mercificazione di tutte le cose, dell’arricchimento a ogni costo e della speculazione finanziaria, attività criminale legalizzata e proprietaria delle nostre vite. Una macchina infernale illusoria e fragile, un sistema economico e di relazioni sociali che si inceppa di fronte all’insorgenza di uno strano virus che viene da un pipistrello. Un sistema dittatoriale che esclude tutto il non-economico-finanziario: gli esseri umani, la natura, la cultura, l’affettività.

LE PANDEMIE SONO ANCHE UN FATTORE POLITICO

La diffusione dei virus e le pandemie sono state sempre, nella storia, anche un fatto politico che ha ridisegnato i rapporti di forza tra le potenze, i rapporti economici e commerciali e le dinamiche sociali all’interno delle nazioni. La pandemia del 1918, la cosiddetta spagnola, fece milioni di morti. Impossibile calcolare il numero esatto, le stime parlano tra 50 e 100 milioni. La strage cominciò a guerra in corso, il virus si propagò a macchia d’olio nelle trincee di tutti i belligeranti, facilitato dalle pessime condizioni igieniche e di vita e dalla impossibilità di cura. I vertici militari fecero aumentare i morti non riconoscendo deliberatamente una malattia che avrebbe impaurito e abbattuto il morale delle truppe. Il virus paralizzò l’economia mondiale e provocò una depressione generalizzata. L’Europa non riuscì a riprendersi dopo la guerra, il tessuto sociale di tutti i paesi né uscì devastato con milioni di orfani e anziani che potevano sopravvivere solo grazie all’assistenza dello Stato. Né possiamo essere proprio noi occidentali a dimenticare che l’era planetaria, iniziata nel 1492 con l’arrivo dei primi colonizzatori nelle Americhe, è cominciata proprio con le interazioni microbiche e umane attraverso gli scambi umani e animali fra l’Antico Mondo e il Nuovo. Noi abbiamo esportato dall’Eurasia i bacilli e i virus che hanno seminato tubercolosi, morbillo e influenza che hanno decimato le popolazioni native. E, per la pratica sessuale di colonizzatori che considerava proprietà anche le donne native, abbiamo importato il treponema della sifilide che di sesso in sesso è arrivato fino a Shangai per poi dilagare in tutta l’Asia. Senza dimenticare che, per effetto di una deliberata politica stragista delle autorità americane, intere nazioni indigene dell’America del Nord sono state sterminate, alcune estinte, attraverso la donazione di coperte infettate con il virus del vaiolo. E anche oggi c’è chi pensa che il Coronavirus potrà costituire in definitiva una occasione. Gli Stati Uniti di Trump, tragico e emblematico rappresentante del tempo e sempre più pericoloso per la sicurezza del mondo, stanno prendendo misure protezionistiche finalizzate a mettere ulteriormente in difficoltà la Cina e ad aumentare la guerra commerciale con quel paese. Prima gli americani! Una strategia folle che non considera i rischi per un sistema economico commerciale globale nel quale la Cina rappresenta un terzo del PIL mondiale. Persino “organismi cannibali” come il Fondo Monetario Internazionale e la Stanley Morgan hanno messo in guardia dalla tentazione di speculare su un Paese in difficoltà come la Cina, “dalla cui salute – hanno detto - dipende la crisi o la ripresa della crescita globale”. Dobbiamo sconfiggere la verticalizzazione del potere, l’accentramento nelle mani di pochi super ricchi che pensano possibile continuare a difendere questo sistema mortificando le persone e la natura, costruendo sempre più armi e facendo sempre più guerre. Questo non è solo tremendamente ingiusto e pericoloso. Non è più possibile. E di fronte a questo non serve lavarsi le mani.

Di Luciano Neri


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