Mercoledì, 12 Agosto 2020

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Prove di Impero

il paradigma della forza3Il confine tra Siria e Turchia è un territorio in cui la guerra continua ancora. Ne parlia­mo con Lucia Goracci, repor­ter del TG3 che conosce da vicino la situazione mediorien­tale. Le chiediamo di descriverci cosa succede nella zona di Iblid tra siriani e turchi. «Iblid è l’ultima provincia in mano alla ribellione armata con­tro il governo di Assad, dove si concentrano quasi tre milioni di persone. Ogni volta che l’eserci­to governativo procedeva nella riconquista del territorio, tutti coloro che, civili e combattenti, non si fidavano della pax impo­sta dai vincitori migravano at­traverso dei corridoi umanitari in direzione di Idlib, a bordo di quei bus verdi che abbiamo im­parato a conoscere».

 

Iblid è stata l’ultima provincia ribelle?
«Certamente, ma si è radicaliz­zata negli anni. Non è un caso che Al Baghdadi sia stato scovato e ucciso da un bombardamento americano proprio qui. La città è da tempo oggetto di bombarda­menti massicci dei governativi, con l’appoggio alleato russo, con parecchie vittime e con centinaia di migliaia di rifugiati. Si parla di 800mila rifugiati in fuga in di­rezione della frontiera turca, che peraltro è sigillata».

Cosa accade a queste persone?
«La Turchia manda aiuti, anche con organizzazioni non governa­tive e i rifugiati si sono accam­pati sotto i bellissimi, un tempo, ulivi di Idlib, con una tempera­tura che arrivava sotto lo zero. È un dramma nel dramma, se con­sideriamo che in Siria ci sono se­dici milioni di persone tra profu­ghi e sfollati interni».

Come si comporta il cosiddet­to Esercito Siriano Libero? «È una galassia di gruppi ribelli che combattono e resistono nel­la provincia di Iblib. Erdogan ha sollecitato Assad a fermare l’eser­cito siriano entro questo mese, altrimenti la Turchia riprenderà l’iniziativa militare nella zona, dove ha installato 12 postazioni militari per disarmare i “terrori­sti”, le frange jihadiste più estre­me di questa galassia».

L’invasione da parte della Tur­chia su trenta chilometri di territorio siriano prelude a una annessione politica o qua­li obiettivi persegue? «Non si può considerare “inva­sione” perché è una presenza concordata da Erdogan e Putin nel settembre 2018 a Sochi, dove si dichiarava che Assad e i suoi alleati avrebbero fermato la loro offensiva su Idlib, a condizione che la Turchia aiutasse a neutra­lizzare e disarmare le frange più estremiste dei gruppi armati pre­senti nell’area».

Il governo siriano di tanto in tanto afferma che nessuno ha invitato l’esercito turco sul proprio territorio? «L’intesa era stata concordata e messa nero su bianco a Sochi; il governo di Ankara fin dall’ini­zio ha variamente appoggiato i gruppi ribelli, soprattutto nelle zone di Idlib e Aleppo. Attual­mente l’intenzione di Erdogan è quella di internazionalizzare la crisi, sollecitando una presa di posizione dell’Europa – sempre molto sensibile sulla questione dei profughi che, nel 2015 l’an­no del grande esodo attraverso i Balcani, quasi terremotò la casa europea. È un conflitto in cui As­sad sta chiaramente vincendo, al prezzo però della distruzione materiale e di vite umane e con il rischio quindi che si riveli una vittoria di Pirro. Adesso a Idlib sono rimasti gli elementi più ra­dicali tra le opposizioni armate. Sarà difficile stanarli da quella parte della Siria, penso che sarà un’operazione molto lunga».

Qual è il destino delle mino­ranze cristiane, yazide, curde dietro l’avanzata dell’esercito turco? È una guerra infinita che prelude al travolgimento di intere popolazioni? «I destini delle comunità cristia­ne nel nordest erano profonda­mente legati a quelli dei curdi perché il Califfato aveva preso di mira tutte le minoranze siriane, facendo scempio delle chiese e delle comunità. Le aveva obbli­gate a versare una tassa, met­tendo in piedi una sorta di raket e moltissimi furono costretti a fuggire. I curdi li avevano libera­ti, anche affiancati nei combat­timenti da milizie cristiane. Era una zona bellissima, che è stata in gran parte distrutta e quei cri­stiani sono fuggiti, con il rischio di non tornare mai più».

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È la tragedia delle minoranze? «Per tutti gli altri c’è una tregua carica di tensione. Si è arrivati al paradosso per cui questi villaggi, liberati dal giogo dell’Isis, si sono ritrovati di nuovo sotto l’offensi­va turca».

Nella guerra civile in Libia, Er­dogan ha promesso sostegno e truppe per il governo di Tripo­li. Qual è il disegno che si pre­figge? «È un disegno che da alcuni vie­ne descritto come neo-ottomano. Quando nel 2011 iniziò la guerra civile in Libia correva un secolo da quel 1911 in cui l’Impero otto­mano perse la Libia a vantaggio dell’Italia. Suggestione storica, soprattutto per questo governo turco che è molto sensibile a quei richiami. Ma c’è anche l’e­lemento economico, non dimen­tichiamoci che quando iniziò la ribellione contro Gheddafi, mi­liardi di investimenti turchi ven­nero repentinamente interrotti».

Nel conflitto libico quale ruolo svolge la Turchia? «Il governo Al Sarraj ha una for­te componente fratello-musul­mana, il governo di Erdogan è sempre stato visto come l’espres­sione di un islam politico mode­rato e in lui queste forze vedono un riferimento politico. Ma sulla scena è comparso Haftar, il gene­rale che si vanta di aver sconfitto l’Isis a Sirte, che ha cinto d’asse­dio Tripoli – e il governo che le Nazioni Unite riconoscono uffi­cialmente – e lo ha fatto con una buona dose di spregiudicatezza. Ha persino bombardato una ca­serma dove si trovavano giova­nissimi cadetti. Erdogan afferma di essere stato l’unico che con mezzi e uomini ha sostenuto il governo di Al Sarraj, il solo legit­timo. Haftar invece è appoggiato dall’Egitto, dagli Emirati, dalla Russia e più sfumatamente da Macron, presidente di una Fran­cia che da un pezzo ha ambizio­ni sul petrolio libico. Il conflitto libico comunque non è mai evo­luto in una pace vera, si è cro­nicizzato. Adesso c’è questo “ces­sate il fuoco” che sembra durare, anche se ci sono delle violazioni. Qui si inserisce anche il dramma dei migranti che vengono tratte­nuti in condizioni davvero estre­me, coinvolti e schiacciati nelle vicende belliche».

60Russia e Turchia si trovano in due campi opposti sulla vicen­da libica. Dipende dalla necessi­tà di accaparrarsi le fonti ener­getiche come il petrolio e quali disegni geopolitici perseguono? «Dal punto di vista storico l’Im­pero ottomano e quello zarista sono sempre stati in rotta di collisione, la loro geografia e le loro ambizioni politiche li hanno sempre portati in contrapposi­zione, fino anche allo scontro. Questa rivalità si è spostata an­che in Siria. La Russia, alleata di Assad, ha di fatto scongiurato la caduta del suo governo da un lato, dall’altro la Turchia ha visto i suoi ribelli costretti città dopo città a ripiegamenti territoriali. Infine, i due paesi sono giunti a un tentativo di spartizione della Siria in zone di influenza».

Questo modus operandi lo si po­trebbe trovare anche in Libia? «È più difficile perché certi attori sul terreno si muovono anche in maniera autonoma. Ma il rischio di una contrapposizione tra Tur­chia e Russia esiste anche se entrambi quei governi sanno di non poter e di non avere interes­se a entrare in conflitto tra loro».

Lei ritiene che il Daesh sia or­mai sconfitto o riaffiori anche nelle zone più periferiche del­la Siria e dell’Iraq? «L’Isis è territorialmente sconfit­to ma non estirpato. C’è un altro califfo che ha preso il posto di Al Baghdadi e soprattutto le condi­zioni umane e socio-economiche che permisero la genesi del Ca­liffato sono rimaste e forse sono persino esasperate. Il Califfato è stato sconfitto, i combattenti sono stati uccisi o incarcerati, ma si stima che un terzo di loro siano riusciti a darsi alla mac­chia e persistono ancora condi­zioni di instabilità politica e di distruzione materiale».

Pensiamo a Mosul, a Raqqa, città che per essere liberate dall’Isis sono state distrutte? «Certo. È iniziata una lenta ri­costruzione, ma su questo si è inserita la vicenda dell’uccisione del generale iraniano Soleimani, per mano statunitense, in Iraq, che ha portato il Parlamento di Baghdad a chiedere l’espulsione delle truppe straniere dal Paese. Questo ha sospeso sine die le at­tività congiunte di contrasto del terrorismo, ma a rischio è l’inte­ra macchina della ricostruzione post bellica. La missione archeologica italia­na impegnata nel museo nazio­nale di Baghdad, per fare solo un esempio, ha dovuto lasciare l’Iraq e far ritorno in Italia.Una pace incompleta e non consolida­ta sotto il profilo socio-economi­co getta le premesse per un ritor­no dell’Isis, che già si sta facendo sentire, soprattutto nelle zone di confine. Non ci sono al momen­to condizioni che autorizzino a confidare in una stabilizzazione e una pace durature».

IRAN: Informazioni di contesto

Popolazione: 80 milioni di abi­tanti, la metà ha meno di 35 anni. Religione: islam sciita e della tra­dizione persiana, in opposizione all’islam sunnita Sistema politico coniuga: auto­crazia clericale e libertà politica.

Struttura istituzionale Componente Islamica: espressio­ne della volontà divina. Membri religiosi composti da: Guida Suprema: Carica più im­portante del regime. Consiglio dei Guardiani: Compo­sto da 12 membri. Assemblea degli Esperti Componente Repubblicana: Presidente della Repubblica: Capo del potere esecutivo. Parlamento: Eletto a suffragio universale. Composto da 270 membri. Ha funzione di control­lo sull’esecutivo. Pasdaran: forze militari indipen­denti dall’esercito, guardiani dei valori della Rivoluzione. Esponenti del Potere Economi­co: Banche e Fondazioni Bon­yad. Gran parte del sistema ban­cario iraniano è in mano a queste fondazioni e ai Pasdaran. Rappresentanti del mondo del lavoro: Sindacati, associazioni professionali.

Cenni Storici 1925: insediamento della dina­stia Pahlavi. 1925-1941: Prima fase del regno di Reza Pahlavi=forte impulso na­zionalista, secolare e anticlericale. 1941: Reza Shah abdica in favore del figlio Mohammed Pahlavi. 1941-1953: periodo segnato da apertura politica e libertà religio­sa. 1951: Mossadeq diventa primo ministro: nazionalizzazione del petrolio diritto di voto alle donne. 1953: Operazione della CIA e ca­duta del governo Mossadeq. 1953-1979: ritorno a politiche au­toritarie. 1963: primo fallito colpo di stato di Komehini, che verrà esiliato 1973: crisi petrolifera gobale. 1979: Rivoluzione Komehinista: applicazione della shari’a. I Pasdaran diventano il braccio armato della Rivoluzione. 1980-1988: Guerra Iran/Iraq, contro l’espansione dello sciismo. 1989: Morte di Komehini: nomi­na di Rafsanjani Presidente della Repubblica e di Khamenei a Gui­da della Rivoluzione. 2005: elezione di Ahmadinejad: scelta nucleare per proteggersi da Israele e Pakistan. 2013: Elezione di Rohani. 2015: Firma del JCPOA. 2019: repressione proteste in se­guito all’eliminazione dei sussidi sul consumo di petrolio. 2020: uccisione di Soleimani → l’I­ran esce dal JCPOA.


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