Martedì, 29 Settembre 2020

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Cultura. Reportage - Sulle orme di Cocteau

ScreenHunter 02 Feb. 22 21.50Scovo proprio sotto casa il mio buen retiro, l’ango­lo dove aggiorno il diario e assaporo l’animazione del quartiere. È il picco­lo Café Poët che ha due ingressi, uno sul nostro vicolo, l’altro che s’affaccia sulla Croisette. A fian­co c’è uno spaccio di tabacchi e giornali e quindi non m’occorre altro. Lo gestiscono due baffuti e spiri­tosi quarantenni che anche dal­le foto esposte alle pareti - casti nudi di atleti anni ’60 - potrebbe­ro essere gay. Gli avventori sono la gente del posto, vecchiette che fumano come “turche”, pe­scivendoli e ortolani del vicino mercato, muratori e carpentie­ri maghrebini che lavorano alla ripavimentazione del lungoma­re perché mancano dieci giorni all’inaugurazione della 72° edi­zione del Festival del Cinema. Ci godiamo quindi con Carlo una Cannes genuina e tranquilla, prima dell’arrivo delle orde cine­matografare. Ma quanto l’abbia­mo amato con Babilonia questo festival! Con le puntuali e appas­sionate cronache di Andrea Pa­stor che riusciva a stanare, tra le pellicole di tutto il mondo, le più “invisibili” e censurate perché di tema (o sguardo) omoeroti­co. Era un’altra epoca: la notizia odorava di faticosi spostamenti in treno, d’interviste inseguite, di rotative e inchiostro, e Inter­net neanche era all’orizzonte. È il Primo Maggio e su Libera­tion leggo la cronaca delle ma­nifestazioni dei gilets jaunes a Montparnasse e alla Contrescar­pe funestate dalle violenze dei black-bloc che hanno assalito il reparto d’animazione d’un ospe­dale, difeso da medici e infer­mieri. Il giorno dopo si rivelerà una “ bufala” ma intanto ha fo­mentato lo sdegno dei commer­cianti e degli abitanti, stufi delle proteste. D’accordo con Carlo decidiamo di raggiungere Vil­lefranche-sur-mer, e in stazione m’accorgo con raccapriccio che non esistono più sportelli per acquistare il biglietto ma tutto è automatizzato tramite macchi­ne distributrici. Per me che ap­partengo al Giurassico sono un rebus. Per fortuna l’amico è più pratico e aggiornato e saliamo sul trenino che si ferma a tutte le stazioni balneari, Juan- les- pins, Antibes, Cagnes-sur- mer, Nizza che sono apparizioni tra un cielo e un mare di turchese. La vista di Villefranche è superba, adagiata su un costone a precipizio sul mare e dove spuntano, immerse nel verde, le sfarzose ville d’ini­zio Ottocento dell’aristocrazia russa e inglese. E tra queste an­che quella, mi dice Carlo, della madre di Jacques Guérin. Quale sarà stata?

TRA SACRO E PROFANO Scendiamo a piedi fino al por­to dove un busto in bronzo di Jean Cocteau domina il bordo del mare col fascino accigliato d’un’antica erma. È invece un’o­95 qapera del 1989 dello scultore Cy­ril de la Patellière. Di fronte c’è il mitico Hôtel Welcome che in origine era un convento con an­nesso cimitero e il cui fascino gotico ha attratto artisti come Picasso, Sutherland, Stravinsky (vi compose la musica di Oedi­pus Rex) e lo stesso Cocteau che nel 1924, distrutto dalla morte dell’amato Radiguet, ne fece la sua seconda casa occupando la stanza 22. Davanti sorge la romanica Cap­pella di San Pietro dei Pescatori del XII sec. che Cocteau ha deco­rato a fresco nel 1957 con l’aiu­to del pittore Jean-Paul Brusset. In realtà più che una cappella sembra un tempio massonico, con triangoli, angeli caduti e le fiamme dei candelabri dell’Apo­calisse, realizzati in ceramica, trasformate in enigmatici occhi sbarrati. Sui muri e sull’abside episodi della vita di San Pietro e scene del Mediterraneo scanditi in sequenza cinematografica. Si fronteggiano il Sacro e il Profa­no. L’apostolo imprigionato da Erode e liberato dall’angelo; la serva che lo accusa dei 3 rinne­gamenti mentre il gallo canta; il santo che cammina sulle acque sostenuto da un angelo, e Cristo che benedice pescatori e pesci increduli, con la cittadella sullo sfondo. All’ingresso, sulle pare­ti, il racconto pagano: le ragaz­ze di Villefranche in costume tradizionale e ceste di pescato, e i pescatori dai lunghi capel­li, i lobi inanellati e gli occhi a forma di pesce. Più esoterico e sentito è l’omaggio ai gitani di Saintes-Marias- de la Mer: la nipote del celebre Manitas de Plata scatenata nel flamenco, il giovane chitarrista è una strizza­ta d’occhio a Django Reinhardt, e la ragazzina dietro la balcona­ta è Carole, la figlia di Francine Weisweiller. Che fu intima amica e mecenate di Cocteau ospitan­dolo spesso nella villa Santo- Sospir a Saint- Jean-Cap- Ferrat. Per gratitudine e anche per sfida l’artista decise nel 1950 di la­sciarvi la sua impronta. Le porte le aveva già dipinte Picasso da entrambi i lati e Cocteau, inco­raggiato da Matisse, s’imposses­sò delle stanze e dei corridoi col racconto elegante e numinoso, come il suo segno, dei miti del Sole, del Centauro e dell’Unicor­no, Narciso e la ninfa Eco, Diana che sorpresa nuda da Atteone lo trasforma in cervo, l’ebbrezza di Dioniso e delle Baccanti. Genia­le anche la definizione che l’arti­sta coniò: “la villa tatuata”. Chiedo alla compassata signo­ra bionda che è a guardia del­la Cappella e inesorabile m’ha proibito di scattare foto se cono­sce gli orari per visitarla. Cortese afferra il telefono - “Sono Marie- France!” - dall’altro capo: la villa è stata acquistata da un magna­te armeno ed è in ristrutturazio­ne per tutto il 2020 - “Quel dom­mage!” mi fa dispiaciuta. Il lettore però trova in rete un cortometraggio a colori del ‘52, sottofondo di Bach e Vivaldi, dove Cocteau da perfetto an­fitrione, bleu-jeans e l’eterna sigaretta accesa, prende per mano lo spettatore e lo guida tra i “tatuaggi” e il dedalo di stanze dell’abitazione , nell’atelier dove ha lavorato e nel lussureggiante giardino fino a presentargli la stessa padrona di casa, Franci­ne che giovane e sorridente si gode l’incanto di villa Santo-So­spir. A noi negato (per ora).

LA VIA OSCURA Ci rifocilliamo con un misto di salumi e formaggi e un bicchiere di vino sulla veranda del Welco­me. All’ingresso, sul pavimento, un mosaico tratto dal disegno che 96qaCocteau donò ai proprietari e nella hall le foto dei tanti illu­stri frequentatori. Tra cui anche Kiki de Montparnasse e Wiston Churchill. Con Carlo ci inerpichiamo su per una ripida gradinata che porta al centro del paese ed esal­ta dall’alto la ragnatela di stra­dine tortuose e rampe di scale che lo percorrono in verticale. In basso sul porto della Darse­na si staglia l’imponente edificio dell’Osservatorio Oceanologico e sulla costa frastagliata s’in­travedono piccole baie di sogno con grappoli di casette abbar­bicate ai piedi della montagna. Si comprende allora il fascino e l’importanza strategica del luogo che suggerirono nel 1295 a Carlo II d’Angiò, Re di Napoli e Conte di Provenza, di favorire l’inse­diamento concedendo agli abi­tanti una franchigia sulle tasse. E lo chiamò Villa Franca. Dopo una bella scarpinata ci tro­viamo muti e intimiditi davanti all’ingresso della Rue Obscure che è il più suggestivo e miste­rioso dei vicoli che intersecano il nocciolo medievale. Sembra di entrare dentro una catacomba o un antro cieco che la fioca il­luminazione rende spettrali. C’è il brivido del transito in un’altra dimensione Ne fu affascinato anche Cocteau che nel film Il te­stamento d’Orfeo ambientò qui l’incontro con il suo “doppio”. Sono appena 130m. di buio e di ruvido acciottolato, ma come ri­emergi alla luce ti sembra di tor­nare nel mondo dei vivi. Rientrati col trenino a Cannes, una doccia per riprendersi e poi cena all’altro “Chez Astoux”, che ha per insegna un mosaico ma­rino con una spettacolare piovra azzurra. Qui Carlo si lascia an­dare a un capriccio da gourmand ordinando un’aragosta di 800gr. che viene esibita viva al tavolo per la foto di rito da mostrare agli assenti e agli increduli. Ac­compagna la portata un kit di strumenti: le pinze, a forma di schiaccianoci, per rompere le zampe e le chele, una sottilissima forchetta per estrarre la polpa e una pila di salviette per pulirsi. Sarà anche una prelibatezza l’a­ragosta - gli intenditori vanno matti per il tomalley (il fegato) e c’è chi non disdegna neppure il corallo amaro della femmina - ma mangiarla è un’impresa perché vanno incisi la coda e il carapace per estrarne la carne col rischio di sbrodolarsi come poppanti di burro fuso. Un azzardo che evito, ordinando ostriche Gillardeaux e zuppa di pesce. Cena al tavolo accanto una cop­pia di trentenni russi che non passa inosservata. Lui, capelli biondi a spazzola e fisico da but­tafuori, T-shirt scolpita dai pet­torali e jeans. Lei, mora procace, pantaloni e bustier di pelle nera attillatissimi, e una specie di mantiglia col bordo di pelliccia. Tra coccole, dita intrecciate e grandi risate hanno ingurgitato dozzine di ostriche innaffiandole di Sancerre e bicchierini di vod­ka. A ogni comanda si precipita premuroso un cameriere rosso e lentigginoso che per due volte - sfacciatamente - fa occhiolino alla donna, alle spalle del com­pagno. È di sicuro incoraggiato dalla signora che si diverte ghiot­ta a sedurre entrambi. Poi è tut­to uno sbracciarsi verso un’altra coppia russa che passa, anche questa d’un’eleganza vistosa, che congedano forse con un appun­tamento. Non conosco il russo e ignoro come abbiano concluso la serata, ma al momento di pa­gare il conto l’uomo ha esibito un rotolo di banconote da 200 e 500 euro legate da un elastico. L’ha notato anche Carlo perché in Francia si usa poco il contan­te, si paga con la carta. In più il bancomat non rilascia biglietti di quella taglia. L’unica spiegazione è che il russo sia ricorso al cash per non lasciare tracce e restare anonimo, cioè invisibile. O anche questo è solo frutto della mia im­maginazione?

di Ivan Teobaldelli


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